• Articolo Roma, 1 luglio 2015
  • Forti indizi reperiti dalla Campagna Stop TTIP

    ISDS: stavolta tocca allo Spalma Incentivi?

  • Il nostro Paese potrebbe essere presto colpito da un secondo caso ISDS. Lo Spalma Incentivi di Renzi sarebbe la misura contestata

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(Rinnovabili.it) – Un’altro caso ISDS starebbe per trafiggere il governo Italiano. E anche questa volta si tratta di ricorsi da parte di investitori esteri contro misure dell’esecutivo riguardanti il fotovoltaico. Nel mirino di diversi soggetti, che avrebbero avviato la procedura di arbitrato internazionale previsto dal trattato sulla Carta dell’Energia, c’è lo Spalma Incentivi del governo Renzi, che opera una rimodulazione retroattiva del sistema incentivante per gli impianti ad energia solare.

 

La rivelazione porta la firma della Campagna Stop TTIP Italia: nello spazio di una settimana gli attivisti hanno scoperchiato due vasi di Pandora che al ministero dello Sviluppo Economico tentavano di sigillare. Il basso profilo è motivato dalle forti critiche internazionali alle clausole ISDS, che mettono in mano all’investitore estero l’arma dell’arbitrato commerciale. La società civile di tutta Europa è preoccupata di un suo inserimento nel controverso accordo di libero scambio tra USA e UE, il TTIP. Un accordo che il governo italiano difende a spada tratta, minimizzando i rischi dell’ISDS che vi è incluso. L’Italia fino a pochi giorni fa vantava zero denunce all’ICSID, il tribunale della Banca Mondiale che ospita i casi di arbitrato commerciale. Ma poi è esploso il bubbone. Il 24 giugno è stato reso noto il ricorso di tre investitori esteri, che hanno preso di mira il nostro Paese impugnando il decreto Romani del 2011, recante disposizioni di taglio degli incentivi al fotovoltaico. Questo evento ha portato il nostro Paese a rescindere il trattato sulla Carta dell’Energia, che diverrà effettivo solo fra 20 anni. Le nuove rivelazioni mostrano che, con tutta probabilità, l’Italia si troverà presto alla sbarra anche per lo Spalma Incentivi. L’avvocato Rosella Antonucci, dello studio Legance, segue casi di arbitrato internazionale: è lei a chiarire che la clausola ISDS inserita nell’Energy Charter Treaty è stata invocata da un certo numero di soggetti. «Seguiamo con molta attenzione, insieme ai soci della nostra practice di litigation, le vicende relative agli arbitrati ECT – spiega l’avvocato – Molti nostri clienti stanno considerando di avvalersi di questo rimedio in relazione agli effetti dello Spalma Incentivi». L’iter si trova ancora alla «fase di pre-notifica», ma se il decreto Romani – che non conteneva tagli retroattivi – è finito nella spirale dell’arbitrato, la probabilità che l’ICSID apra una nuova procedura contro l’Italia pare difficilmente scansabile. La possibile dichiarazione di incostituzionalità del provvedimento – attualmente in mano alla Corte Costituzionale – potrebbe costituire ulteriore indizio, per il tribunale, che la violazione esiste, e concretizzare il rischio sanzioni. Dopotutto, fino ad oggi è bastato molto meno. Nel 2009 la città di Amburgo, per non pagare un risarcimento di 1.4 miliardi di euro alla Vattenfall, ha dovuto rinunciare a imporre il divieto di scarico nel fiume Elba delle acque reflue prodotte da una centrale a carbone gestita dal colosso svedese.

