Dal World Future Energy Summit di Abu Dhabi, il CEO di SkyPower Global racconta l’evoluzione del fotovoltaico, le criticità legate alle materie prime e perché l’Africa rappresenta oggi la più grande opportunità energetica globale

Il prezzo dell’energia solare potrebbe salire. E molto, se non si troverà una soluzione alla carenza di argento a livello globale. A dirlo al World Future Energy Summit di Abu Dhabi, è Kerry Adler, fondatore e CEO di SkyPower Global, che abbiamo intervistato presso lo stand dell’azienda ad uno degli appuntamenti internazionali di riferimento per il settore energetico. Con Adler abbiamo ripercorso la storia del gruppo, analizzato l’evoluzione del mercato delle rinnovabili e discusso delle grandi sfide che attendono il fotovoltaico a livello globale: dall’aumento dei costi delle materie prime alla centralità dell’Africa come nuovo motore della crescita, fino al ruolo delle reti elettriche e dello storage nella transizione energetica.
Iniziamo dalla storia di SkyPower Global, a quando risale il vostro ingresso nel mercato?
SkyPower è stata fondata nel 2003 e, all’epoca, si partiva da progetti di piccola scala: il nostro primo impianto era da 9 MW. Oggi non entriamo in un Paese per meno di un gigawatt. Paradossalmente, il costo per megawatt è diminuito, ma la dimensione degli investimenti richiesti è enormemente cresciuta. I mercati stanno evolvendo rapidamente e il tasso di adozione del solare è ormai molto elevato.
All’inizio tutti si sono concentrati sui mercati più semplici, dove il solare serviva a sostituire capacità esistente. In Ontario, negli Stati Uniti ad esempio, abbiamo ottenuto il 51% delle assegnazioni di mercato e contribuito a disegnare il programma di feed-in tariff canadese. Era semplice: si immettevano 10 MW in rete e il sistema li assorbiva senza problemi.
Il settore delle energie rinnovabili sta entrando in una fase più complessa: margini più stretti e costi del capitale in aumento. Dal suo punto di vista, cosa è cambiato rispetto a cinque anni fa nello sviluppo dei progetti?
Oggi la situazione è diversa. In Paesi come Cina, India ed Europa, il solare non è più una tecnologia sperimentale: è pienamente collaudata. Abbiamo impianti costruiti nel 2007-2008 che sono ancora operativi. Ma il vero futuro non è più nella sostituzione della generazione esistente: è nella nuova capacità, nella first power. Per questo il nostro focus oggi è l’Africa, seguita dal Sud America e dall’America Latina. Crediamo che la più grande opportunità globale sia proprio qui. Da alcuni anni abbiamo spostato la sede centrale negli Emirati Arabi Uniti, una scelta strategica che ci consente un accesso più rapido ai mercati, grazie a numerosi trattati di investimento e fiscali. È un Paese con una visione molto chiara: un’energia a basso costo, rapida da realizzare, è essenziale per lo sviluppo.
Un mercato in grande espansione, ma restano alcune criticità. Quali vede all’orizzonte per il settore?
Guardando al 2026, uno dei principali fattori di rischio che monitoriamo da oltre 18 mesi è l’argento. Oggi il prezzo dell’argento ha l’impatto maggiore sul costo dell’energia solare nei prossimi 12-24 mesi.
Diciotto mesi fa un modulo solare conteneva argento per 8-9 centesimi di dollaro; oggi siamo vicini ai 45 centesimi. L’argento è sempre più scarso: lo utilizzano i veicoli elettrici, i semiconduttori, l’industria, mentre la gioielleria rappresenta solo il 4-5% della domanda.
Chi produce moduli e non ha già messo in sicurezza la fornitura di argento oggi non sarà competitivo. Negli ultimi 12 mesi il prezzo è salito del 165% e non esistono, al momento, alternative tecnologiche mature: anche svilupparle richiederebbe almeno due o tre anni.
Ha la soluzione in tasca?
