Centrali a carbone: Indonesia, il patto per il phase out dimentica 13 GW

Poche settimane fa il paese asiatico ha ricevuto 20 mld $ per abbandonare gradualmente il carbone. L’accordo siglato con Stati Uniti, Giappone e altri paesi dovrebbe riguardare anche gli impianti che operano in regime captive, ma la clausola è ambigua. E Jakarta non vuole rinunciare a quegli impianti

Centrali a carbone: all’estero, la Cina ha infranto le promesse
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Le centrali a carbone pesano sul 61% del mix elettrico del paese

(Rinnovabili.it) – Subito dopo aver ricevuto 20 miliardi di dollari per accelerare la transizione energetica, l’Indonesia si appresta comunque a costruire nuove centrali a carbone per altri 13 GW. Le clausole contenute nell’accordo, infatti, sono fumose e di difficile applicazione. Anche se, in teoria, sono state preparate proprio per affrontare il nodo di questi impianti. E hanno rischiato di far saltare l’accordo proprio nelle fasi conclusive dei negoziati.

Non il migliore degli esordi per un accordo, quello con l’Indonesia, che è la prima applicazione ad altri grandi inquinatori del “modello Sudafrica”, la Just Energy Transition Partnership. L’anno scorso alla COP26 un gruppo di paesi guidati da Stati Uniti ed Europa ha pattuito con il paese africano di finanziare con 8,5 miliardi di dollari il processo di abbandono del carbone. Quest’anno è stata la volta dell’Indonesia, il 5° maggior produttore di gas serra al mondo, con un mix elettrico che dipende al 61% dal carbone, nonché il primo esportatore di carbone termico del pianeta.

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Le centrali a carbone in questione sono difficili da cancellare. Non solo perché la clausola che le riguarda ha dei margini di ambiguità. Gli impianti, infatti, sono “coperti” dal fatto di essere inseriti nel piano decennale per l’energia 2021-2030 e sono blindati da un regolamento presidenziale ad hoc, approvato dalla presidenza indonesiana quest’anno, mentre i negoziati con i paesi donatori – guidati da Stati Uniti e Giappone – erano in corso.

Di che centrali si tratta? Tutti i siti hanno già un iter autorizzativo avviato e, soprattutto, operano in regime captive. Sono, cioè, centrali a carbone non collegate alla rete, che non contribuiscono alla generazione di elettricità per il fabbisogno nazionale, ma sono “dedicate” ad alimentare determinate industrie. Tra le quali quelle che processano minerali critici per la transizione energetica, a partire dal nickel che è essenziale per le batterie delle auto elettriche.

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