Rinnovabili • Lazzaroni (UFI Hydrogen): “L’Idrogeno verde diventerà un asset strategico per l'Italia” Rinnovabili • Lazzaroni (UFI Hydrogen): “L’Idrogeno verde diventerà un asset strategico per l'Italia”

Lazzaroni (UFI Hydrogen): “L’Idrogeno verde diventerà un asset strategico per l’Italia”

L’AD della tech company italiana a KEY 2026: “Siamo tra i pochi al mondo a produrre membrane catalizzate. Ridotto drasticamente l’uso di iridio, ora puntiamo a minimizzarlo ulteriormente”. “Oggi la sovranità dell'idrogeno è un elemento essenziale per l'indipendenza energetica”. “E tra il 2030 e il 2035 l'idrogeno verde diventerà competitivo”. 

Lazzaroni (UFI Hydrogen): “L’Idrogeno verde diventerà un asset strategico per l'Italia”

L’idrogeno verde non è più solo una scommessa sulla sostenibilità, ma il pilastro per la sovranità tecnologica ed energetica del sistema Paese. A tracciare la rotta è Marco Lazzaroni, CEO di UFI Hydrogen, nel corso di un’intervista rilasciata a Rinnovabili a margine di KEY 2026.

L’azienda, costola tecnologica del Gruppo UFI (società privata italiana, leader internazionale in tecnologia di filtri e di thermal management), si posiziona come l’unica realtà italiana, e tra le pochissime a livello globale, specializzata nella produzione di MEA, acronimo di Membrane Electrode Assembly, il cuore pulsante di elettrolizzatori e fuel cell.

Vorrei innanzitutto capire come le tecnologie avanzate stanno aiutando a rendere l’idrogeno verde più efficiente, scalabile e pronto ad applicazioni reali.

Per rispondere alla sua domanda, vorrei premettere che il nostro compito nella filiera dell’idrogeno, in particolare quella dell’idrogeno verde, è di sviluppare la tecnologia MEA che parte da membrane catalizzate. Siamo particolarmente indirizzati verso una tecnologia PEM, Proton Exchange Membrane, per fare l’elettrolisi dell’acqua. Questa tecnologia utilizza materiali particolarmente preziosi, detti anche PGM – Platinum Group Metal – come il platino e l’iridio. Si tratta di catalizzatori essenziali che hanno, tuttavia, un costo importante e una scarsità di reperibilità. Il nostro compito è proprio quello di continuare a sviluppare su scala industriale nuove generazioni di MEA – ed è questa la grande difficoltà – capaci di utilizzare sempre meno di questi PGM, senza compromettere la performance a livello industriale.

Se ho ben capito, il vostro valore è nell’innovazione tecnologica che vi aiuta a limitare l’utilizzo di risorse preziose per arrivare a risultati comparabili con le tecnologie tradizionali che, invece, utilizzano quantità di questi materiali ben più alte, corretto?

Esattamente, sul fronte dell’elettrolisi è effettivamente così. Nel giro di due anni siamo stati in grado di ridurre drasticamente l’utilizzo dell’iridio; il prossimo passo è portarlo ad una quota minima, quasi irrilevante, determinando un impatto reale sui costi. Ma ci concentriamo anche sulle MEA per le fuel cell, un’altra area estremamente importante per l’Italia e l’Europa. Questa tecnologia è stata studiata originariamente per l’automotive con l’obiettivo di elettrificare i veicoli, ma oggi il fabbisogno si è spostato: certamente verso il trasporto pesante, ma anche verso l’energy storage. Parliamo di accumulatori in grado di stabilizzare la rete o di diventare soluzioni concrete di power backup e di “baseline” per alimentare, ad esempio, i data center: infrastrutture che si stanno diffondendo esponenzialmente in Italia, in Europa e nel resto del mondo e nei quali è essenziale garantire la continuità. 

I data center rappresentano un settore energivoro al pari delle industrie cosiddette “hard-to-abate” ma, invece di utilizzare l’idrogeno come materia prima, sfruttano l’elettricità green. Allo stato attuale, la tecnologia delle fuel cell non è ancora idonea a svolgere questo compito di stoccaggio energetico per i data center e necessita di evoluzioni tecniche.

Per questo motivo il mercato richiede oggi nuove tecnologie di fuel cell specificamente progettate per applicazioni di energy storage e accumulo. In questa direzione stiamo sviluppando, attraverso attività di ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica, una MEA dedicata a questo tipo di soluzioni. 

Continuando a parlare della catena del valore dell’idrogeno verde: quali sono, a suo avviso, gli aspetti tecnologici su cui è necessario lavorare maggiormente per raggiungere valori più elevati? Su quali punti occorre concentrare l’attenzione?

