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Halaesa punta sull’avocado per un nuovo modello di agricoltura in Sicilia

Halaesa porta in Sicilia una nuova visione dell’agricoltura con la coltivazione dell’avocado. Questo frutto ha interessanti prospettive di mercato: negli ultimi dieci anni il consumo è in crescita costante. Quello che rende particolare Halaesa è aver fatto dell’agricoltura rigenerativa un driver centrale del suo modello di business

Halaesa punta sull'avocado per un nuovo modello di agricoltura in Sicilia
Foto Halaesa

Una visione che rompe i vecchi stereotipi

Halaesa (dal nome di una città siculo-greca fondata nel 403 a.C.) è una società benefit nata in Sicilia nel 2022 che, attraverso un modello di agribusiness scalabile e orientato al lungo periodo, persegue obiettivi di sostenibilità ambientale.

Le coltivazioni di avocado si trovano al momento a Tusa (ME) e Noto (SR), con un piano di espansione che toccherà altre province siciliane nei prossimi mesi.

L’alterazione dell’equilibrio naturale dovuta al cambiamento climatico influisce sui modelli di agricoltura e ha reso il Mediterraneo adatto a nuove produzioni agricole, come i frutti tropicali.

In Sicilia, identificata da sempre con la presenza degli agrumeti, l’aumento delle temperature medie e la variabilità delle precipitazioni intense alternate a lunghi periodi di siccità mettono sotto pressione le coltivazioni.

Trasformare il cambiamento climatico in opportunità

La presenza dell’avocado non va vista con una connotazione negativa, ma come una coltura che trasforma il cambiamento climatico in un’opportunità. È uno dei frutti tropicali più consumati nel mondo, e nel Sud Italia esistono condizioni pedoclimatiche simili a quelle dei paesi d’origine del frutto.

Quali sono le prospettive di mercato? Secondo la WAO (World Avocado Organisation), nel 2025 l’UE ha importato 1 milione di tonnellate di avocado, con una tendenza costantemente in crescita negli ultimi dieci anni.

Quello che rende particolare Halaesa è aver puntato sull’agricoltura rigenerativa. È un driver centrale del modello di business: tutela del suolo, valorizzazione della biodiversità e riduzione dell’impatto ambientale. A questo si aggiungono l’uso efficiente dell’acqua, l’autoproduzione energetica e la riduzione degli input chimici.

Agricoltura rigenerativa, una scommessa vincente

Francesco Mastrandrea (foto Halaesa)

Perché scommettere sull’agricoltura rigenerativa? Lo studio Farmer-led Research on Europe’s Full Productivity pubblicato dalla European Alliance for Regenerative Agriculture (EARA, 2025) riporta dati interessanti. Le aziende che adottano pratiche rigenerative registrano:

  • +33% di produttività complessiva
  • +24% di copertura del suolo +16% di diversità vegetale
  • -61% di fertilizzanti azotati sintetici
  • -75% di pesticidi
  • rese sostanzialmente invariate rispetto alle aziende convenzionali.

Ne parliamo con Francesco Mastrandrea, già presidente dell’ANGA (l’Associazione dei Giovani Imprenditori di Confagricoltura) e oggi amministratore delegato della Società Agricola Halaesa, che non coltiva solo avocado, ma una visione che vuole rompere vecchi stereotipi e ispirare una Sicilia che ha voglia di innovazione e di sostenibilità.

Halaesa e il territorio

Qual è il rapporto di Halaesa con il territorio? 

Halaesa nasce in Sicilia. Al momento è presente in due province, quella di Siracusa con gli impianti di Noto e quella messinese, quasi palermitana, di Tusa dove sono nati i primi impianti. A breve prenderà il via un altro sito che abbiamo acquistato da poco.

Tusa, dove l’azienda è nata, è un paese in via di spopolamento dove diamo lavoro a 15 operai diretti.

Su 40 ettari di terreno abbandonato abbiamo impiantato una delle poche aziende agricole strutturate della zona, e qui abbiamo scelto di impiegare anche ragazzi alle prime armi.

