Rinnovabili • Gruppo Davines, la beauty care che nasce dall’agricoltura rigenerativa Rinnovabili • Gruppo Davines, la beauty care che nasce dall’agricoltura rigenerativa

Gruppo Davines, la beauty care che nasce dall’agricoltura organica rigenerativa

Per il Gruppo Davines il tema della bellezza non tocca solo l’essere umano, ma anche la salute e la salvaguardia del Pianeta. Infatti è stato tra i primi a introdurre formulazioni sostenibili nei prodotti per la beauty care professionale. La sostenibilità è il fil rouge che guida le scelte fin dagli esordi perché l’economia è una parte del tutto, ma non è l’unica cosa che conta

Gruppo Davines, la beauty care che nasce dall’agricoltura rigenerativa
Il Giardino Scientifico (Foto Gruppo Davines)

La bellezza è un equilibrio tra la forma e i contenuti

Il Gruppo Davines ha radici lontane.

Tutto comincia nel 1983 a Parma, dove Gianni e Silvana Bollati aprono un piccolo laboratorio di ricerca e produzione conto terzi di prodotti per la cura dei capelli. Il nome dell’azienda richiama quello dei loro figli, Davide e Stefania.

Dopo la laurea in Farmacia e un master in Cosmetologia negli Stati Uniti, l’arrivo di Davide nel 1992 segna il decisivo sviluppo dell’azienda e il lancio sui mercati internazionali di intere linee cosmetiche.

La sostenibilità è il fil rouge che guida le scelte fin dagli esordi. È sull’ideale di bellezza sostenibile che si costruirà il successo dell’azienda: Davines è stato tra i primi a introdurre formulazioni sostenibili nei prodotti per la beauty care professionale.

Oggi il Gruppo Davines impiega circa mille collaboratori a livello globale – l’età media è di 40 anni e la componente femminile supera il 65% – e distribuisce i suoi prodotti in 95 paesi. I prodotti di skincare sono presenti in 50mila centri estetici e 5mila spa in tutto il mondo, il fatturato 2024 ha superato i 290 milioni di euro.

Il presidente Davide Bollati racconta a Rinnovabili la visione del Gruppo e il suo modo di interpretare la sostenibilità.

Una cultura aziendale tra etica ed estetica

Qual è il vostro ideale di bellezza? I clienti apprezzano una cultura aziendale che non è solo beauty ma va oltre il bello estetico?

Iniziando la costruzione della Carta Etica avevamo investigato il valore della bellezza e avevamo scelto di seguire il principio aristotelico di una bellezza non solo superficiale, ma anche di forma e di contenuti.

Nel tempo abbiamo continuato ad approfondire questo principio, non solo dal punto di vista etico ed estetico, ma anche da quello della salute e della visione del mondo: il tema della bellezza non tocca solo l’essere umano, ma anche la salute e la salvaguardia del Pianeta.

Quindi si tratta di uno sguardo ben più ampio del classico target che ha l’industria della bellezza, come la pelle, i capelli, il profumo.

La sostenibilità, un percorso senza fine

La sostenibilità è un obiettivo o un percorso?

È un percorso senza fine. Pratichiamo in modo molto attivo la cultura della misurazione che viene dal mondo delle B Corp, che frequentiamo ormai da decine di anni.

Sappiamo che le nostre aziende e le nostre attività hanno un impatto. La prima idea è di ridurre il più possibile l’impatto negativo e addirittura trasformarlo in impatto positivo non solo attraverso storie, ma anche con fatti misurabili, quantificabili, con analisi in base alla materialità, con grande impegno da parte di tutti i nostri dipartimenti aziendali sui vari temi strategici.

Infatti abbiamo definito un piano strategico della nostra sostenibilità e della nostra capacità di rigenerazione. L’abbiamo addirittura strutturato in una fondazione, la Regenerative Society Foundation, che si propone anche di aiutare le aziende che vogliono avere un approccio più rigenerativo sul mercato.

