Bruxelles apparecchia la tavola ai nuovi OGM

Pubblicato il 29 aprile lo studio della Comissione europea: i nuovi organismi geneticamente modificati pongono una sfida alla legislazione vigente. Che va rivista, perché i nuovi OGM hanno un potenziale importante per rafforzare la strategia Farm to Fork e raggiungere gli obiettivi del Green Deal. Le associazioni della società civile sulle barricate: sono pericolosi, come gli OGM tradizionali

Nuovi OGM: l’UE vuole dare l’ok alle New Breeding Techniques
Foto di Arturs Budkevics da Pixabay

I nuovi OGM sono ottenuti con l’editing genetico e le New Breeding Techniques

(Rinnovabili.it) – La Farm to Fork abbraccia i nuovi OGM. La Commissione europea vuole dare il via libera all’editing genetico e alle cosiddette New Breeding Techniques (NBTs). E lancia un processo pubblico di consultazione da cui emergerà un nuovo quadro giuridico, visto che il regolamento attuale sugli organismi geneticamente modificati non è adatto a normarli.

Cosa sono i nuovi OGM

Quello dei nuovi OGM è un tema che ha tenuto banco per anni sia a livello europeo che in molti Stati membri, anche se in modo ‘carsico’. Lontano dai riflettori della cronaca di giornata e dalle prime pagine, ma sempre presente. Per l’Europa, la corsa verso i nuovi OGM è ripartita il 29 aprile quando la Commissione ha pubblicato uno studio sulle New Genomic Techniques (NGTs). Si tratta esattamente delle NBTs su cui ci si è accapigliati per anni tra chi le difende perché darebbero dei prodotti indistinguibili da quelli naturali, e chi vorrebbe perlomeno più cautela e maggiori studi sull’impatto reale dei nuovi OGM o vede questi ultimi come un cavallo di Troia per spalancare le porte del mercato europeo anche agli organismi geneticamente modificati ‘tradizionali’. Il fatto che la Commissione abbia modificato il nome è un buon indicatore di quanto il dibattito sia polarizzato e di come le NBTs vengano accolte da una fetta consistente dell’opinione pubblica.

I nuovi OGM sono il risultato di tecniche di ingegneria genetica sviluppate negli ultimi anni, che hanno preso il nome di New Breeding Techniques. Consistono nell’inserimento, nelle cellule delle piante, di sequenze genetiche o proteine, di un transgene della stessa famiglia vegetale o di un transgene che ne alteri alcuni tratti per poi essere eliminato. Altra tecnica è innestare su una pianta transgenica una pianta non transgenica.

Secondo i fautori delle NBTs, queste non produrrebbero piante OGM, ma vegetali del tutto comparabili a quelli che si trovano in natura. Non combinando più una serie di sequenze genetiche al di fuori dell’organismo, per poi inserirle in maniera randomica nel suo genoma, consentirebbero di modificare le piante con maggior precisione. Nessun nuovo materiale genetico finirebbe negli organismi riceventi, cosa che prima era inevitabile dato l’utilizzo di un vettore batterico per il trasporto degli enzimi deputati a effettuare la modifica del Dna.

Cosa dice lo studio della Commissione sui nuovi OGM

“Per questo studio, le NGTs sono definite come tecniche in grado di modificare il materiale genetico di un organismo e che sono emerse o sono state sviluppate dal 2001, quando è stata adottata la legislazione esistente sugli OGM”, recita il documento. Nient’altro che editing genetico, quindi. Anche se con le tecnologie più avanzate. Perché tornarci sopra, e perché con questo iter?

Lo studio pubblicato dalla Commissione è stato richiesto dal Consiglio dell’Unione Europea, l’organo politico comunitario che detiene il potere legislativo in condominio con il parlamento europeo. Il CUE fa discendere a sua volta la richiesta da un parere della Corte di giustizia europea sul caso C-528/16 del 25 luglio 2018. La Confédération paysanne e altre associazioni transalpine avevano portato in giudizio il ministro dell’Agricoltura francese, che aveva esentato i nuovi OGM dalla direttiva europea sugli OGM tradizionali. La Corte però aveva dato ragione alle associazioni, stabilendo che vecchi e nuovi OGM andavano normati ai sensi della direttiva OGM, la 2001/18/CE.