Halaesa punta a valorizzare i terreni abbandonati

Lei, da tempo, è inserito a pieno titolo nel mondo agricolo. Di cosa si occupava?

Nel 2017 ho fondato una piccola azienda agricola che oggi conta circa 70 ettari tra uliveti e tropicale. Diciamo che è stata il mio banco di prova e fonte di ispirazione. Con Halaesa, che produce principalmente avocado, ho potuto far diventare realtà la mia visione di agricoltura: organizzata, managerializzata, tecnologica, attrattiva per i capitali.

Il nostro modello di business è la valorizzazione di terreni agricoli abbandonati o a scarsa resa per renderli di nuovo sani e produttivi e far capire che l’agricoltura è un settore dinamico che può attrarre investimenti, cosa che tra l’altro sta già succedendo anche se non è scontato, perché l’agricoltura viene vista come qualcosa di poco misurabile, poco rendicontabile.

In questo scenario si colloca la coltivazione dell’avocado, i cui consumi sono in forte crescita.

Avocado, un mercato in espansione

Il mercato dell’avocado è in espansione. Quale modello produttivo ha adottato per rendere la coltivazione nello stesso tempo sostenibile e competitiva?

Il nostro modello è quello dell’agricoltura rigenerativa, che lascia il suolo più ricco di come l’ha trovato. I nostri agronomi hanno un’esperienza decennale nel tropicale in Sicilia, quindi per noi non è una novità.

Tutto nasce da un modello di agricoltura di precisione, sostenibile dal punto di vista prima di tutto economico. Se alla base non esiste la sostenibilità economica, quella sociale e ambientale non ci possono essere.

Questo significa che vogliamo parlare di sostenibilità in maniera concreta. Non basta avere un trattore elettrico e raccontare cose pazzesche, la realtà è diversa.

I nostri terreni sono estesi e questo richiede un’organizzazione del lavoro molto strutturata.

È agricoltura di precisione sia per quanto riguarda la gestione che per l’irrigazione, uno dei pain points della coltivazione dell’avocado.

Il tema è irrigare quando c’è bisogno. In partenza abbiamo scelto dei terreni con determinate caratteristiche, ma abbiamo dei sensori e delle stazioni meteo che ci permettono di irrigare solo quando è necessario. Inoltre, è stato scelto di dotare i terreni di bacini di accumulo.

Uno dei bacini di accumulo (foto Halaesa)

Il Made in Italy è un valore

Perché, secondo lei, il mercato italiano apprezza l’avocado locale?

Il vero valore di questo avocado è proprio nella produzione italiana. Vediamo segnali incoraggianti riguardo all’apprezzamento di questo tipo di prodotti da parte di alcune tipologie di consumatore.

Quello che viene valorizzato è il fatto che sia prodotto in Italia, che faccia viaggi brevi, che rimanga comunque all’interno del mercato europeo.

Halaesa punta al mercato europeo?

A dire il vero, l’Italia è un buon mercato, nel senso che paga bene anche se il suo sviluppo è ancora in itinere.

Se consideriamo che il 95% del consumo italiano di avocado viene dall’import, è facile intuire che ci sono grandi possibilità già solo in Italia, dove i consumi sono in crescita come dimostra il trend degli ultimi sei mesi. In Europa siamo al quarto posto dopo Francia, Spagna e Regno Unito.

Stando ai dati della WAO, nel mercato italiano si vendono 55mila tonnellate l’anno con una crescita annuale del 28%; il valore cresce del 43% su base annua.

Tuttavia, i prezzi in Italia sono i più alti d’Europa, il che costituisce un ostacolo all’acquisto.

Sicuramente è necessario spiegare ai consumatori quali sono i benefici dell’avocado per la salute.

Non sostituzione ma adattamento

Molti temono che ci sia una sostituzione delle colture. Possiamo invece parlare di convivenza delle colture? Ovvero, possiamo aspettarci che le colture tradizionali riescano ad adattarsi al mutamento delle condizioni climatiche e ad affiancare le coltivazioni più tipicamente tropicali come l’avocado?

