Incendi boschivi, così perdiamo i pozzi del carbonio
(Rinnovabili.it) – Nel 2017, quella che viene chiamata “la stagione degli incendi” ha lasciato in Italia profonde cicatrici. I roghi hanno portato via oltre 130mila ettari di superficie boschiva, un numero impressionante, secondo in Europa solo alle perdite del martoriato Portogallo (Leggi anche Gli incendi boschivi non potranno che aumentare). Ma cosa significa dal punto di vista prettamente climatico mandare in fumo aree verdi così vaste? La risposta arriva da alcuni ricercatori dell’Università giapponese di Hokkaido e dell’Accademia russa delle scienze, che hanno voluto quantificare l’impatto emissivo indiretto legato ai grandi incendi.
In realtà, lo studio si è concentrato solo sui danni arrecati alle foreste boreali, il bioma che ricopre quasi totalmente le regioni sub-artiche boreali dell’Europa, dell’Asia e dell’America. I risultati tuttavia approfondiscono per la prima volta il ruolo dei grandi incendi nell’aumento delle emissioni di gas serra al di là del semplice rilascio di CO2 durante la combustione.
Le foreste boreali – spiegano gli scienziati – costituiscono un enorme “carbon sink”, ossia un pozzo di carbonio: foglie, radici tronchi e rami contribuiscono ampiamente all’accumulo di carbonio. Cosa succede dunque se questo pozzo viene distrutto.
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“L’Estremo Oriente russo ha registrato un numero crescente di incendi boschivi, molti dei quali si ritiene siano causati dal riscaldamento globale e dalle attività umane. La combustione di alberi negli incendi boschivi provoca naturalmente l’emissione di CO2, ma poco si sa sulla misura in cui il carbone derivato dal fuoco influenzi i processi naturali degli ecosistemi, come la decomposizione della materia organica del suolo”, scrivono i ricercatori. Il team ha condotto esperimenti sul campo per quasi due anni, misurando la variazione di massa delle di larice sottoposte a diverse concentrazioni di carbone vegetale nel terreno. Il risultato? Le sottili radici dei campioni incubati presentavano una perdita di massa maggiore lì dove il terreno conteneva le concentrazioni di carbone più elevate, accelerando di fatto le emissioni di CO2. “Il nostro studio” – spiega Makoto Kobayashi, uno degli autori della ricerca – ha fornito le prime evidenze sul campo di come il carbone vegetale derivato dagli incendi possa accelerare la decomposizione delle radici di larice e di conseguenza le emissioni di CO2 della foresta boreale”.
Se mi permette vorrei farle una considerazione su il suo articolo del 13 gennaio, nel suo articolo non si enfatizza sufficientemente la differenza, della produzione di anidrite carbonico, dai roghi dei boschi e la produzione nell’attività del uomo. Il rogo produce una quantità di CO2 eguale a quella che produce quando l’albero muore e sia consumato dalla fauna e microfauna; è un CO2 che fa parte di un ciclo naturale che, al completarsi, non avrà prodotto ne consumato ossigeno e neanche CO2. Bruciare fossili e una attività non naturale e al finale si avrà prodotto CO2 che aumenterà la sua proporzione in oceani e atmosfera; in più, consuma l’ossigeno atmosferico che non si recupererà mai più. (è un malinteso più che comune la credenza che gli alberi producono ossigeno, vero mentre cresce, pero al morire lo torna a consumare).
D’altra parte 600 milioni di tonnellate di CO2 l’uomo lo produce in meno di una settimana bruciando fossili, questo si accumula senza che esistano processi naturali che lo possano eliminare, gli sforzi del uomo per eliminarlo hanno avuto successo praticamente nullo.