Necessario anche ridurre la dipendenza da un unico corridoio idroelettrico, integrando energia solare e sistemi di stoccaggio a batterie e rafforzando l'interconnessione di rete.

Operazioni di soccorso ancora in corso in Nepal nei tunnel dell’idroelettrico
Le inondazioni in Nepal hanno svelato i rischi per l’idroelettrico causati da un clima lungo il sistema montuoso dell’Himalaya che diventa sempre più caldo. Il 26 agosto il crollo improvviso di una sezione di un ghiacciaio ad alta quota, nella regione di Langtang, in Nepal al confine con il Tibet, ha scatenato un’enorme colata di fango, ghiaccio e rocce, ostruendo e devastando la valle dei fiumi Bhotekoshi e Trishuli. La catastrofe ha provocato più di 1.200 vittime confermate e migliaia di dispersi tra Nepal e Tibet. L’inondazione ha travolto interi villaggi, centri abitati e infrastrutture. Molti impianti idroelettrici sono stati parzialmente o completamente sotterrati dal fango e dai detriti, intrappolando centinaia di lavoratori in Nepal nei tunnel delle gallerie sotterranee e delle sale turbine.
I danni alle centrali idroelettriche e alla capacità energetica complessiva del Nepal
Le inondazioni e il massiccio flusso di ghiaccio, roccia, fango e detriti nel corridoio Bhotekoshi-Trishuli hanno causato gravi danni ai progetti idroelettrici e ad altre infrastrutture. Il disastro ha messo fuori uso quasi 430 MW di capacità di generazione. Considerando che la capacità elettrica totale installata in Nepal attualmente è intorno ai 4.300 MW, significa che un singolo evento calamitoso ha distrutto quasi il 10% della capacità di generazione del Paese. Almeno 12 progetti idroelettrici sono stati colpiti, tra impianti già in funzione e cantieri. I danni, tuttavia, non si limitano alle centrali. Strade, ponti, linee di trasmissione, sottostazioni, gallerie, campi base per la costruzione e altre infrastrutture di supporto sono stati gravemente danneggiati.
Il Governo ha stimato che la ricostruzione in totale potrebbe costare tra i 4 e i 5 miliardi di dollari statunitensi. Una centrale idroelettrica non è solo un edificio di produzione. È una catena che comprende: bacino e opera di presa del fiume, galleria, condotta forzata, centrale elettrica, sottostazione, linea di trasmissione e rete. Se un solo anello di questa catena viene danneggiato, l’intero impianto si ferma. Ecco perché il disastro è un danno grave per l’intero sistema infrastrutturale.
I cambiamenti climatici mettono a serio rischio il settore idroelettrico del Nepal soprattutto perché la maggior parte dei progetti idroelettrici si trova in aree montane ripide e sensibili.
Uno di questi rischi è costituito dalle esondazioni dei laghi glaciali. In Nepal ci sono 42 laghi glaciali a rischio critico. Con lo scioglimento dei ghiacciai e l’espansione di alcuni laghi glaciali, aumenta la probabilità di inondazioni improvvise. Un altro rischio primario è rappresentato dalle precipitazioni estreme. Piogge molto intense in un breve lasso di tempo possono aumentare il livello dei fiumi in maniera anormale.
A questi pericoli si aggiunge il rischio di frane. Forti piogge, variazioni nelle condizioni di neve e ghiaccio e terremoti possono rendere instabili i pendii montani. Una frana può bloccare un fiume, danneggiare una strada o un traliccio di trasmissione, oppure creare un’altra inondazione a valle. I sedimenti e i detriti costituiscono poi un’ulteriore grande fonte di preoccupazione. Inondazioni violente possono portare enormi quantità di sabbia, ghiaia e rocce nel corso dei fiumi, danneggiando le prese d’acqua, i dissabbiatori e aumentando l’erosione dei componenti delle turbine. Le variazioni nelle precipitazioni nevose e nello scioglimento dei ghiacciai possono influenzare sia la quantità sia le tempistiche dell’acqua disponibile per la generazione di energia, un fattore altamente critico per gli impianti ad acqua fluente come quelli del Nepal.
Perché il Nepal non può fare a meno dell’idroelettrico
Oltre il 90% dell’energia del Paese dipende dal settore idroelettrico, che sostiene industrie, crea lavoro, attira investimenti esteri, genera entrate fiscali e riduce l’importazione di combustibili fossili. Dunque, con il danneggiamento degli impianti si perdono energia e ricavi. I danni comportano costi enormi di riparazione e determinano un calo di fiducia degli investitori.
Il settore resta quindi fondamentale per lo sviluppo economico e le capacità di esportazione in un Paese dove il PIL nominale è di 45,84 miliardi di dollari. Il Nepal è al il 104esimo posto nel mondo per PIL, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Le inondazioni in Nepal sono un problema anche per l’India
In Nepal scorrono più di 6mila fiumi, ruscelli e torrenti e tutti confluiscono nel bacino idrografico del Gange. Da sette a nove fiumi principali scorrono dal Nepal verso le pianure indiane e sono responsabili delle inondazioni in India, come spiega anche questo articolo della BBC. La Central Water Commission dell’India individua il Kosi, il Gandak, il Bagmati e il Ghaghara tra i principali fiumi transfrontalieri.
