Recovery e economia circolare, servono 10 miliardi e 70 nuovi impianti

Il rapporto di Fise Assoambiente presentato a Ecomondo alla Fiera di Rimini. I punti fondamentali di una Strategia nazionale vanno anche dal ripensamento della tassazione ambientale alla riforma del sistema di Responsabilità estesa del produttore, fino a un’Iva più bassa per i prodotti fatti con materiale riciclato. La richiesta al governo della definizione del Programma nazionale per la gestione dei rifiuti

economia circolare
Credits: arembowski (pixabay.com)

di Tommaso Tetro

(Rinnovabili.it) – I fondi del Piano Next Generation potranno sostenere, attraverso mirati prestiti e incentivi al mercato del riciclo, gli investimenti necessari pari a 10 miliardi di euro per colmare il gap impiantistico nazionale, soprattutto nel Centro-Sud del nostro Paese, attraverso la realizzazione di 70 impianti di riciclo e recupero energetico. Questo il cuore del rapporto Fise Assoambiente ‘Per una Strategia nazionale dei rifiuti’ presentato nel corso di un convegno all’interno di Ecomondo 2020 alla Fiera internazionale di Rimini, quest’anno in modalità interamente digitale. E proprio l’appuntamento on-line, è stata l’occasione per l’associazione ha chiesto al governo “un Tavolo di confronto con gli operatori per la definizione del Programma nazionale per la gestione dei rifiuti”.

Il rapporto – che fotografa le attuali criticità del sistema di gestione rifiuti e delinea le opportunità che il nostro Paese ha dinanzi a sé per la transizione verso un modello efficace di economia circolare – racconta anche di come non sia più rinviabile la definizione di una Strategia nazionale, soprattutto legate a centrare i target europei del 65% di riciclo, del 10% in discarica al 2035 per i rifiuti urbani.

Punto di partenza del documento – realizzato dal Laboratorio Ref ricerche – è che nei prossimi 15 anni il nostro Paese sarà chiamata a raggiungere gli obiettivi europei del pacchetto dell’economia circolare: dovremo scendere dal 22 al 10% dello smaltimento in discarica dei rifiuti urbani, dal 45 al 65% del riciclo, “senza dimenticare il ruolo imprescindibile riservato alla termovalorizzazione per la chiusura del ciclo di gestione” che vale “il restante 25%”. In evidenza la distanza che c’è nel nostro Paese tra diverse aree, soprattutto “a causa della carenza di impianti di gestione che costringe ogni giorno centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti a viaggiare lungo le strade italiane o addirittura verso l’estero in cerca di adeguato trattamento”. Proprio “il mercato del riciclo, già instabile per i problemi di export in Estremo Oriente prima del Covid-19, ha vissuto un’ulteriore impasse con la pandemia”.

Sono necessari investimenti infrastrutturali. Con i 10 miliardi di euro immaginati si potrebbe realizzare fino a 70 nuovi impianti per la gestione dei rifiuti urbani e speciali su tutto il territorio nazionale, 39 nuovi digestori anaerobici per il trattamento della frazione organica, 17 termovalorizzatori, 10 impianti per il recupero dei fanghi.

Anche secondo Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua ambiente e energia) “il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta un’occasione storica per mettere in campo non solo risorse, ma soprattutto riforme che consentano lo sviluppo dell’intero settore”. Per Utilitalia infatti “nel Mezzogiorno si registra un fabbisogno impiantistico pari a 2 milioni di tonnellate per quanto riguarda i rifiuti organici e di 1,3 milioni di tonnellate per il recupero energetico. Attualmente l’effettivo riciclo si attesta al 38%, il recupero di energia al 21% e lo smaltimento in discarica addirittura al 41%. Il raggiungimento degli obiettivi di economia circolare produce benefici ambientali, economici e sociali: la realizzazione degli impianti porterebbe a un risparmio di 544mila tonnellate di CO2 equivalente all’anno, alla creazione di nuovi posti di lavoro, a servizi più efficienti e a tariffe più basse per i cittadini”.

Secondo quanto è emerso da parte di Fise Assoambiente “i fondi collegati a Next Generation costituiscono un’occasione unica per implementare una Strategia nazionale dei rifiuti; a patto però di spenderli efficacemente, privilegiando strumenti economici e incentivi e disincentivi, rispetto alla tradizionale spesa a pioggia. In questo senso la gestione dei rifiuti per le sue chiare ricadute sull’ambiente, rappresenta il destinatario ideale per prestiti, garanzie e cofinanziamenti a condizioni agevolate che potranno giungere dal bilancio comunitario a sostegno degli investimenti. Ulteriori ritardi avrebbero conseguenze devastanti e provocherebbero nuovi danni all’ambiente, oltre alla mancata valorizzazione economica dei rifiuti”.

Tre i passaggi economici fondamentali. Il primo: ripensare la tassazione ambientale, abolendo la tassa provinciale e l’addizionale per il mancato raggiungimento delle raccolte differenziate, aumentando il tributo speciale discarica e vincolandone il gettito al finanziamento degli impianti, in primis quelli del riciclo. Secondo: un nuovo sistema di Responsabilità estesa del produttore (Epr) che assicuri la copertura integrale dei costi efficienti di gestione degli imballaggi, estenda la responsabilità anche a rifiuti oggi non coperti, liberando spazi nella tariffa che possono essere destinati a migliorare la qualità del servizio. Terzo: introdurre i ‘Certificati del riciclo’, alla stregua dei ‘Certificati bianchi’ che comprovano l’efficienza energetica, veri e propri titoli negoziabili che attestano l’effettivo riciclo in Italia dei rifiuti e l’impiego di materie prime seconde al posto di quelle vergini. Infine è “necessario mettere in campo anche incentivi per sostenere la domanda di prodotti riciclati, come le aliquote Iva più basse per i prodotti contenenti materiale riciclato, l’imposizione di contenuti minimi obbligatori di materiali da riciclo nei prodotti, la promozione di ammendante organico, con Iva zero, il rafforzamento del Green public procurement (Gpp), gli acquisti verdi da parte della Pubblica amministrazione”.

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