Il Nepal sta soffrendo per il cambiamento climatico causato da altri. Ancora molto lavoro da fare con la Cina in termini di condivisione di dati a livello regionale.

Il racconto delle prime ore del disastro in Nepal
Quando dal finestrino di un’utilitaria ascolti il flauto dalle cuffiette e guardi le montagne ricoperte di foresta che si tuffano a capofitto nei fiumi, non pensi che da un momento all’altro potresti ritrovarti nel mezzo di una tragedia. Eppure, è quello che mi è successo la mattina del 26 agosto 2026, giorno passato alla storia per il disastro del Nepal.
Costeggiando il Bhote Kosi siamo stati costretti a fermarci per via di una coda lunghissima di veicoli e camion. Dal finestrino ho visto alcune persone che si sporgevano, guardavano in basso il corso del fiume e scuotevano la testa molto preoccupati. “Si è rotta una diga“, così ci è stato detto, senza altri dettagli. Sono scesa dall’auto e ho iniziato a chiedere in giro: “Ci sono feriti?“. “No, no“, mi hanno risposto. Il mio autista ha deciso di percorrerne una alternativa e, da quel momento, è iniziata la nostra corsa verso la capitale Kathmandu, dove avevo un’intervista già fissata. Abbiamo percorso strade sterrate e mulattiere ad alta velocità con il clacson spianato, provando a evitare incidenti frontali con altri veicoli.
In quelle 12 ore di salite e discese stiamo stati, però, perlopiù soli, a parte la compagnia di alcuni pastori. L’area colpita dall’inondazione continuava a essere inaccessibile e tagliata fuori da ogni tipo di comunicazione. Intanto, arrivavano le prime, confuse, notizie. Solo dopo alcune ore si è iniziato a parlare del probabile collasso di un pezzo di ghiacciaio al confine con il Tibet.
Intanto, la temperatura dell’auto saliva troppo e ci obbligava fare delle soste. Ogni volta, l’autista apriva il cofano e armeggiava con il motore. In una di queste pause, immersa tra le nuvole, ho mangiato Sel Roti, le tradizionali ciambelle fritte, e ho giocato con una bambina molto sveglia e curiosa. Non avrei mai immaginato di imbattermi e toccare quasi con mano gli effetti più drammatici del riscaldamento globale, che cerco di spiegare come meglio mi è possibile. Solo a sette giorni di distanza ho capito di aver avuto tanta fortuna.
Il disastro del Nepal ha un legame molto forte con l’aumento delle temperature globali
L’indagine sulle cause sul disastro del Nepal è ancora in corso ma appare chiaro che si sia formata una valanga di roccia e ghiaccio, una massa enorme del ghiaccio della montagna si è staccata ed è precipitata giù a valle. Si sta anche discutendo del permafrost, ovvero lo strato di terreno, roccia e sedimento congelato. Anch’essa si sarebbe sciolta. Quanto accaduto sembra avere un legame molto forte con l’aumento delle temperature globali. “Il legame sembra perfettamente chiaro: quando la temperatura sale, la neve si scioglie. Saranno molto probabilmente queste le conclusioni: il disastro in Nepal è stato il risultato del riscaldamento globale“, ha spiegato a Rinnovabili Manjeet Dhakal, consulente principale della Presidenza del Gruppo dei Paesi Meno Sviluppati (LDC) sul Cambiamento Climatico.
L’effetto dell’inondazione è stato così esteso e devastante anche perché tutto si è verificato in un lasso di tempo molto breve, lasciando circa 10 minuti per reagire. Molti dei sistemi di allerta precoce in funzione non sono stati in grado di rispondere tempestivamente e le persone non hanno avuto tempo sufficiente per attivarsi.
I climatologi e in particolare il rapporto dell’IPCC, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, hanno affermato chiaramente che l’intensità e gli effetti degli eventi climatici estremi continueranno ad aggravarsi. Lo hanno scritto chiaramente anche nella ricerca a cui ha preso parte lo stesso Manjeet Dhakal relativa a perdite e danni climatici. In Nepal abbiamo visto quali sono le conseguenze di ciò che la scienza del clima continua a dire da molto tempo senza tuttavia essere ascoltata.
Non diamo la colpa al modello di sviluppo nepalese
Alcuni osservatori hanno sostenuto che il bilancio del disastro possa essere stato aggravato dall’urbanizzazione incontrollata sviluppatasi lungo la riva del fiume esondato. Sì, è vero: le civiltà si sono sviluppate lungo i fiumi. Le strade in montagna vengono solitamente costruite lungo il corso del fiume piuttosto che attraversare la montagna stessa perché sarebbe molto più complesso percorrerle.