Noi ribadiamo sempre il concetto che non si tratta di una battaglia tra le colture. Anzi cerchiamo di veicolare il fatto che le colture tradizionali, proprio a livello di pianta, in qualche modo si stanno già adattando a queste nuove condizioni climatiche.

Non si può parlare di sostituzione perché le colture tropicali in Italia sono circa 1.200 ettari concentrati tra Sicilia, Puglia e Calabria, mentre gli agrumeti in Sicilia superano gli 85mila ettari.

Quindi siamo ancora su una piccola scala, si può parlare piuttosto di trasformazione e di adattamento.

Agricoltura rigenerativa e rischio climatico

In questo senso l’agricoltura rigenerativa offre dei vantaggi?

In generale, al di là della singola coltura, bisogna gestire l’azienda agricola come un’impresa, cioè non l’orto del nonno che “se va male il raccolto che ci possiamo fare”, ma gestire il rischio.

L’agricoltura rigenerativa permette di rinforzare i terreni e gestire in qualche modo anche il rischio climatico.

Anche la scelta dei terreni segue questa logica di calcolo del rischio. Quest’anno, ad esempio, abbiamo superato senza danni due cicloni.

La stessa diversificazione delle colture per noi rappresenta una possibilità. Quindi, pragmaticamente, non c’è una guerra: abbiamo piantato ad oggi un uliveto abbandonato, un ortivo dove facevano carota, un agrumeto abbandonato da venti anni e un altro seminativo.

Anche ad altri colleghi agricoltori con cui ci interfacciamo suggeriamo di ragionare in un’ottica di diversificazione del rischio. Non abbandonare del tutto le colture tradizionali ma cercare di diversificare per avere una sorta di “portafoglio di colture”: dipendere solo da una coltura vuol dire che se un anno va male, va male davvero.

La raccolta dell’avocado (foto Halaesa)

Halaesa e la gestione degli scarti

Tra le questioni relative alla sostenibilità c’è anche la gestione degli scarti di produzione.

Al momento abbiamo davvero pochissimo scarto, che riguarda l’avocado di seconda scelta.

Stiamo lavorando a un progetto con l’Università di Palermo per studiare l’utilizzo dello scarto in ambito nutraceutico.

Inoltre, stiamo cercando di capire le modalità per un utilizzo a impatto sociale. Probabilmente doneremo a qualche associazione il prodotto non commercializzabile. Parliamo dei frutti più piccoli ma altrettanto buoni, solo che sul mercato devi avere un determinato standard per vendere un prodotto premium come il nostro: Made in Italy 100%, tracciabile dal campo alla tavola.

Queste azioni hanno due obiettivi: da un lato eliminare lo spreco, dall’altro dare accesso a un prodotto salutare a quelle fasce della popolazione che normalmente non mettono l’avocado nel proprio carrello.

Il problema dello scarto riguarda in maniera residua il prodotto italiano. Anche se i nostri 500 ettari andassero in piena produzione, copriremmo uno o due punti percentuali di consumi: quindi la gran parte di prodotto importato produrrebbe degli scarti.

L’avocado e il mercato

L’avocado è un prodotto remunerativo? In tempi complessi dominati dall’incertezza geopolitica, dei prezzi e dei mercati la filiera di produzione ha un ruolo stabilizzatore?

Dal punto di vista degli input, purtroppo no. Gli input sono sempre quelli, quindi il loro costo lo subiamo comunque. Però la filiera controllata ci aiuta in output, ovvero nella vendita, e soprattutto c’è la massima tracciabilità.

Il problema generale è che si ha la convinzione che l’agricoltura paghi sempre poco. Noi stiamo cercando di sfatare questo mito, creando una nostra filiera con un valore aggiunto più alto.

Coltivare l’avocado in Sicilia richiede visione e innovazione, che a sua volta esige formazione. Quindi è una prerogativa dei giovani agricoltori? La vecchia generazione di agrumicoltori è disposta ad affrontare il cambiamento?