 

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Nel tritacarne dell’arbitrato, dunque, non finiscono solo provvedimenti censurabili come i colpi di scure sulle energie pulite. Anzi, spesso le aziende impugnano normative in difesa dell’ambiente, dei lavoratori o dei servizi pubblici. Possono farlo sfruttando definizioni volutamente vaghe di principi come la “non discriminazione”, l’“espropriazione indiretta” o il “trattamento giusto ed equo”, inserite nei trattati internazionali sul commercio e gli investimenti. È successo quando l’Argentina, in risposta alla crisi del 2001, ha congelato le tariffe di servizi di base come acqua ed energia. La società francese Suez, capofila di un consorzio che aveva in concessione l’approvvigionamento idrico di Buenos Aires, ha citato il governo in opposizione al tetto sulle tariffe, appellandosi alla clausola ISDS del trattato tra Argentina e Francia. Il tribunale non ha ancora decretato l’ammontare della compensazione, sebbene abbia condannato il governo per aver violato i termini del “trattamento giusto ed equo” dovuto all’investitore estero. Il consorzio chiede 1.2 miliardi di euro.

 

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Chi guadagna dall’ISDS?

Washington spinge per l’inserimento nel TTIP di queste formule fumose e interpretabili a piacere dagli scaltri avvocati commerciali. La Commissione Europea e la maggioranza dell’Europarlamento (Socialdemocratici e Popolari in testa) sono concordi. Ma l’opinione pubblica è decisamente preoccupata per i rischi che i singoli Stati potrebbero correre, se denunciati dalle multinazionali americane. Negli ultimi 20 anni, i governi dell’UE sono stati costretti a pagare più di 3.5 miliardi di euro in risarcimenti alle imprese private da corti di arbitrato internazionale. E questi sono dati relativi soltanto a 14 dei 127 processi che gli Stati membri hanno dovuto subire. Degli altri si sa pochissimo, o addirittura niente, perché si svolgono presso corti private, a porte chiuse, senza possibilità di appello. Il sistema genera fiumi di denaro per un ristretto pool di avvocati che gestisce il sistema, svolgendo ora l’incarico di legale, ora quello di giudice, o anche l’uno e l’altro in processi paralleli e fra di loro collegati. Le accuse di conflitto di interessi piovute da ogni parte hanno portato la Commissione Europea ad immaginare un ISDS più “soft” per il TTIP: «Va riformato, non cancellato», ha dichiarato infatti la Commissaria al Commercio, Cecilia Malmström. Che ad inizio maggio ha lanciato la sua proposta: obbligo per gli investitori di scegliere tra le corti nazionali e l’arbitrato, istituire un secondo grado per eventuali appelli, creare una lista pubblica degli arbitri. Nessun accenno ai tempi di entrata in vigore delle correzioni, peraltro respinte dagli USA nello spazio di 24 ore. Nessuna motivazione della necessità di offrire una corsia preferenziale, svincolata dai meccanismi democratici, agli investitori americani rispetto a quelli locali (che possono appellarsi “solo” alla legislazione ordinaria).

 

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Quel che si sa per certo, è che la difesa in un caso ISDS costa in media 8 milioni di dollari. La possibilità per i tribunali di comminare danni per importi pressoché illimitati rappresenta una minaccia che può inibire il potere regolatorio dei governi, togliendo loro risorse destinate a politiche sociali. Anche perché il pubblico perde il 60% delle cause. Nel 2012 una corte ISDS ha condannato l’Ecuador a pagare 1,77 miliardi di dollari alla statunitense Occidental Petroleum. Gli interessi e le spese legali hanno portato l’importo finale a 2,4 miliardi di dollari, cifra pari alla spesa annuale del Paese per la sanità, che garantisce servizi a sette milioni di persone.

 

Ai governi non resta, una volta scottati, che rescindere trattati che prevedano la clausola ISDS a tutela dell’investitore estero. Ma non è così semplice, altrimenti l’Italia, che è uscita dalla Carta dell’Energia, sarebbe al riparo dal probabile prossimo processo. Le imprese che hanno investito nel nostro Paese a seguito del trattato, come accade per la maggior parte degli accordi di libero scambio, saranno coperte per altri 20 anni, potendo intentare al governo nuove cause. Se nell’ambito dell’ECT gli arbitrati potranno riguardare soprattutto il settore energetico, con il TTIP investirebbero tutti i settori della vita sociale. Ma tutto questo, al momento, non interessa.

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