Tutto l’iter sulle NBTs che è confluito nello studio della Commissione, quindi, formalmente va nella direzione di chiarire il quadro giuridico una volta per tutte. Ma scorrendo il documento si vede chiaramente che ci sono forti spinte a rendere legali i nuovi OGM.

L’iter delineato dalla Commissione prevede che la consultazione pubblica che parte da questo documento dovrà chiarire se bisogna adeguare o meno il quadro normativo. E se la risposta è positiva, cioè se i nuovi OGM hanno bisogno di una regolamentazione specifica, “quale forma dovrebbe assumere e quali strumenti politici dovrebbero essere utilizzati affinché la legislazione sia resiliente, regga nel tempo e sia applicata in modo uniforme”. Una posizione di apertura a qualsiasi esito, che parte dalla constatazione che lo sviluppo delle biotecnologie dell’ultimo ventennio pone nuove sfide alla legislazione vigente, in particolare per alcune tecnologie specifiche (mutagenesi e cisgenesi, che superano la ‘tradizionale’ transgenesi). E visto che il tasso di innovazione del settore molto probabilmente non diminuirà, è bene attrezzarsi a dovere.

Lo studio, che tiene in considerazione sia gli studi scientifici in materia sia le posizioni dei principali portatori di interesse, incluso l’agribusiness, sottolinea che delle NBTs e dei nuovi OGM ci sarebbe bisogno. Gli autori non lo scrivono direttamente ma parlano di “potenziale”: “Molti dei prodotti vegetali ottenuti dalle NGT hanno il potenziale per contribuire agli obiettivi del Green Deal dell’UE e in particolare alle strategie “Farm to Fork” e sulla biodiversità, oltre che agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite per un sistema agroalimentare più resiliente e sostenibile”. Editing genetico di nuova generazione, sostenibilità e torsione verde dell’UE sarebbero quindi intimamente legati. Tanto che il documento aggiunge una raccomandazione: “Ogni ulteriore azione politica dovrebbe mirare a consentire ai prodotti NGT di contribuire alla sostenibilità, affrontando al contempo le preoccupazioni”.

Le reazioni all’apertura di Bruxelles ai nuovi OGM

Il ritorno in agenda dei nuovi OGM ha provocato reazioni infuocate da buona parte della società civile, italiana ed europea.

Per Greenpeace Italia è in gioco il principio di precauzione che innerva i trattati comunitari. “L’Unione europea ha la responsabilità di proteggere il diritto degli agricoltori di sapere ciò che coltivano e delle persone di scegliere ciò che mangiano, oltre che di proteggere l’ambiente e la biodiversità dai potenziali danni causati dai nuovi OGM. La Commissione e i governi nazionali devono rispettare il principio di precauzione e la decisione della Corte di giustizia europea: gli OGM, anche se gli si dà un nome diverso, restano comunque OGM e devono essere trattati come tali” ha dichiarato Federica Ferrario, responsabile Campagna agricoltura di Greenpeace Italia.

Corporate Europe Observatory punta il dito sull’influenza delle lobby. “La DG SANTE ha chiaramente ascoltato più la lobby biotech che chiunque altro. Il suo studio sui nuovi OGM è un altro esempio della cattura da parte delle imprese del processo decisionale dell’UE. Ciò è iniziato proprio dalla consultazione delle parti interessate estremamente parziale della Commissione che ha alimentato questo studio, favorendo le voci del settore”, commenta Nina Holland di CEO.

Un plauso per la revisione delle autorizzazioni sugli OGM arriva invece da Paolo De Castro, eurodeputato in quota PD e tra le voci principali che hanno difeso la riforma della Pac pur se azzoppata dal Consiglio. “Finalmente una posizione chiara e netta sulla distinzione tra nuove biotecnologie e OGM, che aiuterà a raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo e della strategia Farm to Fork nell’interesse di tutti”, dichiara De Castro. Che è certo della sicurezza e della sostenibilità dei nuovi OGM: “Le nuove biotecnologie sostenibili, a differenza degli OGM tradizionali che prevedono il trasferimento di geni (transgenesi) tra specie diverse, si basano infatti sulla combinazione di geni intra-specie, con l’obiettivo di velocizzare processi che avverrebbero in modo naturale, arrivando a sviluppare varietà non solo sicure da un punto di vista di tutela ambientale e della biodiversità, ma soprattutto più resistenti a malattie e condizioni climatiche avverse, come la carenza d’acqua, e capaci di garantire maggiori rese produttive e quindi minori costi economici”.

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