Davide Bollati (Foto Gruppo Davines)

Essere B Corp, l’economia è una parte del tutto

Diventare una B Corp ha cambiato la visione e il modo di fare impresa del Gruppo?

Sicuramente lo ha cambiato e ci ha aiutato. La prima volta che ci siamo affacciati al mondo B Corp siamo usciti dall’isolamento del nostro pensiero e finalmente abbiamo incontrato una comunità di aziende e di imprenditori che la pensavano in modo simile a noi.

Si può fare impresa in modo efficace e costruttivo, mantenendo un equilibrio tra i valori economico-finanziari – che non sono l’unica cosa su cui un’azienda si deve misurare – e quelli ambientali e sociali.

Quindi un approccio molto più sistemico al business, dove l’economia è una parte del tutto, ma non è l’unica cosa che conta.

Ottimizzare i profitti e investirli nella filiera in modo equilibrato

Un’azienda deve produrre anche valore economico: i vincoli legati all’essere B Corp incidono sui profitti?

Molto dipende anche dalla traiettoria che un’azienda intende seguire. Se è mossa da investitori con obiettivi di breve periodo, molto stringenti, si potrebbero ridurre un po’ i profitti.

Ma ritengo che i profitti considerati in una serie storica più allungata, magari calcolata in decenni anziché in anni, non si riducono perché l’approccio B Corp dà una grande resilienza all’azienda.

La nostra azienda ha 42 anni quest’anno e siamo diventati B Corp solo 10 anni fa, anche se possiamo dire che già da prima eravamo B Corp nello spirito.

Se guardiamo alla crescita media ponderata di Davines negli ultimi 30 anni, non possiamo dire che questo approccio abbia penalizzato l’azienda, visto che siamo molto sopra la media dell’industria cosmetica.

L’approccio B Corp non è quello di massimizzare i profitti, bensì ottimizzarli e investirli in modo più equilibrato lungo tutta la nostra filiera dei portatori d’interesse: i colleghi, i fornitori, i clienti, le comunità in cui lavoriamo, la natura ma anche la proprietà, gli investitori.

In sintesi, nel breve forse sì, nel medio e lungo periodo assolutamente no.

Il Gruppo Davines anticipa gli accordi di Parigi

Il vostro primo progetto di compensazione della CO2 nasce nel 2006, in anticipo sulla firma dell’Accordo di Parigi del 2015. La filiale di Parma è alimentata con energia da fonti rinnovabili e avete elaborato delle linee guida per la sostenibilità del packaging. Cosa vi ha spinto in questa direzione?

È stata una spinta naturale, una consapevolezza che il Club di Roma (associazione senza scopo di lucro che si occupava di problemi globali, tra cui il sovrasfruttamento delle risorse e il cambiamento climatico, ndr) aveva segnalato già dagli anni Settanta: il rischio di una crescita non sostenibile, la necessità di un rapporto virtuoso con la natura.

Il Gruppo Davines è anche science based, io sono un farmacista. Quando studiamo i fenomeni è naturale essere consapevoli e affrontare le cose nel modo più scientifico possibile.

Eravamo partiti dalla vendita dei crediti di carbonio: ovvero, se acquistavi dei pezzi di foresta in giro per il mondo potevi cominciare a compensare le tue emissioni.

Oggi abbiamo fatto tantissime cose, abbiamo una strategia di sostenibilità molto ben definita. Su ognuno dei quattro pilastri – la decarbonizzazione, la circolarità, la biodiversità e l’acqua – portiamo avanti dei programmi di flagship, in particolare sull’energia. Il nostro prossimo step èarrivare ad autoprodurre il 100% della nostra energia in situ attraverso un mix di sorgenti energetiche che però vuole avere anche impatto positivo sul paesaggio.

Non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo: volevamo avere anche una componente agrivoltaica, ma i modelli attuali non ci soddisfano dal punto di vista paesaggistico. Stiamo facendo dei tentativi con l’aiuto di alcuni architetti, ma non siamo ancora soddisfatti.