Non è una nicchia solo per giovani, ma l’innovazione dal punto di vista agricolo ha bisogno di tempo e, per quel che vedo in prima persona, richiede tempo per attecchire a livello culturale.

Innovare vuol dire, talvolta, espiantare e ripiantare e questo comporta cinque anni di blocco e di mancato reddito che devono essere gestiti attraverso la finanza. Quindi esistono ancora molti ostacoli all’innovazione agronomica nell’azienda agricola.

I giovani generalmente hanno un approccio all’innovazione un po’ più diretto. Chi ha coltivato limoni per cinquant’anni negli ultimi dieci anni di lavoro difficilmente farà altro, ma magari resterà sorpreso da qualche realtà.

L’agricoltura rigenerativa guarda al futuro

L’agricoltura biologica, anzi nel vostro caso l’agricoltura rigenerativa, quindi molto sostenibile, è un valore aggiunto oppure è una zavorra?

Sarò molto franco. Non metterei l’accento sul valore di mercato del biologico perché oggettivamente oggi è poco. Ma noi ci crediamo perché il tutto non si riduce al valore di mercato del prodotto finale.

Per un agricoltore l’asset principale non è il trattore, che è un mezzo, ma la terra. Se noi non garantiamo la qualità e la produttività della terra, non garantiamo il valore dell’asset.

Chi fa agricoltura rigenerativa lo fa per tutelare l’ambiente e al contempo la propria performance economica perché sa che nel tempo la terra lavorerà meglio, produrrà meglio, produrrà di più e lo confermano numerosi dati.

Foto Halaesa

Quindi non è solo una questione ambientale.

È sbagliato pensare che sia solo un tema ambientale perché riguarda proprio la produzione. Noi crediamo nell’agricoltura rigenerativa perché il suolo e la sua produttività ne risentono positivamente.

Il nostro valore è il suolo. Noi siamo imprenditori, contenti di fare cose sostenibili, ma dobbiamo avere un ritorno economico e la rigenerativa ce l’ha, i dati sono chiari. Ce l’ha sia dal punto di vista del mercato e della resa, ma anche e soprattutto dal punto di vista degli investitori privati, che oggi inseriscono sempre più nel loro portafogli asset di questo tipo.

Innovare vuol dire anche pensare che forse quello che si è fatto in passato non era del tutto giusto, che la sicurezza alimentare è importante, che le aziende agricole hanno bisogno di una sostenibilità economica perché altrimenti non riescono a vivere.

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About Author / Isabella Ceccarini

Europeista sostenitrice dell’Italia, non ama i confini mentali e geografici. Di formazione umanistica, è curiosa delle novità e affascinata dalla contaminazione tra saperi diversi. Giornalista da più di trent’anni, ha lavorato a lungo come caporedattore per un trimestrale di politica universitaria e ricerca. Ha scritto a quattro mani il libro Perché l’università. Riflessioni sull’etica del sapere che raccoglie pensieri e interviste a esponenti di spicco del mondo dell’istruzione superiore e di organizzazioni internazionali. Ha collaborato con diverse case editrici alla stesura di libri e cataloghi per mostre ed eventi occupandosi di progettazione e coordinamento editoriale. È attenta ai temi etici di cui ha scritto per il mensile della Società San Vincenzo de’ Paoli e ha fatto parte della giuria del Premio letterario Città di Castello nella sezione riservata ai giovani. Organizza e modera tavole rotonde su temi che spaziano dalla salute all’agricoltura, nonché corsi di formazione per i giornalisti. Ha ideato e condotto due eventi per il format #leparolevalgono di Treccani. Dal 2017 è entrata a far parte del team di Rinnovabili dove si dedica in particolare all’agrifood ma ama anche allungare lo sguardo ai temi ambientali. Per Rinnovabili progetta e conduce Agrifood Forum, evento annuale sulla sostenibilità alimentare.