Dissesto idrogeologico in Italia: l’ecosistema è a rischio

Nel nostro Paese manca un approccio sistemico al dissesto idrogeologico. Che lo scorso anno ha ucciso 18 persone e creato migliaia di sfollati

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(Rinnovabili.it) – Anche nel 2015, il dissesto idrogeologico ha provocato effetti disastrosi nel nostro Paese. Effetti aggravati dalla scarsa azione delle amministrazioni pubbliche in tema di mitigazione. La scarsità dei fondi, unita a politiche a volte poco lungimiranti, è la palla al piede di un’Italia ogni anno deve leccarsi le nuove ferite aperte da frane alluvioni sul suo territorio.

Questi fenomeni hanno causato nel nostro Paese 18 vittime, 1 disperso e 25 feriti nell’anno appena trascorso, con 3.694 persone evacuate o rimaste senzatetto in 19 regioni, 56 province, 115 comuni e 133 località. Secondo l’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, nel periodo 2010-2014 le vittime sono state 145, con 44.528 persone evacuate o senzatetto. Il dissesto idrogeologico ha colpito tutte le regioni italiane, nella quasi totalità delle province (97) e in 625 comuni per un totale di 880 località colpite.

 

Dissesto idrogeologico in Italia l'ecosistema è a rischioQuella che ha presentato stamattina Legambiente, nel suo rapporto “Ecosistema a rischio”, è una mole di dati che fotografa la criticità di un territorio nazionale friabile e traballante.

Secondo i calcoli dell’associazione del cigno verde, in linea con quelli dell’ISPRA, «7 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. In ben 1.074 comuni (il 77% del totale) sono presenti abitazioni in aree a rischio. Nel 31% sono presenti addirittura interi quartieri e nel 51% dei casi sorgono impianti industriali. Nel 18% dei Comuni intervistati, nelle aree golenali o a rischio frana sono presenti strutture sensibili come scuole o ospedali e nel 25% strutture commerciali».

Qualche passo avanti, comunque, si vede: nell’80% dei comuni intervistati sono stati redatti piani urbanistici che hanno recepito le perimetrazione delle zone esposte a maggiore pericolo. Ma non mancano le zone d’Italia dove si continua a costruire senza criterio, nelle aree più a rischio, perfino scuole e ospedali.

 

Eppure 7 Comuni su 10 dichiarano di svolgere attività di monitoraggio e manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica, mentre oltre 8 su 10 hanno un piano di emergenza che scatta in caso di frana o alluvione.

«Il tema della fragilità del territorio della nostra Penisola deve diventare centrale nella riflessione comune a tutti i livelli di governo del territorio – ha detto Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – Per realizzare una effettiva mitigazione del rischio occorre fermare il consumo di suolo, programmare azioni che favoriscano l’adattamento ai cambiamenti climatici e operare per la diffusione di una cultura di convivenza con il rischio che punti alla crescita della consapevolezza presso i cittadini dei fenomeni e delle loro conseguenze».

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