Tuttavia, l’obiettivo rimane: entro uno o due anni vorremmo arrivare a produrre tutta l’energia in situ attraverso una combinazione di geotermico, fotovoltaico, agrivoltaico e forse anche biomassa.

Il nostro obiettivo per il packaging è ridurre il più possibile l’uso plastica vergine, ma probabilmente un 10% dovrà rimanere. Quello della plastica è un problema molto importante, ma rispetto al vetro e all’alluminio rimane la scelta energeticamente migliore.

Il fatto è che in diversi paesi del mondo la plastica ha un fine vita complicato. Per questo abbiamo avviato programmi molto ambiziosi e onerosi di recupero di beach plastic o ocean plastic da paesi via di sviluppo che non hanno un’infrastruttura circolare.

Ad esempio, in Indonesia, Filippine, Thailandia e Brasile raccogliamo in rapporto 1 a 1 tutta la plastica che esce dalla nostra azienda. In pratica, recuperiamo almeno 10 volte più plastica di quella che non finisce in programmi circolari nei paesi in cui esportiamo.

L’ingresso del Davines Village (Foto Gruppo Davines)

2005, nasce la Carta Etica

Il Gruppo Davines ha anticipato i tempi anche dal punto di vista della sostenibilità sociale: la Carta Etica è nata nel 2005.

Abbiamo iniziato questo percorso con un consigliere filosofico olivettiano, ovvero della zona di Ivrea dove Adriano Olivetti qualche decennio fa aveva impostato un suo modo di intendere l’azienda e il lavoro.

Da lì abbiamo costruito questa Carta Etica, e abbiamo una modalità manageriale e di gestione della complessità dell’azienda. Ormai siamo un migliaio in azienda e le relazioni fra queste persone e con tutta la nostra community allargata richiedono un po’ di valori fondanti e quindi ci muoviamo in questa direzione.

Il Manifesto della Bellezza Sostenibile secondo Davines

Quali sono i principi ispiratori del Manifesto della Bellezza Sostenibile? Secondo lei esiste un’etica della bellezza?

Sicuramente esiste perché la bellezza ci dà la possibilità di relazionarci con il mondo, quindi è una grande opportunità.

Tuttavia bisogna capire di che tipo di bellezza si parla: non una bellezza di make up o di superficie, ma una bellezza fatta di equilibrio tra la forma e i contenuti.

Oggi esistono canoni di bellezza che sono molto “social”, da Instagram. Quel tipo di bellezza non è il nostro forte: ci dobbiamo misurare anche con quel mercato, ma non è la nostra impostazione.

Nella nostra impostazione di bellezza non si deve essere Miss Italia o Mister Italia per essere considerati belli, o ricorrere alla chirurgia estetica. Crediamo in un tipo di bellezza fatta anche di accettazione di se stessi, di percorso, di longevità, di essere belli nelle varie fasi della vita.

La partnership con il Rodale Institute per l’agricoltura organica rigenerativa

A Parma, presso l’azienda, ha sede EROC (European Regenerative Organic Center), il primo centro europeo di ricerca e formazione sull’agricoltura organica rigenerativa.  La partnership con il Rodale Institute è un valore aggiunto: com’è nata?

È una partnership importante, un nuovo step di un lungo percorso che è iniziato con progetti che valorizzano la biodiversità partendo dal mondo alimentare e poi si è allargata alla cosmetica.

EROC forse è uno step in più perché ci sono dei principi ben definiti di agricoltura organica rigenerativa per utilizzare il suolo senza chimica e restituirgli biodiversità e servizi ambientali.

Non tutti sanno che l’agricoltura e la zootecnia insieme hanno un impatto sull’inquinamento globale uguale se non superiore a quello dell’industria: circa un quarto dell’impatto è dovuto all’agricoltura, un quarto all’industria, un quarto alla mobilità e un quarto alla produzione di energia. Visto che incidiamo particolarmente sul quadrante dell’agricoltura, proponiamo una filiera che invece di impattare negativamente sia rigenerativa.