Oggi vediamo un eccesso di offerta di silicio e capacità produttiva, ma le vere strozzature del solare e dello storage sono argento e cobalto. Per questo stiamo diversificando: restiamo focalizzati sul utility-scale, ma dal 2026 entreremo anche nei sistemi modulari a rapida installazione. In Africa lavoriamo esclusivamente con i governi, attraverso partenariati pubblico-privati. Non partecipiamo ad aste né a tender. Tutti i progetti sono coperti da garanzie sovrane, i PPA sono denominati in dollari USA e questo elimina il rischio di cambio e di mancato pagamento per gli investitori.
Quindi è solo un pregiudizio, il fatto che diversi investitori considerino l’Africa un mercato rischioso?
È una percezione errata. Siamo presenti in Africa dal 2010. Abbiamo investito con prudenza, osservato, fatto crescere progetti come un giardiniere fa con le sue piante. Oggi possiamo dire che l’Africa è la più grande opportunità energetica globale. In realtà il rischio di mancato pagamento in Africa è inferiore rispetto a molti Paesi sviluppati. Una volta che l’energia viene fornita, non può non essere pagata: è essenziale per il funzionamento dello Stato. Prendiamo la Repubblica Democratica del Congo: stiamo ampliando la rete elettrica nazionale. Oggi il Paese ha poco più di 2 GW di capacità installata; un solo nostro progetto rappresenterà circa un terzo della capacità totale. Senza energia, non si sviluppa l’industria, e senza industria un Paese collassa.
La stabilità del sistema elettrico è stata decisiva anche in contesti come Egitto e Sudafrica. In Africa l’energia non sostituisce: abilita lo sviluppo. Inoltre, il continente è ricchissimo di risorse strategiche: il 60% del cobalto mondiale è in RDC, essenziale per l’80% delle batterie globali; rame in Zambia, Zimbabwe e RDC, indispensabile per l’elettrificazione e i data center.
Lei è canadese, quale strategia sta portando avanti la sua azienda in Canada e USA?
La nostra strategia nel mercato nordamericano, quindi Canada e Stati Uniti, è molto semplice: stare alla larga. Non perché sia un cattivo mercato, ma perché è qui che si concentrano le principali frizioni. Le sfide sono molteplici. Al di là di dazi governativi, importazioni e altre criticità, la vera difficoltà negli Stati Uniti – da quanto mi raccontano colleghi che sviluppano progetti lì da anni – è innanzitutto l’accesso alla rete e, in secondo luogo, il processo autorizzativo. Oggi in Africa riusciamo a ottenere i permessi ambientali in tre o quattro mesi, tipicamente in questo arco di tempo. Negli Stati Uniti e in Canada, come nella maggior parte dei Paesi sviluppati, invece, ci sono sempre numerose complicazioni: gruppi favorevoli, gruppi contrari. Ogni governo ha naturalmente il diritto di stabilire regole e normative in linea con la propria agenda, e per questo non critichiamo nessuno.
Dopo i blackout in Spagna e Portogallo, alcuni hanno attribuito la responsabilità al fotovoltaico. Il tema dell’intermittenza è ancora centrale?
Credo che una delle maggiori sfide che i Paesi sviluppati devono affrontare oggi sia l’obsolescenza delle loro reti elettriche. Basta guardare ai Paesi dell’ex Unione Sovietica – Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan –: tutti utilizzano sistemi praticamente identici, replicati all’epoca e in gran parte mai sostituiti. Anche in Paesi come l’India le perdite dovute a infrastrutture elettriche datate sono enormi. Il problema non è il solare, ma l’obsolescenza delle reti elettriche. Molti Paesi operano ancora con infrastrutture vecchie di decenni. Integrare le rinnovabili richiede tecnologie di grid forming avanzate. La vera sfida dei prossimi anni è l’enorme aumento della domanda elettrica. Entro il 2030 la capacità globale dovrà crescere di almeno cinque volte. Dove troveremo questa energia? Petrolio e gas sono costosi e insufficienti. Il solare è l’unica fonte scalabile, a basso costo e con input gratuito.
Oggi in molte aree del mondo il costo di generazione solare è di 1,5 centesimi di dollaro/kWh. Con l’accumulo si arriva a 6-8 centesimi: pienamente competitivo. Il problema, ancora una volta, è l’argento. Senza una soluzione alternativa, i prezzi dell’elettricità saliranno. Il futuro del solare è brillante. Ma la catena di fornitura delle materie prime sarà il vero banco di prova per la transizione energetica.












