Nel 2025, per ogni dollaro destinato alle fonti fossili, le banche globali ne hanno erogati 0,97 alle fonti energetiche a basse emissioni. La parità sembra vicina, ma gli sforzi economici per non mancare i target climatici rimangono profondamente deboli.

La rincorsa della finanza verde
Prima del conflitto in Medio Oriente, prima che gas e petrolio tornassero ad accendere nuove preoccupazioni e appetiti, la transizione energetica aveva segnato alcuni punti a suo favore, come quello a livello di capitale di debito. Secondo l’ultimo rapporto Energy Supply Banking Ratios di BloombergNEF, nel 2025 i finanziamenti all’energia a basse emissioni hanno superato il traguardo dei 1.000 miliardi di dollari, avvicinandosi sempre più a quelli per i combustibili fossili.
Per intenderci: per ogni dollaro destinato a petrolio, gas e carbone, se ne contano 0,97 per rinnovabili e nucleare.
Finanziamenti all’energia a basse emissioni, siamo vicini al soprasso?
Beninteso, quello che a prima vista può sembrare l’approssimarsi di un pareggio, o addirittura di un sorpasso, nasconde all’interno trend meno positivi del previsto.
Innanzitutto il progresso globale rimane troppo lento per soddisfare gli obiettivi climatici internazionali. Sono trascorsi poco più di 10 anni dalla COP sul clima di Parigi, quando il mondo scientifico e i negoziatori hanno messo nero su bianco l’urgenza di rallentare il riscaldamento globale entro 1,5-2°C per evitare gli effetti peggiori, e quasi 5 anni dalla creazione della Net-Zero Banking Alliance (NZBA), con cui le Nazioni Unite hanno riunito oltre 130 tra i principali istituti bancari mondiali per sostenere entro il 2050 l’azzeramento delle emissioni finanziate.
Oggi sappiamo che lo sforamento di 1,5°C di riscaldamento sarà quasi inevitabile e la NZBA è stata smantellata: i grandi gruppi bancari hanno abbandonato l’alleanza, riducendola a semplice organismo consultivo.
Questa ritirata è palpabile. Nonostante il rapporto tra i finanziamenti all’energia low carbon e quelli alle fossili sia oggi di 0,97:1, in aumento rispetto al 2024, è ben lontano da quel 4:1 necessario alla transizione energetica.
E le maggiori banche in termini di volume di finanziamento dell’approvvigionamento energetico rimangono prevalentemente legate all’energia sporca. Basti pensare che, nonostante 26 dei prime 65 istituti abbiano ridotto i loro finanziamenti ai combustibili fossili nel 2025, nel complesso, i colossi del settore hanno destinato 906 miliardi di dollari a società operanti negli idrocarburi e nel carbone, con un incremento di 64 miliardi di dollari (+8%), rispetto al 2024.
Quali banche continuano ad investire nel fossile?
Chi tiene più saldamente la mano a petrolio e gas? JP Morgan, tra i primi istituti ad aver abbandonato la Net-Zero Banking Alliance dopo Goldman Sachs, si è classificata al primo posto per risorse a supporto delle fonti fossili, con circa 61 miliardi di dollari a fronte di $39 miliardi per le energie low carbon. Sul “podio” anche Citi con 48 miliardi di dollari alle fossili e 24 miliardi alle green energy e MUFG, 47 miliardi alle fossili, 29 miliardi alle fonti a basse emissioni.
Al contrario “nel 2025, la Bank of China si è confermata l’istituto con il più alto ESBR (Equity-to-Business Ratio) tra le maggiori banche, con un rapporto di 1,84:1, in forte crescita rispetto all’1,04:1 del 2024”, scrive BloombergNEF. “È inoltre l’unica tra le prime 10 banche ad aver registrato un miglioramento costante del rapporto anno su anno, passando da un valore di appena 0,58:1 nel 2021”.
Cina ed Europa vs America del Nord
Non solo. Esiste una forte divergenza regionale che mostra quanto ardua sarà la partita soprattutto in futuro. I dati di BNEF evidenziano la Cina e l’Europa in forte accelerazione grazie a nuovi investimenti bancari nella transizione, mentre il Nord America continua a privilegiare il settore petrolifero e carbonifero.
Nel dettaglio, l’Energy Supply Banking Ratio (ESBR), un indice che misura l’operato delle banche nel tracciare, sottoscrivere e facilitare i flussi di capitale per l’energia attraverso obbligazioni societarie, prestiti, project finance ed emissioni azionarie, evidenzia una spaccatura netta.
Nella Repubblica popolare l’ESBR è salito a 1,6:1, guidato principalmente dal mercato del debito per l’ammodernamento delle reti elettriche; in Europa ha raggiunto 2,5:1 grazie a finanziamenti bancari orientati all’eolico offshore. Al contrario in Nord America l’indice è sceso a 0,5:1 trainato dalle grandi operazioni delle major petrolifere e da un livello record di 46 miliardi di dollari per il settore del carbone.
Cosa succederà ora?
Difficile capire come evolverà la questione fintanto che il conflitto tra Stati Uniti e Iran andrà avanti. Appare scontato che l’approvvigionamento energetico continui a registrare finanziamenti in crescita, ma al momento l’ago punta verso l’energia fossile.
Una delle probabilità, che non gioca certo a favore della transizione, è che le banche concedano enormi volumi di crediti alle società midstream per costruire velocemente infrastrutture alternative. Ma almeno per Cina e Paesi UE, la leva dell’elettrificazione dovrebbe continuare a macinare investimenti.












