Direttiva UE “Case Green”, cosa prevede e perché preoccupa il governo

Mentre il Parlamento europeo si appresta a votare la propria posizione sull’EPBD, cresce il timore di obiettivi troppo impegnativi per l’Italia. Ecco perché

Direttiva UE Case Green
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Direttiva sul rendimento energetico degli edifici, nuove norme per tagliare consumi e CO2 dell’edilizia

(Rinnovabili.it) – I negoziati a tre non sono ancora iniziati ma in Italia si è già diffusa una profonda preoccupazione nei confronti della futura Direttiva UE “Case Green”. Parliamo dell’aggiornamento della Direttiva sul rendimento energetico degli edifici (Energy Performance of Buildings Directive – EPBD), uno degli elementi del celebre pacchetto “Fit for 55”. Il provvedimento, redatto dalla Commissione europea e oggi in mano ai co-legislatori, nasce con un preciso obiettivo: tagliare consumi ed emissioni dell’edilizia. 

Il testo originario era stato adottato nel 2010 e rivisto nel 2018 aumentando ambizione e portata. Ma dopo solo due anni l’Esecutivo europeo è tornato sulla questione per allineare le norme di settore ai nuovi obiettivi climatici che chiedono al Blocco di ridurre le emissioni di gas a effetto serra dell’UE di almeno il 55% nel 2030.

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Cosa prevede la direttiva UE Case Green?

Uno degli elementi qualificanti della bozza legislativa preparata da Bruxelles consistete nell’aver introdotto la nuova definizione di “edifici a emissioni zero” (ZEB) affinando quelle esistenti di “edifici a energia quasi zero” (nZEB) e “ristrutturazione profonda”, e inserendo nuovi obiettivi temporali

Tra le grandi novità dell’EPBD c’è anche l’introduzione di certificati di prestazione energetica (EPC) armonizzati, grazie ad una nuova valutazione standardizzata e uniforme che elimini le attuali discrepanze di metodologia fra gli Stati membri. 

Altra modifica essenziale richiesta dalla nuova direttiva Ue Case Green: l’applicazione di standard minimi di prestazione energetica. Il provvedimento, infatti, non stabilisce solo una data entro la quale tutti i nuovi edifici dovranno essere a zero emissioni, ma impone anche a quelli esistenti uno sforzo al miglioramento. Nel dettaglio il testo della Commissione prevede che tutti gli immobili pubblici e non residenziali raggiungano la classe F nel gennaio 2027 e quella E nel gennaio 2030. Per quelli residenziali le scadenze posticipano: classe F entro gennaio 2030 e classe E entro gennaio 2033.

Il pomo della discordia

È proprio la questione degli standard minimi di prestazione energetica a preoccupare il Governo Meloni, stando alle ultime battute riportate dalla stampa generalista. Il problema? Il patrimonio edilizio italiano è ancora molto indietro. Gli ultimi dati ENEA mostrano che oggi un edificio italiano su tre si trova in fondo alla scala prestazionale. Nonostante i miglioramenti messi in campo in questi anni, il 34,3% degli immobili rientra ancora nella classe G. E si tratta soprattutto di edifici residenziali. Secondo Ance oltre 9 milioni di unità abitative non sarebbero in grado, alle condizioni attuali, di garantire l’obiettivo UE nel tempo previsto.

In realtà le discussioni sull’aggiornamento della Direttiva sul rendimento energetico degli edifici sono ancora aperte. 

Il Consiglio dell’Unione europea, a cui ha preso parte anche il Governo Meloni, ha fissato la propria posizione sull’EPBD lo scorso ottobre riuscendo ad approvare un testo più morbido. I rappresentanti di Italia, Grecia, Polonia, Svezia, Slovenia e altri 12 Stati membri hanno dato battaglia per ottenere maggiore flessibilità. Nel dettaglio, il testo uscito dal Consiglio impone per il parco edilizio residenziale il raggiungimento di una classe D entro gennaio 2033, da portare entro il 2040 ad un “valore determinato a livello nazionale”.

Modifiche al testo sono ancora possibili. La direttiva UE Case Green deve ancora essere discussa dall’Europarlamento e gli eurodeputati potrebbero riuscire a rialzare l’ambizione. Da agenda l’Aula approverà la propria versione emendata il 24 gennaio. Solo allora inizierà il trilogo, la discussione a tre fra Consiglio, Commissione e Parlamento per trovare un testo di compromesso, con l’obiettivo – spera la Svezia a cui tocca il turno alla presidenza del consiglio – di chiudere i lavori prima dell’estate.

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