Centrali a carbone, il Giappone va contro l’accordo di Parigi

Dopo la crisi petrolifera degli anni ’70 e il disastro di Fukushima, il Giappone punta sull’energia a carbone in barba agli accordi di Parigi sul riscaldamento globale, sollevando le proteste delle comunità locali.

Centrali a carbone
Credits: Walkerssk da Pixabay

Il Giappone fa affidamento sulle centrali a carbone per oltre 1/3 delle sue esigenze energetiche e prevede di costruirne altre.

 

(Rinnovabili.it) – Il Giappone prevede di costruire fino a 22 nuove centrali a carbone in 17 siti diversi nei prossimi cinque anni. Insieme, le 22 centrali elettriche emetterebbero ogni anno quasi la stessa quantità di anidride carbonica prodotta da tutte le autovetture vendute annualmente negli Stati Uniti.

 

Il progetto ha provocato sconcerto nel paese, soprattutto da parte dei gruppi ambientalisti che, specie dopo Fukushima, hanno concentrato le loro proteste sull’energia nucleare. Per questa ragione, alcune associazioni e cittadini stanno citando in giudizio il governo giapponese per l’approvazione del nuovo piano. L’esecutivo, infatti, avrebbe dato l’ok senza procedere con una corretta valutazione ambientale. Nella denuncia, il riferimento non riguarda solo la qualità dell’aria, che peggiorerà necessariamente, ma anche le conseguenze del piano sui cambiamenti climatici.

 

Il Giappone, infatti, sta già facendo esperienza dei gravi effetti dovuti al riscaldamento globale. Un’ondata di calore ha ucciso oltre 1.000 persone nel 2018 e, secondo gli scienziati, non sarebbe potuta accadere se non come conseguenza del climate change. Non a caso, proprio a causa delle preoccupazioni per il caldo, il Comitato Olimpico Internazionale è stato costretto a spostare gli eventi della maratona delle Olimpiadi di Tokyo in una città più fresca, a circa 1100 km più a nord.

 

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Stando all’accordo di Parigi, il Giappone si è impegnato a frenare le emissioni di gas serra del 26% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2013, un obiettivo che è stato criticato per essere altamente insufficiente. Il Giappone, però, fa affidamento sulle centrali a carbone per oltre 1/3 delle sue esigenze energetiche e, mentre le vecchie centrali diventano obsolete, il paese prevede nel 2030 di soddisfare più di 1/4 del proprio fabbisogno energetico attraverso il combustibile fossile. “L’era del carbone sta finendo, ma per il Giappone si sta rivelando molto difficile rinunciare a una fonte di energia su cui fa affidamento da così tanto tempo”, ha dichiarato al New York Times Yukari Takamura, esperto di Politica Climatica presso l’Institute for Future Initiatives dell’Università di Tokyo.

 

L’appetito del Giappone per il carbone non dipende solo da Fukushima. Il consumo di carbone è in aumento da decenni, poiché il paese dipende dalle importazioni per la maggior parte del suo fabbisogno energetico e vuole fare di tutto per emanciparsi dal petrolio straniero a seguito degli shock petroliferi degli anni ’70. Fukushima, tuttavia, ha presentato un altro tipo di crisi energetica e ulteriori motivi per continuare a investire in carbone e mantenere, tramite il suo impiego, un mix diversificato di fonti energetiche.

 

Insieme al gas naturale e al petrolio, i combustibili fossili rappresentano circa 4/5 del fabbisogno elettrico del Giappone, mentre le fonti energetiche rinnovabili, guidate dall’energia idroelettrica, rappresentano circa il 16%. La dipendenza dall’energia nucleare, che una volta forniva fino a 1/3 della produzione di energia del paese, è precipitata al 3% nel 2017.

 

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Il Ministero del Commercio ha affermato di aver fornito una guida agli operatori nazionali delle centrali a carbone per liquidare le loro vecchie centrali e mirare a infrastrutture più efficienti, in grado di garantire la riduzione complessiva delle emissioni. Tuttavia, le linee guida non hanno potere vincolante e la decisione di rendere più efficienti le centrali spetta ai singoli operatori.

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