Le economie meno sviluppate, intese come blocco, non avrebbero ostacolato l'adozione di una tabella di marcia sui combustibili fossili durante i negoziati della COP30. Né il blocco dei Paesi africani e neanche la Cina.

A diversi giorni dalla chiusura della COP30 del 2025 è emersa una lista, a tratti contraddittoria e confusa, su quali Paesi e blocchi negoziali si sarebbero opposti all’accordo, molto contestato, sulla roadmap per la transizione dai combustibili fossili. Carbon Brief ha provato a fare chiarezza sulla questione.
La transizione dai combustibili fossili e i negoziati di Belém
In base a un elenco informale, sarebbero 84 i Paesi ritenuti responsabili, nel loro insieme, di aver bloccato l’inclusione di una tabella di marcia per l’abbandono degli idrocarburi nell’accordo finale del vertice delle Nazioni Unite sul clima di Belém. Tuttavia, questa lista non apparirebbe corretta, considerato anche che le posizioni sono molto diverse tra loro e anche le sfumature delle proposte politiche. Sicché, non è così semplice distinguere tra favorevoli e contrari.
La COP28 di Dubai nel 2023 era terminata invitando tutti i Paesi a contribuire alla transizione dai combustibili fossili. Da allora, però, non si è riusciti a realizzare il proposito. Prima dell’inizio della COP30, il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, aveva lanciato un appello per realizzare la tanto necessaria transizione. Così. il tema è diventato un argomento di discussione a Belém.
Nelle complicate fasi finali del vertice, la presidenza brasiliana avrebbe comunicato ai negoziatori, nel corso di una riunione a porte chiuse, che non sembrava possibile raggiungere un consenso sull’inclusione della roadmap nei risultati finali, perché ci sarebbero stati 80 Paesi favorevoli e 80 contrari. Tuttavia, tale lista di Governi, compilata in maniera confidenziale dalla presidenza, conterebbe una serie di contraddizioni ed errori, come ha svelato l’analisi.
Una delle problematiche fondamentali è che 14 Paesi figurano sia tra i sostenitori che tra i contrari all’idea di includere una roadmap sui combustibili fossili. Inoltre, l’elenco di Governi contrari alla roadmap sembrerebbe comprendere tutti i 42 Membri del gruppo negoziale delle economie meno sviluppate e invece non sarebbe stato così. Questi stessi Paesi hanno dichiarato a Carbon Brief di non essersi opposti all’idea. Inoltre, una presenza in particolare spicca nella lista di Paesi contrari: la Turchia, che sarà co-presidente della COP31. Il Governo turco, però, avrebbe smentito di farne parte.
La posizione dell’Italia alla COP30 del 2025
L’Italia, invece, non appare in nessuna delle due liste, e insieme alla Polonia, non figura tra i Paesi a favore di una tabella di marcia per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili. Nell’elenco informale degli oppositori, invece, figurano altri tre Membri dell’UE: Bulgaria, Repubblica Ceca e Ungheria. Eppure, l’UE, rappresentata durante i colloqui della COP30 del 2025 dal commissario per il clima, Wopke Hoekstra, ma a livello politico guidata dalla Danimarca, si è molto impegnata per il raggiungimento di un accordo che includesse esplicitamente una roadmap per la transizione. In seno all’UE, tuttavia, non c’è una visione condivisa. Basti pensare a come è andato il processo di approvazione dell’obiettivo climatico dell’Unione per il 2040, che è risultato particolarmente complesso.
Informazioni non corrette sulla COP30 del 2025
In base all’analisi, le economie meno sviluppate, intese come blocco, non avrebbero ostacolato l’adozione di una tabella di marcia sui combustibili fossili durante i negoziati della COP30. Al contrario, tale gruppo di Paesi, prima della COP, aveva definito chiaramente l’abbandono dei combustibili fossili come un'”azione urgente” per mantenere “a portata di mano” l’obiettivo di limitare entro l’1,5 °C il riscaldamento globale. Il gruppo, quindi, non avrebbe bloccato alcuna decisione in merito. Mentre, alcuni Paesi, come il Nepal, avrebbero anche provato a sostenere attivamente l’idea.
Un altro punto è che 14 Paesi compaiono sia nella lista dei sostenitori che in quella degli oppositori. Ciò è possibile perché molti Stati fanno parte di due o più blocchi negoziali nell’ambito dei colloqui delle Nazioni Unite sul clima. L’elenco include 37 dei 54 Stati del gruppo africano, presieduto a Belém dalla Tanzania.
La confusione è sorta dopo che Richard Muyungi, l’inviato per il clima della Tanzania che presiede il gruppo africano, aveva dichiarato in una riunione a porte chiuse che tutti i 54 Membri del gruppo si erano allineati con il gruppo arabo di 22 Paesi (contrario alla roadmap). Tuttavia, diversi Governi africani hanno poi dichiarato al Guardian che ciò non era vero e che invece sostenevano l’eliminazione graduale degli idrocarburi. In tale contesto, l’analisi sottolinea che Tanzania e Arabia Saudita sono legate tramite accordo per lo sfruttamento delle riserve di gas dello Stato africano.
Le posizioni di Cina e India
Anche la Cina, una volta chiusi i lavori della conferenza ha chiarito di aver ostacolato passi più decisivi in ambito di abbandono dei combustibili fossili. In articolo pubblicato su China Daily, quotidiano statale considerato molto vicino alle posizioni del Governo di Pechino, spiega che la narrazione sulla transizione dai combustibili fossili troverebbe maggiore consenso se fosse formulata in modo diverso, ossia concentrandosi di più sull’adozione di fonti energetiche rinnovabili. A ben vedere anche l’India non si sarebbe opposta ma, come specifica l’Indian Express, preferirebbe differenziare i percorsi. Il Governo indiano non sarebbe dell’idea di definire un percorso univoco e uniforme da adottare per ogni Paesi.
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