Per lo sviluppo sostenibile servono scelte coraggiose

“Se davvero crediamo nello sviluppo sostenibile, dobbiamo fare scelte coraggiose, radicali e coerenti per accelerare la decarbonizzazione di società ed economia”, scrive Muroni, vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera

sviluppo sostenibile

di Rossella Muroni

(Rinnovabili.it) – Se non fosse arrivata la tempeste perfetta di questa pandemia, a ricordarci quanto il modello di sviluppo estrattivo sia insostenibile, lo avrebbe probabilmente fatto l’ennesimo rapporto delle Nazioni Unite. Che dal loro Ufficio per la riduzione del rischio di catastrofi (Unsdir) rivelano come il cambiamento climatico sia il principale responsabile del raddoppio dei disastri naturali nel mondo negli ultimi venti anni. Questo per dire che davvero non abbiamo più tempo e che il momento di agire per scongiurare il collasso climatico è ora.

Quindi, se davvero crediamo nello sviluppo sostenibile, dobbiamo fare scelte coraggiose, radicali e coerenti per accelerare la decarbonizzazione di società ed economia. La via che ha scelto e sulla quale ci spinge anche l’Europa.

L’introduzione del nuovo target del 55% di riduzione delle emissioni al 2030 e l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 determineranno una trasformazione radicale del nostro modo di produrre e consumare ed è fondamentale disegnare un Recovery Plan adeguato a questa sfida. Così come è imprescindibile adottare politiche e piani che non si contraddicano l’uno con l’altro. Se davvero vogliamo un’Europa a zero emissioni nette nel 2050, con il target intermedio della riduzione di almeno il 55% delle emissioni al 2030, dobbiamo necessariamente rivedere il nostro Piano nazionale integrato energia e clima, capire che il gas è una fonte fossile e che quindi non può essere considerato un’energia di transizione né avere il protagonismo di oggi nella nuova versione del Pniec. Così come non possiamo risultare credibili se diciamo che sosteniamo una legge europea per il clima ambiziosa, ma contemporaneamente ci rifiutiamo di avviare il taglio dei 19 miliardi di sussidi pubblici che annualmente diamo alle attività ambientalmente dannose.

In questa rivoluzione verde, la transizione energetica è il fattore che può determinare il nostro successo, come la nostra sconfitta. Perché se davvero riusciremo a decarbonizzare la nostra energia grazie al contributo crescente di rinnovabili e tecnologie innovative, allora riusciremo anche ad avere un’economia carbonio-free.

Ecco perché rivedere il Piano nazionale energia e clima in coerenza con gli obiettivi climatici europei è imprescindibile. Sapendo che oltre al target al 2030 dovremo ripensare il ruolo assegnato ad alcune fonti che oggi sono definite di transizione, come il gas, e porre paletti più severi per gli incentivi del capacy market, per evitare di far rientrare dalla finestra quello che vogliamo far uscire dalla porta. E soprattutto bisogna accelerare sulla generazione diffusa di fonti rinnovabili.

Per capire l’urgenza e la dimensione del ritardo basta un dato. Stando alle norme attuali -quindi secondo il Piano energia a clima non ancora adeguato al target europeo al 2030 di una riduzione delle emissioni di almeno il 55% al 2030 – entro i prossimi dieci anni dovremo costruire centrali a energie rinnovabili per 65mila MegaWatt. E sempre stando alle norme attuali sarà possibile raggiungere questo target nel 2085. Lo ha denunciato Elettricità Futura ad Ecomondo.

Eppure, in questo paese che ha disperato bisogno di nuova generazione energetica pulita, si accoglie come strategico e avveniristico un piano in cui fossili trivelle e piattaforme sono ancora protagoniste e vengono semplicemente mitigate dallo stoccaggio del carbonio in fondo al mare come quello di Eni. Ma tutti, con l’eccezione di Legambiente, Anev e di alcune delle principali associazioni ambientaliste italiane, si scagliano contro un progetto innovativo che guarda al futuro come quello per un campo eolico off-shore al largo delle coste riminesi. Con fiumi di inchiostro versati sui giornali per dire quanto le pale eoliche deturpino il paesaggio. Vuoi mettere quanto è più bello un tramonto vista mare con panorama di piattaforme petrolifere?!  

Oltre al problema della burocrazia elefantiaca, alle misure e agli incentivi che cambiano a seconda delle stagioni – e quindi alla necessità di dare un quadro normativo chiaro e certo e di intervenire per semplificare le autorizzazione – abbiamo un problema culturale. Siamo un paese immobile, bloccato dall’effetto Nimby, ma anche da una classe dirigente che guarda al passato, incapace di riconoscere le innovazioni e le tecnologie ad alta potenzialità, o in una parola la modernità.

Ma per fortuna siamo in Europa.

Grazie a Bruxelles non solo avremo a disposizione 209 miliardi attivabili con il Recovery Plan e da destinare per almeno il 37% agli obiettivi climatici, ma abbiamo anche l’indicazione chiara di alcuni fronti strategici. Come quello delle rinnovabili offshore.  

Lo scorso 19 novembre, infatti, la Commissione europea ha approvato la Strategia sull’energia rinnovabile offshore. Tra gli obiettivi principali della strategia: aumentare il livello della capacità eolica offshore dell’Europa dall’attuale livello di 12 GW ad almeno 60 GW entro il 2030 e fino a 300 GW al 2050 e raggiungere 40 GW di energia oceanica – ossia dal moto delle onde – entro il 2050. Traguardi per i quali saranno necessari investimenti per quasi 800 miliardi nei prossimi trent’anni.

Sempre per essere coerenti, dovremmo investire anche su impianti solari a terra in aree dismesse, comunità energetiche e autoconsumo rinnovabile. E per accelerare nella generazione di energia pulita non possiamo rinunciare neanche all’agrivoltaico. Oggi ci sono soluzioni che rendano le aziende agricole protagoniste, scongiurando la sostituzione di colture con impianti, ma integrandoli e rendendoli un fattore di supporto al reddito agricolo, che deve rimanere prevalente. 

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