Spagna, meglio un buon Green Deal che un cattivo Trattato sulla Carta dell’Energia

Il documento protegge gli investimenti nelle fossili e aiuta le multinazionali contro gli Stati che vogliono impegnarsi nella transizione energetica. La Spagna vuole una riforma in linea con l’impegno UE sul clima

Trattato sulla Carta dell’Energia: anche la Spagna minaccia di uscire
Credits. Friends of the Earth via Flickr | CC BY-NC-ND 2.0

Madrid vuole una posizione chiara di Bruxelles sulla riforma del Trattato sulla Carta dell’Energia

(Rinnovabili.it) – Dopo la Francia e il Lussemburgo, anche la Spagna si schiera nel fronte del no. La riforma del Trattato sulla Carta dell’Energia è quasi una mission impossible, sostiene Madrid guardando ai pochissimi progressi fatti da luglio, quando i negoziati sono ripartiti. E mette dei paletti chiari: o il nuovo testo è perfettamente allineato all’accordo di Parigi sul clima, oppure è meglio che i Ventisette escano dal Trattato senza perdere altro tempo.

Il Trattato sulla Carta dell’Energia (ECT) unisce 54 membri da tutto il mondo e 40 paesi con status di osservatore ed è pensato per proteggere gli investimenti. Contiene una serie di disposizioni che regolano come risolvere le controversie tra Stato e azienda privata. Ma diventa un’arma formidabile in mano alle multinazionali, che possono intentare cause miliardarie contro i paesi grazie al meccanismo ISDS (Investor-State-Dispute-Settlement). L’ECT infatti tutela gli investimenti nelle fossili. Clausola a cui si appigliano le compagnie per portare gli Stati in tribunale, ogni volta che adottano politiche climatiche che possono danneggiare gli interessi delle fossili. Non è un’ipotesi di scuola: a inizio febbraio RWE ha chiesto l’arbitrato contro il piano dell’Olanda di eliminare gradualmente il carbone.

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La presa di posizione della Spagna arriva a meno di una settimana dalla formulazione della nuova posizione negoziale ufficiale di Bruxelles. Al momento, sembra probabile che la Commissione intenda lasciare in piedi la tutela per il gas naturale e gli investimenti nelle infrastrutture collegate fino al 2030 o addirittura al 2040. In pratica, così facendo il gas rischia di restare al centro della transizione energetica, togliendo spazio ad altri vettori energetici come l’idrogeno e alla crescita di eolico e solare.

La vice premier spagnola Teresa Ribera ha ventilato con forza l’opzione più estrema: l’uscita dal Trattato sulla Carta dell’Energia. Secondo Ribera, gli sforzi per riformare il trattato “dovrebbero essere chiari entro la fine dell’anno”, altrimenti meglio “iniziare a preparare un ritiro come Unione Europea o, nel caso sia necessario, considerare la possibilità che alcuni Stati membri” escano singolarmente dall’ECT. Su questa stessa posizione si erano schierati già lo scorso novembre circa 240 eurodeputati.

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