Green deal per l’Italia: la gestione circolare dei rifiuti

Carenza di impianti, ritardi normativi, sindrome NIMBY e dinamiche di mercato: queste le sfide da affrontare per rendere la gestione dei rifiuti italiani, colonna portante nella ripresa verde nazionale

green deal rifiuti

(Rinnovabili.it) – Come sostenere la crescita nazionale senza abbandonare le sfide ambientali e climatiche? A dare una risposta, nella maniera più esaustiva possibile, è oggi la maratona digitale “Green deal per l’Italia” organizzata organizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. L’evento, in streaming su Raiplay da questa mattina alle 10, è un lungo confronto tra politici, protagonisti dell’industria italiana, intellettuali, artisti e rappresentanti delle istruzioni su idee e soluzioni per la rinascita green del Paese.

Uno dei temi necessariamente affrontati durante la maratona è stata la questione rifiuti. Oggi il nuovo Green Deal Europeo, voluto da Ursula von der Leyen, ha definito una precisa tabella di marcia con azioni volte a promuovere l’economia circolare. Una roadmap che si fa forte delle ultime direttive sul riciclo ma che sposta ancora più in alto l’asticella dell’ambizione. Su questo fronte l’Italia vanta già ottime prestazioni. Sono diverse le realtà nazionali in grado offrire oggi risultati maggiori a quelli richiesti da Bruxelles. Nonostante ciò i problemi non mancano e la crisi del COVID-19 ha rimarcato ulteriormente le sfide che il comparto vive quotidianamente.

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Di questi problemi e delle soluzioni da attivare ne hanno parlato Herambiente e i principali consorzi del riciclo italiano assieme al giornalista Marco Frittella.

“I risultai nazionali sono spesso importanti e lusinghieri e ci mettono ai vertici di molte classifiche europee  – commenta Frittella – ma non possiamo nascondere i problemi esistenti: carenza degli impianti, una raccolta differenziata a macchia di leopardo soprattutto al Sud, il carattere barocco delle norme, ma anche la pervasività della criminalità organizzata”.

La pandemia e le misure di blocco attivate per contrastarla hanno in molti casi solo esasperato criticità già presenti come ricorda Filippo Brandolini, Presidente Herambiente, citando la chiusura delle frontiere cinesi all’import di rifiuti esteri. Lo stop imposto dalla Repubblica Popolare alla spazzatura occidentale dal 2018, ha scosso profondamente mercato, creando in Europa vie parallele di smaltimento o pericolosi stoccaggi. 

Una delle prime necessità per il Belpaese, sono dunque le strutture di trattamento e riciclo rifiuti, compresi gli scarti del riciclo stesso e quelli che non possono essere più recuperati. “L’Italia fa troppo ricorso a impianti collocati all’estero o a filiere produttive che con il lockdown non poteva accogliere i nostri rifiuti  e le materie prime seconde”, spiega Brandolini. “Servono dunque sistemi impiantistici resilienti, con capacità di riserva, flessibili, e che consentano di coprire tutte le parti della filiera”. In questo senso una delle maggiori difficoltà riguarda le tempistiche autorizzative, su cui qualcosa potrebbe già fare il prossimo decreto Semplificazioni. Basti pensare, sottolinea il Presidente Herambiente, che “il 50% del tempo richiesto per realizzare un impianto è legato all’iter autorizzato e gare d’appalto”.

In questi mesi il settore ha dovuto fare i conti anche con un calo della domanda di materie prime seconde. “Durante il lockdown gran parte delle industrie italiane erano ferme, per cui tutto quello che veniva raccolto dai cittadini e selezionato dai centri di riciclo non trovava sbocco”, ha aggiunto Antonello Ciotti, Presidente Corepla. Accanto alla fame di impianti c’è dunque anche la necessità di un mercato finale che accetti le materie prime seconde generate dalla raccolta differenziata. Come? Ad esempio, stabilendo una quantità minima di materiale riciclato da impiegare nei nuovi prodotti.

In Italia era stato definito a livello normativo un contributo quantitativo minimo negli acquisti verdi della PA, ma sono mancati decreti attuativi. “Gli appalti verdi sono fermi (su questo fronte) perché non viene definita con attenzione e precisione cosa debba esservi presente”, ha commentato Ciotti. “Tutto il mercato che abbiamo sviluppato si basa sulla forza del nostro sistema industriale, sulla buona volta delle imprese”.

Uno degli strumenti richiesti dal comparto per favorire il nuovo modello circolare è la leva fiscale per il consumo privato di risorse riciclate. Come spiega Giorgio Quagliuolo, Presidente Conai, in un futuro non troppo lontano avremo sul mercato comunitario un’offerta di materia prima seconda “esorbitante”, anche per effetto delle nuove direttive UE. “Questo materiale dovrà trovare un’utilizzazione all’interno dei confini europei perché i paesi asiatici, tradizionalmente destinatari di quei rifiuti che non trovavano sbocco nell’UE, oggi hanno chiuso le frontiere”.  I provvedimenti utili ad affermare l’economia circolare, aggiunge Quagliuolo, “non sono tanti”. Parliamo dei decreti End of Waste che stanno dormendo da tempo immemore, il Green public procurement che dovrebbe divenire obbligatorio per le amministrazioni e l’incentivazione fiscale per chi utilizza le materie prime seconde da riciclo al posto di quelle vergini”.

Nei mesi di pandemia, le difficoltà non sono mancate neppure per un’eccellenza dell’economia circolare italiana come il CONOU. Nonostante il lockdown, il consorzio è riuscito a garantire sia il servizio di raccolta che le attività di rigenerazione degli oli minerali usati, anche se in presenza di una consistente riduzione dei volumi. E il calo delle quantità raccolte è stato sorprendentemente minore rispetto alle aspettative.

Il problema? Il prodotto recuperato – nuove basi lubrificanti e gasolio – ha trovato un mercato decisamente più contenuto, sia come richiesta (le immissioni sono scese del 42%) che sul fronte prezzi (calati del 25% rispetto alla valutazione internazionale dell’olio base). “Tutto il sistema è andato in crisi e il Consorzio è intervento”, afferma il presidente Paolo Tomasi. “Ovviamente non era la prima che ci trovavamo di fronte ad una situazione di questo tipo, basti pensare alla crisi del 2009”. In risposta all’emergenza CONOU ha aumentato gli stoccaggi e concordato un sostegno alla rigenerazione ma il problema, spiega Tomasi, potrebbe aggravarsi se la crisi dovesse continuare.

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