L’obiettivo è portare avanti quei principi che in qualche modo avevamo già incorporato, ma che negli ultimi anni abbiamo dimenticato. Infatti, abbiamo trasformato l’agricoltura dei nostri nonni e bisnonni in un’agricoltura piena di additivi e di nutrienti chimici per aumentare la produzione.

Foto Gruppo Davines

Alla fine stiamo dimostrando, anche con la nostra équipe tecnico-scientifica, che questo modo di fare agricoltura in alcuni casi può avere un rendimento leggermente inferiore, ma la qualità organolettica delle materie prime è superiore, quindi assolutamente conveniente per tutte le sfide sociali, ambientali e di salute.

Si tratta di prodotti che mangiamo o che ci mettiamo addosso: quindi i vantaggi sono di gran lunga superiori agli svantaggi economici che spesso limitano lo sviluppo dell’agricoltura organica rigenerativa rispetto a quella convenzionale delle grandi industrie.

Rodale ha iniziato questo percorso negli Stati Uniti tanti anni fa, ha formato migliaia di agricoltori: oggi noi li rappresentiamo in Europa.

L’Europa è un terreno più fertile da questo punto di vista, anche se ultimamente si è americanizzata molto. Oggi con il background culturale che abbiamo e con un aiuto culturale di EROC stiamo formando tantissimi agricoltori nuovi, stiamo facendo anche delle operazioni di promozione, di valorizzazione dei giovani agricoltori con dei concorsi under 35.

In Italia ci sono tanti giovani agricoltori schiacciati dalla grande distribuzione, quindi per loro è difficile far crescere l’azienda. Noi li vogliamo scoprire, affiancare e valorizzare.

Abbiamo lanciato l’edizione 2026 di The Good Farmer Award. La seconda edizione si è chiusa con 81 candidature, un numero impressionante se consideriamo che l’anno scorso ne abbiamo avute 36 ed è aperto solo agli under 35.

Non ci aspettavamo questi risultati, vuol dire che è un movimento sempre più importante. Questo dato ci incoraggia ad andare avanti, tanto che abbiamo lanciato The Good Farmer Award anche negli Stati Uniti.

L’interesse per la chimica verde

Davines intende raggiungere le zero emissioni nette di gas serra lungo tutta la catena del valore entro il 2050 e l’iniziativa Science Based Targets ha convalidato tali obiettivi. Quali sono in concreto gli obiettivi a breve e lungo termine di questo percorso?

Abbiamo obiettivi di decarbonizzazione sui vari dipartimenti aziendali, quindi sulla produzione di energia, i trasporti, la logistica, il packaging, tutta la supply chain della fornitura del prodotto. Inoltre stiamo sviluppando un laboratorio di chimica verde.

Abbiamo sponsorizzato con una cinquantina di università un congresso mondiale che si è appena svolto a Napoli dedicato agli estratti naturali di origine farmaceutica. Hanno partecipato 800 persone, sono stati presentati 300 paper tecnici industriali.

Nelle università di tutto il mondo e nelle aziende c’è tantissimo fermento a livello di chimica verde per arrivare alla decarbonizzazione nel 2050. La strada è lunga, ma ogni anno vogliamo fare un passo avanti.

Ovviamente si deve mantenere l’equilibrio tra le componenti ambientale, sociale ed economica: bisogna portare avanti tutte e tre, altrimenti le altre due non funzionano. Quindi l’approccio è sistemico in tutte le fasi aziendali.

Tuttavia ci sono dei colli di bottiglia tecnologici che ancora non riusciamo a superare, c’è ancora da fare tanta ricerca, c’è bisogno di tanta innovazione.

Inoltre si deve tenere presente che esistono vari tipi di economie: ad esempio, i paesi emergenti sono in una fase economica diversa da quella europea o nordamericana. Quindi bisogna accompagnare una convergenza ecologica, economica e sociale in questi paesi per non creare gravi discontinuità: siamo tutti sullo stesso Pianeta.

