La legge sul clima UE compie 1 anno e divide ancora l’Europa

Timmermans abbassa le aspettative: “Penso che con un -55% noi stiamo davvero facendo la nostra parte”. Gli eurodeputati però non cedono sul -60%

Legge sul clima UE: il primo anniversario tra luci e ombre
Foto di Andreas Lischka da Pixabay

Il 12 marzo via all’ultimo round di negoziati sulla legge sul clima UE

(Rinnovabili.it) – Un anno di negoziati inconcludenti hanno logorato persino un pasionario del clima come Frans Timmermans. “Penso che con un -55% noi stiamo davvero facendo la nostra parte”, ha detto ieri il vice-presidente della Commissione a proposito della legge sul clima UE. D’altronde l’Europa ha già abbattuto le sue emissioni rispetto ai livelli del 1990, ragiona il braccio destro di Ursula von der Leyen sul dossier climatico, mentre quelle di paesi come India e Cina continuano a crescere. E in più questo obiettivo “è in linea con gli scenari globali che corrispondono a percorsi verso gli 1,5°C, e fanno addirittura meglio entro il 2050”, ha aggiunto riferendosi al limite di riscaldamento globale più ambizioso stabilito con l’accordo di Parigi.

E’ con questa ambizione un po’ ammaccata che Bruxelles si appresta al rush finale per dare l’ok alla legge sul clima UE. Un percorso iniziato esattamente un anno fa che, per molti versi, è la spina dorsale del Green Deal e una delle misure più importanti per l’attuale Commissione. L’esecutivo europeo punta a chiudere il dossier entro giugno. Nei prossimi 60 giorni quindi bisognerà trovare la quadra.

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La legge sul clima UE deve traghettare l’Unione Europea verso la neutralità climatica entro metà secolo. Per farlo, fissa degli obiettivi vincolanti sul taglio delle emissioni dei paesi membri. L’orizzonte temporale considerato sono i prossimi 10 anni, dopo il traguardo del 2030 questi obiettivi dovranno essere aggiornati ancora.

Alcuni punti dividono ancora parlamento, Commissione e Stati membri. Gli eurodeputati avevano votato una riduzione delle emissioni del 60%. Si trattava già di un compromesso tra le richieste dei Verdi (-65%, non distante dall’obiettivo fissato dagli ex compagni di viaggio inglesi) e il non plus ultra stabilito dai popolari (-55%, già strappato con difficoltà). E anche nell’ultima fase di negoziati a 3 non intendono cedere, per avere se non proprio il -60% almeno delle concessioni su altri punti.

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Lo scoglio principale da superare, come sempre, è il Consiglio. Quest’organo riunisce i capi di Stato e di governo dei Ventisette e visto che ciascun paese ha di fatto il potere di veto sulle questioni più importanti deve lavorare all’unanimità. In questo collo di bottiglia è già finito triturato un punto dirimente: i tagli delle emissioni sono vincolanti, ma con che formula? La Commissione voleva che l’obbligo scattasse per ciascun paese preso singolarmente. L’est Europa ha sbattuto i pugni sul tavolo fino a rischiare di farlo saltare, e ha ottenuto lo scorso dicembre che il Consiglio desse la benedizione a una linea ben diversa: i tagli sono da raggiungere  “collettivamente” tra i 27 paesi membri. Tradotto, paesi come la Polonia potranno abbattere le emissioni di meno del 55% facendosi compensare l’ammanco da altri Stati più virtuosi.

Ma anche questa definizione è ancora vaga e va specificata nei dettagli. Un punto dolente del prossimo round negoziale, che non può più rimandare una decisione definitiva. Dal 12 marzo, quindi, si tratta di decidere come i paesi europei possono raggiungere il target, ma anche quali esenzioni sono previste, quante sovvenzioni arriveranno da Bruxelles e in cambio di quali garanzie.

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