Obiettivi climatici 2030: l’UE lancia un’analisi costi benefici

Annunciando l’avvio dell’analisi costi-benefici da presentare a settembre, il messaggio lanciato dall’esecutivo UE sembra inequivocabile: si stanno gettando le basi per obiettivi climatici 2030 più ambiziosi.

Per valutare la possibilità di obiettivi climatici 2030 più severi, la Commissione Europea avvia un’indagine

(Rinnovabili.it) – La scorsa settimana, la Commissione Europea ha pubblicato il tanto atteso lancio dell’analisi costi-benefici riguardante la possibilità di rafforzare l’ambizione climatica dell’eurozona rispetto agli obiettivi climatici 2030, in vista del raggiungimento delle zero emissioni entro la metà del secolo. L’analisi fornirà delle indicazioni chiave per comprendere in che modo orientare le politiche climatiche dei 27 Stati membri nella direzione della completa decarbonizzazione.

Nel documento rilasciato dall’esecutivo UE si legge che “il riscaldamento globale ha già raggiunto 1° C e il mondo non è attualmente sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi”. Inoltre, si sostiene che “la leadership dell’UE nel 2020 è necessaria più che mai” per mantenere il riscaldamento al di sotto dei 2° C. Quella della Commissione, quindi, è una vera e propria sfida internazionale, volta a dimostrare agli altri paesi la capacità dell’Unione Europea di rendere fattibile – e soprattutto socialmente equa e finanziariamente sostenibile – la transizione verso la neutralità climatica.

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Proprio nel rispetto degli obiettivi di Parigi, la Commissione ha intenzione di valutare la realizzabilità di obiettivi climatici 2030 più severi, vale a dire la riduzione dei gas a effetto serra del 50-55% rispetto ai livelli del 1990. Lo studio di “valutazione d’impatto”, avviato giovedì scorso, cercherà quindi di stimare i pro e i contro di questa scelta e presentarli in un’unica pubblicazione a settembre di quest’anno. È importante sottolineare che, secondo la Commissione, dare un’accelerata alle ambizioni climatiche permetterebbe di spalmare i costi nel tempo e “determinerebbe un percorso di riduzione annuale più graduale e una migliore distribuzione degli sforzi”. Al contrario, ritardare l’azione richiederebbe probabilmente un aggiustamento più brutale dopo il 2030, anche se alleggerirebbe il dolore economico a breve termine.

Secondo alcuni analisti, quindi, il messaggio sarebbe inequivocabile: la Commissione sta gettando le basi per aumentare le ambizioni climatiche degli obiettivi 2030. “Un punto davvero importante – forse il più importante – è il modo in cui i risultati della valutazione d’impatto sono definiti politicamente”, ha affermato ad Euroactiv Brook Riley, responsabile degli Affari europei presso il Gruppo Rockwool. “Se la Commissione vuole raggiungere il 55% di riduzione, allora deve presentare delle solide motivazioni e deve essere in grado di dire che la valutazione dei probabili danni climatici, dei costi sanitari richiederà maggiori investimenti.

Tuttavia, a sparigliare le carte potrebbe essere l’attuale contesto politico ed economico dominato dalla crisi del coronavirus. Sebbene la pandemia non abbia ancora raggiunto l’apice, la Commissione prevede che getterà l’economia europea in recessione. Il rischio è che le politiche climatiche possano essere messe in secondo piano. “Date le molte incertezze, la Commissione non sarà in grado di garantire che l’agenda degli impegni climatici possa essere mantenuto invariata. Ma, manifestando la sua intenzione di raggiungere una valutazione d’impatto entro settembre, sta inviando un chiaro messaggio: vuole maggiore ambizione rispetto agli obiettivi climatici 2030, ha affermato Andreas Graf, analista di Politica energetica dell’UE presso il think tank Agora Energiewende.

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La risposta alla crisi del coronavirus potrebbe effettivamente distogliere l’attenzione da altre questioni, come ad esempio la carbon border tax, uno strumento chiave per garantire che le imprese dell’UE possano competere su un piano di parità con paesi come la Cina, che non regolano le emissioni di CO2 dell’industria. Ma Graf ritiene che la tassa sulle frontiere “impiegherà molto tempo per essere attuata, soprattutto a causa di sfide legali, amministrative e politiche”. È quindi urgente, a suo dire, pensare ad altre misure per proteggere le industrie dell’UE dalla concorrenza sleale, soprattutto mentre investono in tecnologie a basse emissioni. Secondo Graf, l’obiettivo principale è impedire alle aziende di spostarsi all’estero.

“Un solido quadro di investimenti per un’industria neutrale da un punto di vista climatico sarà ancora più importante, a maggior ragione dati i grandi cicli di reinvestimento che l’industria pesante dovrà affrontare nel prossimo decennio, in particolare per acciaio e prodotti chimici, ha affermato Graf ad Euroactiv.

Con degli obiettivi 2030 più severi, infatti, è probabile che la transizione dei diversi settori industriali e produttivi possa generare effetti a catena sull’intera economia con dei relativi impatti sociali. Questa circostanza, di cui la Commissione appare molto consapevole, preoccupa soprattutto i settori industriali più esposti al rischio della transizione: “Non possiamo semplicemente fissare un obiettivo e aspettarci che interi settori si trasformino magicamente”, afferma François Régis Mouton, direttore europeo dell’Associazione internazionale dei produttori di petrolio e gas (IOGP). Mentre alcuni settori dovrebbero crescere, come ad esempio quello delle energie rinnovabili, dell’energia e dell’edilizia, altri potrebbero subire impatti più negativi, come nel caso del settore automobilistico, del trasporto e dell’agricoltura.

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Per questa ragione, secondo la Commissione sarà fondamentale progettare politiche che consentano di implementare tecnologie su larga scala per l’abbattimento del carbonio, aiutando così i settori più vulnerabili a mantenere la loro competitività durante questo “il viaggio verso la transizione”.

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