Oggi il fatto che ci sia una controglobalizzazione non aiuta, anzi complica clamorosamente questi temi. Tuttavia, se siamo arrivati a questo significa che il percorso di globalizzazione e di convergenza fatto fino ad ora non ha funzionato e va cambiato.

In questo momento vedo un peggioramento di questi indicatori. Si dovrà tornare a una inevitabile riglobalizzazione, ma con delle basi diverse che tengano conto dell’interdipendenza tra gli aspetti ambientali, economici e sociali.

Decarbonizzare l’industria cosmetica

Quali sono i punti chiave del programma “2030: Davines Group Towards Planet Regeneration” che è stato sviluppato insieme alla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile?

Questo programma di sostenibilità ambientale basato su una visione rigenerativa vuole creare un impatto positivo restituendo all’ambiente più di quello che consumiamo. Si fonda sui quattro pilastri della nostra strategia di rigenerazione ambientale: decarbonizzazione, circolarità, biodiversità, acqua.

Il decoupling, che è alla base del nostro piano, è il principio di far crescere l’azienda ma abbassare le emissioni. Abbiamo individuato una trentina di progetti divisi per categoria il cui costo viene spalmato nei conti economici dei vari anni per avere questo disaccoppiamento fra la crescita e l’aumento della CO2.

Abbiamo sempre portato avanti un modo di lavorare che oggi è diventato un po’ romantico, visto il mondo in cui ci troviamo, che è quello dell’esemplarietà, ovvero far vedere esempi concreti e lavorare molto in sinergia.

Ad esempio, abbiamo creato la B Corp Beauty Coalition che oggi raccoglie circa il 2% di tutto il mondo cosmetico. Siamo ancora una minoranza fatta di business diversi, ma portiamo avanti progetti come una supply chain sostenibile, un packaging sostenibile, una comunicazione corretta e non di green washing, una sensibilizzazione dei consumatori a un modello di bellezza responsabile.

Portiamo avanti un percorso di decarbonizzazione dell’industria della bellezza con l’obiettivo di raggiungerla anche prima del 2050.

I giovani realizzeranno il cambiamento

Lei è ottimista per il futuro?

Sono ottimista perché esiste una legge universale: il pendolo va avanti e indietro, se in questo momento è un po’ impazzito torneremo sicuramente con i piedi per terra.

La ricerca della sostenibilità della nostra vita sulla Terra è iniziata molto recentemente. Dopo milioni di anni in cui il Pianeta era abbastanza equilibrato, dalla rivoluzione industriale in poi in 200 anni ne abbiamo combinate di tutti i colori.

Negli ultimi 50 anni abbiamo iniziato a provare a correggere la rotta, non ci siamo ancora riusciti, anzi è un continuo avanti indietro.

Forse ci vorranno alcuni decenni per mettere a posto le cose, nei prossimi anni avremo un po’ di turbolenza. Ora sembra che tutto stia peggiorando, ma con le nuove generazioni si troverà un equilibrio tra gli esseri umani e le altre specie.

I laboratori del Davines Village a Parma (Foto Gruppo Davines)

I 4 pilastri della strategia di rigenerazione ambientale

Decarbonizzazione – Svolge un ruolo cruciale nella transizione ecologica. Quest’area comprende tutte le attività e i progetti che mirano a mitigare l’impatto sul clima: un percorso che il Gruppo Davines ha iniziato nel 2006.

Circolarità – Ridurre il più possibile l’uso di materiali e, quando ciò non è possibile, riutilizzarli o riciclarli. Una sfida ad abbandonare l’approccio lineare “prendi, usa, smaltisci” a favore di un approccio rigenerativo. Il packaging sostenibile è una delle leve principali nella strategia di economia circolare del Gruppo. La Carta di Ricerca sul Packaging racchiude i principi di ecodesign con l’obiettivo di garantire che ogni packaging sia progettato per essere riutilizzabile e riciclabile, riducendone così al minimo l’impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita.