Tuttavia, Manjeet Dhakal non ci sta ad arrendersi a queste critiche: “Invece di dare la colpa al modello di sviluppo nepalese, penso che dovremmo prendercela con chi è più responsabile del riscaldamento del pianeta. Piuttosto che incolpare le persone più vulnerabili che non hanno nulla a che fare con l’aumento delle temperature, dovremmo prendercela con i Governi o chi ha sempre tratto beneficio dall’industria dei combustibili fossili che causa le emissioni di carbonio”.
Il Nepal sta soffrendo per il cambiamento climatico causato da altri. Dal 1981 ad oggi il numero di giorni caratterizzati da copertura nevosa nel Tibet meridionale è diminuito in media di 12,36 giorni ogni decennio. Tra il 1985 e il 2020 l’altopiano Qinghai-Tibet ha perso intorno al 18% della superficie glaciale.
Il riscaldamento globale ha colpito duramente tutti e i tre pilastri della fragile economia nepalese
L’impatto riguarda principalmente l’agricoltura. Il Paese si destreggia tra due estremi: troppa acqua con piogge irregolari che creano inondazioni e allagano i campi. Oppure, troppo poca acqua durante la stagione secca. Quindi, l’agricoltura risente in modo rilevante degli effetti del cambiamento climatico. Come anche il settore idroelettrico, spina dorsale dell’economia del Paese insieme a quello agricolo. Per avere una dimensione di quanto conti l’agricoltura per i nepalesi, basterebbe forse menzionare questa domanda che mi hanno rivolto: “Qual è il principale prodotto agricolo dell’Italia?“…“In effetti, noi produciamo molte altre cose, non solo prodotti agricoli“, ho dovuto rispondere. “Sì, ma il riso, almeno il riso, lo producete, vero?“.
L’inondazione ha evidenziato quanto il settore dell’energia idroelettrica sia esposto ai cambiamenti climatici. Questo settore costituisce la base della rete elettrica nepalese, oltre a essere un fonte essenziale di entrate derivate dalle esportazioni. Gran parte del potenziale del Paese risiede in impianti idroelettrici ad acqua fluente poiché le strutture dipendono dai ripidi corridoi fluviali, dove lo spazio è limitato e le reazioni a catena possono verificarsi molto rapidamente.
L’inondazione del 26 agosto ha spazzato via o danneggiato impianti idroelettrici da almeno 500 megawatt, più altri da 200 megawatt che erano in fase finale di realizzazione. Dunque, l’impatto sull’economia continuerà a vedersi per molto tempo, anche quando tutti avranno dimenticato la tragedia. Come se non bastasse, a settembre comincia la stagione secca e le centrali idroelettriche non riusciranno a funzionare al pieno delle loro capacità.
Il disastro in Nepal è un’altra batosta per l’economia statale già in difficoltà. Il Paese sta ancora cercando di ricostruire quanto è andato distrutto durante il terremo del 2015 e il settore del turismo potrebbe risentirne particolarmente poiché molti viaggiatori inizieranno a cancellare le prenotazioni o si asterranno dal partire. Quindi, sì, il riscaldamento globale ha colpito duramente tutti e i tre pilastri dell’economia nepalese. Al termine delle operazioni di ricerca e soccorso, bisognerà pensare alla ripresa nel lungo termine. E in quel momento, sarà necessaria una quantità enorme di risorse, che non potrà essere coperta solo dal Governo nepalese, insediatosi nel 2025 dopo le rivolte della Generazione Z. “C’è grande fiducia per questo nuovo esecutivo – mi ha detto un ingegnere nepalese – Non è il migliore che potremmo avere, ma, almeno, non è corrotto“.
Il Nepal ha sviluppato un’ottima relazione di lavoro con i piccoli Stati insulari in via di sviluppo per far sì che tutti i Paesi del mondo riducano drasticamente e repentinamete le emissioni e forniscano supporto a agli Stati più vulnerabili.
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Ancora molto lavoro da fare con la Cina in termini di condivisione di dati a livello regionale
Nelle ore immediatamente successive all’inondazione sembrava ci fosse un muro di silenzio da parte cinese. Su questo avrebbe influito anche la barriera linguistica. Sul versante meridionale del Paese la gente capisce il nepalese e l’hindi perché queste due lingue hanno un’origine comune. Ma sul lato settentrionale non è così. Tuttavia, forse dovremmo considerare il disastro come un caso speciale. Per via di come si è sviluppato e di come si è evoluto, anche per qualsiasi altro Paese più avanzato sarebbe stato molto difficile reagire.
“Quanto alla Cina, – ha sostenuto ancora Manjeet Dhakal – penso che ci sia stata molta più comunicazione dopo il disastro. E penso che in futuro ci sia ancora molto lavoro da fare in termini di condivisione di dati a livello regionale, installazione di sistemi di allerta precoce e di gestione nel lungo termine, perché nessuno di questi impatti si ferma ai confini politici degli Stati. Adesso sarà molto importante svolgere ulteriori studi per comprendere meglio la geografia delle aree di montagna“.












