Il 29 settembre è la Giornata internazionale per responsabilizzare sugli sprechi alimentari, un momento per riflettere su uno squilibrio alimentare inaccettabile dal punto di vista etico e sociale, ma anche ambientale

Ogni anno si perde un terzo del cibo prodotto
La Giornata internazionale della consapevolezza delle perdite e degli sprechi alimentari è nata nel 2019.
L’ONU decise di dedicare il 29 settembre a una Giornata agli sprechi alimentari quando il Rapporto The state of food security and nutrition in the world evidenziò che nel 2019 quasi 690 milioni di persone avevano sofferto la fame.
La situazione non è cambiata da allora, anzi i conflitti in corso l’hanno peggiorata e di fatto ogni anno si perde più di 1 miliardo di tonnellate di cibo – ovvero circa un terzo del cibo prodotto – lungo la filiera agroalimentare.
Questo inaccettabile squilibrio tra chi ha troppo e chi ha troppo poco non è solo un problema etico e sociale, ma anche ambientale.
Gli sprechi alimentari pesano anche sull’ambiente
La produzione di cibo comporta emissioni di gas climalteranti e tutto quello che viene perso o sprecato – in qualunque passaggio della filiera agroalimentare – è un rifiuto che deve essere smaltito, con ulteriore impatto ambientale.
L’aumento delle emissioni, inoltre, moltiplica e amplifica gli eventi climatici estremi, come alluvioni e siccità, che compromettono i raccolti e generano ulteriore insicurezza alimentare in una spirale senza fine.
Gli sprechi alimentari non riguardano solo il cibo in sé, ma anche quello che serve a produrlo come l’acqua, l’energia e il lavoro: nel 28% dei terreni agricoli (circa 1,4 miliardi di ettari) si produce cibo che non raggiungerà nessuna tavola.

Spreco zero, un’utopia globale?
Mancano cinque anni al 2030, ma l’Obiettivo 2 (Fame zero) dell’Agenda 2030 dell’ONU sembra francamente irraggiungibile.
Perdite e sprechi alimentari sono un problema globale, e questa Giornata internazionale ci riporta con i piedi terra. È realistico pensare che la situazione sia risolvibile?
Secondo l’agroeconomista Andrea Segrè, è un’utopia a livello globale, ma a livello nazionale e regionale ci sono spiragli positivi, come ha spiegato alla presentazione del nuovo Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher, che ha creato e dirige.
In Italia, ad esempio, si registra un lento miglioramento. Chi sono i più virtuosi? Il Nord e il centro, le famiglie con figli e i grandi comuni. In dieci anni lo spreco settimanale pro capite è sceso di 95 grammi, ma 555 grammi sono ancora ben lontani dal traguardo fissato dall’ONU per il 2030. Gli alimenti più sprecati sono anche quelli più deperibili: frutta, verdura e pane.
Alcune domande chiave
- Quanto costano gli sprechi alimentari? Tanto, ma non ce ne rendiamo conto perché gettiamo piccole dosi di cibo che ci sembrano irrilevanti. In realtà, ogni anno buttiamo 100 Kg di cibo a persona che costano quasi 400 euro a testa. In pratica è come se buttassimo due mesi di spesa.
- Si può misurare lo spreco per correggerlo? Molto utile in questa direzione è lo Sprecometro, un’app gratuita e senza pubblicità contro gli sprechi alimentari che misura la perdita economica, l’impronta carbonica e quella idrica.
- Quando cominciare a sensibilizzare le persone sugli sprechi alimentari? Prima possibile, per questo si chiede da più parti l’inserimento di un vero piano di educazione alimentare nelle scuole fin dai primi anni.
- Ognuno di noi può fare qualcosa? Sì. L’app Too Good To Go offre un’opportunità win-win: io risparmio e se ne giova anche l’ambiente. L’app, infatti, permette di acquistare a prezzo ridotto il cibo ancora buono da mangiare ma non più vendibile. È stato un successone: in poco più di sei anni la community di Too Good To Go – 11 milioni di utenti e 26mila esercizi commerciali – ha salvato dalla spazzatura oltre 30 milioni di pasti.
Responsabilizzare partendo dall’educazione alimentare
Matteo Vittuari, docente di Politiche alimentari nell’Università di Bologna e responsabile dei programmi internazionali di Waste Watcher, ha spiegato come costruire in concreto un’educazione alimentare e quindi una responsabilizzazione nei confronti degli sprechi alimentari.
Nelle mense scolastiche si fa precedere il primo piatto (di solito la portata più gradita) dalla verdura che arriva in tavola quando si ha più fame. Un’azione dal duplice valore: limita gli sprechi di verdura e aiuta a consumare elementi particolarmente sani delle diete.
Cosa possiamo fare noi?
Come possiamo capire se un alimento è ancora buono? Oltre a distinguere tra l’etichetta “consumare entro” e quella “consumare preferibilmente entro” (che ha dei tempi di tolleranza entro i quali il cibo è perfettamente commestibile senza rischi), saranno i nostri sensi a darci una mano risolutiva: osserva, annusa, assaggia. Se l’aspetto, l’odore o il sapore di un cibo non sono convincenti, meglio non rischiare.
Possiamo evitare gli sprechi alimentari con comportamenti facili da mettere in pratica? La risposta è affermativa. Andiamo a fare la spesa con la lista e non quando siamo affamati, prima di cedere alle sirene delle offerte speciali controlliamo le scadenze e cerchiamo di capire se stiamo per comprare qualcosa di cui abbiamo effettivamente bisogno, riponiamo il cibo in frigo/freezer/dispensa mettendo in uscita il più deperibile o con la scadenza più vicina.
Combattere gli sprechi alimentari è una missione possibile, alla portata di tutti, e tutti insieme possiamo fare la differenza.
Certo, serve solo un po’ di impegno, ma a ben vedere nemmeno troppo. Una volta prese le buone abitudini, i buoni comportamenti verranno in automatico, senza nemmeno doverci pensare.