In Nepal ci sono tre sistemi fluviali principali: il Kosi o Koshi a Est, di cui il Bhote Koshi è un affluente; il Gandaki (che in India si chiama Gandak) al centro e il Karnali (Ghaghara in India) a Ovest, con il Mahakali (Sharda in India) lungo il confine occidentale. Un’altra dozzina di fiumi minori nascono nelle colline di Siwalik e Chure, inclusi il Bagmati, il Kamala, il Rapti e il Babai, che sarebbero in grado di generare inondazioni più rapide e imprevedibili poiché i loro bacini idrografici sono piccoli e ripidi.
Pertanto, la gravità di un’inondazione in India dipende da ciò che l’acqua trova sul proprio cammino: il volume di pioggia sul lato indiano, quanto è pieno il Gange, quanto sono forti gli argini e il livello di ostruzione costituito da strade, ferrovie e insediamenti sulla piana alluvionale. Di conseguenza, la portata di picco al confine è in gran parte determinata dalle precipitazioni in Nepal. La gravità dell’inondazione dipende però almeno in egual misura dalle condizioni presenti in India.
Lavoratori intrappolati in Nepal nei tunnel: come ricostruire meglio e in modo più sicuro
“Non credo che il Nepal debba semplicemente ricostruire tutto esattamente com’era prima. In primo luogo, dobbiamo capire perché l’infrastruttura ha ceduto. L’approccio di base dovrebbe essere: ricostruire meglio e in modo più sicuro, considerando geologia, condizioni sismiche e future condizioni climatiche“, ha detto a Rinnovabili Mahesh Thapa, ingegnere presso l’Hydro Operation & Maintenance Services Pvt Ltd (HOMS) e impegnato da 20 anni nel settore.
Ad esempio, se un trasformatore, una sala di controllo, una stazione di smistamento o un’altra apparecchiatura critica si trova in un’area fortemente esposta alle inondazioni, non si può semplicemente sostituire i componenti danneggiati. Le apparecchiature critiche dovrebbero essere protette dai livelli di piena, per quanto possibile. Laddove richiesto, dovrebbero essere presi in considerazione un drenaggio adeguato, barriere antiallagamento, canali di deviazione, strutture di contenimento e fondamenta più solide. Anche le infrastrutture di trasmissione richiedono maggiore attenzione. I tralicci potrebbero necessitare di fondamenta più forti e di una migliore protezione contro le frane e l’erosione fluviale.
Inoltre, strade e ponti dovrebbero essere progettati considerando la possibilità di eventi estremi. I sistemi di allarme rapido sono un’altra priorità. Stazioni idrometeorologiche, monitoraggio del livello dei fiumi, delle precipitazioni, dei laghi glaciali e delle frane dovrebbero essere collegati ai progetti idroelettrici e alle comunità vicine. Se viene rilevato un evento estremo a monte, dovrebbe esserci un allarme tempestivo in modo che gli operatori possano adottare le misure necessarie, proteggere le apparecchiature, arrestare gli impianti in sicurezza dove richiesto e spostare lavoratori e residenti locali in zone sicure.
È necessario migliorare anche la preparazione alle emergenze. Ciascun progetto idroelettrico dovrebbe disporre di procedure chiare per l’evacuazione in caso di inondazione, arresto di emergenza, strumenti per la sicurezza nelle gallerie e per il tracciamento del personale, specifiche operazioni di soccorso e maggiore comunicazione e coordinamento con le autorità locali.
Come ricostruire: principi e strategie
Il principio guida d’ora in poi dovrà essere “Build Back Better and Build Back Safer” (Ricostruire meglio e in modo più sicuro) e garantire:
- Rivalutazione dei siti: analizzare i rischi (GLOF o inondazione da svuotamento repentino di un lago glaciale, frane, sedimenti, sismicità) chiedendosi se il sito sarà sicuro per i prossimi 30-50 anni.
- Protezione delle apparecchiature critiche: posizionare sale di controllo, trasformatori e sottostazioni al di sopra dei livelli di piena credibili; installare barriere antiallagamento e canali di deviazione.
- Progettazione per condizioni estreme: utilizzare parametri adeguati per le massime piene e detriti futuri.
- Rafforzamento della trasmissione: rendere più solide le fondamenta dei tralicci e proteggere le vie d’accesso.
- Sistemi di allarme rapido: monitoraggio in tempo reale di piogge, livelli dei fiumi e laghi glaciali per inviare allerte automatiche agli impianti e alle comunità.
- Preparazione alle emergenze: piani d’evacuazione chiari, sicurezza nelle gallerie e coordinamento con le autorità locali.
L’integrazione con l’energia solare
Sarà anche opportuno ridurre la dipendenza da un unico corridoio idroelettrico, integrando energia solare e sistemi di stoccaggio a batterie e rafforzando l’interconnessione di rete. “Il Nepal non dovrebbe dipendere completamente da una sola fonte di energia o da un solo corridoio di trasmissione. L’idroelettrico rimarrà la fonte principale, ma il solare, lo stoccaggio a batterie e reti di trasmissione più solide possono fornire un supporto aggiuntivo in caso di disastro“, ha concluso Mahesh Thapa.
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