L’Indonesia certifica come “sostenibile” il 33% delle coltivazioni di olio di palma

Aggirato il bando Ue che vieta l’importazione di olio prodotto in grandi piantagioni: l’organo di controllo indonesiano IPSO garantisce la sostenibilità di un terzo dei coltivatori

indonesia olio di palmaSecondo l’Indonesia Sustainable Palm Standard, 4,11 milioni di ettari di coltivazioni di olio di palma rispettano i vincoli posti dall’Ue

 

(Rinnovabili.it) – Fatta la Legge, trovato l’inganno: dopo la decisione della Commissione europea di vietare l’utilizzo dell’olio di palma nella produzione di biocarburanti a eccezione di quello proveniente da piccole coltivazioni o terreni non sfruttati dalle comunità locali, l’Indonesia, il primo produttore di olio di palma al mondo, ha certificato oltre un terzo delle terre coltivate come “sostenibili” aggirando così il divieto.

 

La Commissione dell’Indonesia Sustainable Palm Standard (IPSO) ha registrato come rispondenti agli standard di sostenibilità 502 piantagioni, pari a una superficie di 4,11 milioni di ettari (circa il 30% dei 14 milioni di ettari si suolo indonesiano adibito alla produzione di olio di palma). Le coltivazioni registrate hanno una capacità produttiva di 11,57 milioni di tonnellate di olio grezzo annuo.

 

Si tratta di una strategia di lungo corso: mentre il bando della Ue è giunto solo nelle scorse settimane, l’IPSO è attivo dal 2011 e ha intensificato la propria attività negli ultimi anni. Tra il 2016 e il 2019, la quantità di piantagioni rispondenti agli standard di sostenibilità registrate dalla Commissione IPSO sarebbero triplicate rispetto ai primi 4 anni di attività dell’Ente.

 

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La registrazione all’IPSO è obbligatoria per le grandi coltivazioni, la cui produzione, probabilmente, cadrà sotto il bando Ue, ma è facoltativo per le piccole imprese, quelle “tollerate” come sostenibili dai criteri scelti dalla Commissione europea per determinare le colture utili a produrre biocarburanti senza causare danni all’ambiente.

Secondo i parametri ILUC, scelti come riferimento dalla Ue, dal 2011, il 45% dell’espansione delle coltivazioni di olio di palma avrebbero causato intensa deforestazione e perdita di biodiversità. Il metodo più utilizzato per preparare nuovi appezzamenti alla coltura della palma nelle regioni del sud est asiatico resta infatti l’incendio controllato che rilascia grandi quantità di CO2 nell’atmosfera e distrugge irrimediabilmente l’habitat tipico di grandi mammiferi come orango e tigri di Sumatra.

 

Il secondo produttore di olio di palma dopo l’Indonesia, la Malesia, si sta muovendo a livello legale contro il bando della Ue: a ridosso della decisione della Commissione, il Governo Malese ha depositato un ricorso presso la world Trade Organization sostenendo che l’adozione dei criteri ILUC da parte del vecchio continente fosse semplicemente un escamotage per abbattere slealmente la concorrenza commerciale dei Paesi produttori di olio di palma a favore di coltivazioni tipiche del vecchio continente come la colza, anch’essa utilizzata nella produzioni di biodiesel.

 

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