Biodiversità ­– Gli obiettivi di biodiversità vanno dall’uso di ingredienti più sostenibili all’impiego di materiali altamente biodegradabili, fino al ripristino degli ecosistemi grazie alla raccolta di rifiuti plastici. Il Giardino Scientifico, coltivato secondo i principi dell’agricoltura biologica e custode della biodiversità, incarna la filosofia del Gruppo Davines combinando le due forze complementari che lo animano: formazione scientifica e vocazione umanistica. All’interno della sua pianta circolare è inscritto un quadrato – chiaro richiamo all’Uomo Vitruviano – dove nelle varie sezioni trovano posto diverse tipologie botaniche. Un affascinante luogo di studio per i ricercatori dei laboratori Davines.

Acqua – La conservazione dell’acqua e la riduzione dell’impronta idrica lungo tutta la catena del valore sono tra i principali obiettivi della strategia di sostenibilità del Gruppo. Dal 2018 funziona un sistema a circuito chiuso per il raffreddamento e riscaldamento dei macchinari produttivi che permette di riutilizzare l’acqua ed evitare gli sprechi.

La visione strategica del Gruppo Davines

La visione strategica di Davines è rappresentata da un albero. Le sue radici sono i valori cardine del Gruppo, i tre rami primari rappresentano le tre aree: ambientale – “Rigenerare il nostro Pianeta”, sociale – “Supportare i nostri collaboratori e la comunità”, governance – “B Responsible”. Da ogni area si diramano nove rami strategici interdipendenti tra loro. Alla base di tutto ci sono la consapevolezza – abbandonare l’approccio estrattivo che ha impoverito il Pianeta a favore di un approccio rigenerativo – e l’impegno a garantire il futuro alle prossime generazioni.

La gestione della sostenibilità è uno degli elementi distintivi del modello organizzativo di Davines che ha privilegiato un approccio integrato a cui partecipano attivamente tutti i dipartimenti aziendali.

Nell’ambito del programma “2030: Davines Group Towards Planet Regeneration”, il Gruppo supporta alcuni progetti:

  • Kilometro Verde Parma è un progetto di riforestazione che ha l’obiettivo di creare aree verdi e boschi permanenti a Parma e provincia.
  • Ethio Trees è un progetto per la neutralizzazione di anidride carbonica che supporta la rigenerazione del suolo e delle foreste nella regione settentrionale del Tigray nelle Tembien Highlands (Etiopia).
  • Science Based Targets initiative – SBTi è un’organizzazione che sviluppa standard, strumenti e linee guida che consentono alle aziende di stabilire obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra per contenere il riscaldamento globale e raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050.
Rinnovabili •

About Author / Isabella Ceccarini

Europeista sostenitrice dell’Italia, non ama i confini mentali e geografici. Di formazione umanistica, è curiosa delle novità e affascinata dalla contaminazione tra saperi diversi. Giornalista da più di trent’anni, ha lavorato a lungo come caporedattore per un trimestrale di politica universitaria e ricerca. Ha scritto a quattro mani il libro Perché l’università. Riflessioni sull’etica del sapere che raccoglie pensieri e interviste a esponenti di spicco del mondo dell’istruzione superiore e di organizzazioni internazionali. Ha collaborato con diverse case editrici alla stesura di libri e cataloghi per mostre ed eventi occupandosi di progettazione e coordinamento editoriale. È attenta ai temi etici di cui ha scritto per il mensile della Società San Vincenzo de’ Paoli e ha fatto parte della giuria del Premio letterario Città di Castello nella sezione riservata ai giovani. Organizza e modera tavole rotonde su temi che spaziano dalla salute all’agricoltura, nonché corsi di formazione per i giornalisti. Ha ideato e condotto due eventi per il format #leparolevalgono di Treccani. Dal 2017 è entrata a far parte del team di Rinnovabili dove si dedica in particolare all’agrifood ma ama anche allungare lo sguardo ai temi ambientali. Per Rinnovabili progetta e conduce Agrifood Forum, evento annuale sulla sostenibilità alimentare.