Secondo me è fondamentale inquadrare il tema dell’idrogeno nel contesto contemporaneo. Spesso si sottovaluta che l’idrogeno, pur nascendo da una narrativa “green”, rappresenta molto di più: oggi la sovranità dell’idrogeno è un elemento essenziale per l’indipendenza energetica. E mi riferisco alla capacità di autonomia di un Paese per controllare l’intera filiera, dalla produzione alla conversione energetica. Attualmente questa filiera in Italia presenta diverse lacune che ci costringono a cercare partner in Europa e, a volte, fuori dall’Europa.

Tuttavia, la capacità di produrre un vettore energetico là dove risiede il fabbisogno e senza dipendenze estere rappresenta una premessa strategica in una visione di gestione di un Paese. L’indipendenza energetica non implica che l’idrogeno debba sostituire le altre fonti, ma che debba entrare nel mix energetico con una percentuale molto più importante. Oggi in Italia rappresenta meno dell’1%, ma portandolo al 20-25% del mix, saremo già molto meno dipendenti da altre risorse che hanno un impatto estremamente negativo per la filiera industriale.

Dobbiamo orientare l’attenzione innanzitutto sulla filiera. L’Italia ha l’opportunità di attuare riconversioni industriali sfruttando la propria tradizione nell’automazione e nella meccatronica; queste competenze possono essere reindirizzate verso il “Balance of Plant” degli elettrolizzatori o delle fuel cell, completando così la filiera.

Lo stesso vale per il settore della robotica che, essendo energivoro, richiederà l’alimentazione tramite fuel cell o batterie. C’è bisogno, quindi, di colmare la filiera come prima cosa e di creare competenze specifiche, dal momento che molti laureati terminano gli studi senza la preparazione adeguata. Le figure che cerchiamo riguardano l’innovazione dei materiali, la chimica e l’elettrochimica.

Infine, abbiamo bisogno di creare partnership integrate di sistema, anche a livello nazionale, ad esempio tra le infrastrutture di trasporto del gas – metano e biometano – che possono alimentare le fuel cell. L’infrastruttura italiana si sta muovendo in questa direzione; occorre ora collaborare in modo più integrato e inserire nell’ecosistema una politica di incentivi coerente.

Dott. Lazzaroni, parliamo di visione. Sarebbe interessante capire se già esiste all’interno del vostro piano industriale, o comunque se esiste all’interno di una vostra visione, una tempistica sullo sviluppo reale dell’opportunità “idrogeno verde” e quando, secondo voi, si renderà davvero competitivo rispetto al gas naturale.

Noi siamo sponsor della transizione energetica, quindi non pensiamo di passare dall’oggi al domani a un contesto di energia basato esclusivamente sulla molecola verde competitiva; è un percorso graduale. Tuttavia, se dobbiamo dare un orizzonte temporale, sono convinto che tra il 2030 e il 2035 l’idrogeno verde diventerà competitivo. Ovviamente ogni previsione può essere smentita, ma fino a poco tempo fa nessuno avrebbe immaginato che un contesto di guerra avrebbe accelerato questo processo. In particolare, se in Italia verrà attuata una politica di incentivi OPEX, credo che si creerà una domanda finora rimasta incerta: gli industriali sono persone concrete che analizzano economics e KPI finanziari prima di avviare la transizione.

Alcuni imprenditori lungimiranti hanno già adottato formule di blending per bruciare, ad esempio nell’industria ceramica, una quota del 7% di idrogeno nei propri impianti; se i risultati saranno positivi, la percentuale di miscelazione aumenterà. È inoltre importante considerare che la maturità tecnologica di altre energie alternative, come la fissione di nuova generazione di cui si parla spesso, non è prevista prima del 2040; se poi guardiamo alla fusione nucleare, obiettivo ambìto da tutti, parliamo della seconda metà del secolo.

L’idrogeno, dunque, non è più solo un’opportunità per chi sostiene il “green”, ma un must-have nel mix energetico per chi vuole competere nei campi dell’intelligenza artificiale e della robotica, settori in cui Cina e Stati Uniti sono già molto aggressivi. Se l’Europa vuole restare al passo con la competizione – e l’Italia è tra i principali Paesi ad avere tutte le carte in regola, favorita anche da una posizione geografica strategica – dobbiamo necessariamente collaborare per spingere questa tecnologia tutti insieme. 

E’ una scommessa in cui dobbiamo credere e che possiamo vincere. 

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About Author / Mauro Spagnolo

Giornalista e comunicatore scientifico, si occupa da oltre trenta anni di sostenibilità energetica ed ambientale. È cofondatore della testata e suo direttore responsabile. È stato docente di “Impianti e compatibilità ambientale” presso la facoltà di architettura Università La Sapienza, responsabile scientifico del Corso di Alta formazione in “Efficienza energetica negli edifici” presso il Dipartimento di meccanica ed aeronautica della facoltà di Ingegneria Università La Sapienza oltre che docente in decine di Master universitari. Autore di vari libri, editoriali ed articoli tecnici, è tra gli esperti energetici della RAI per la quale fornisce contenuti e partecipazioni in diverse produzioni televisive e radiofoniche.