Rinnovabili • Giornata Mondiale dell’Acqua: la crisi idrica è ormai strutturale Rinnovabili • Giornata Mondiale dell’Acqua: la crisi idrica è ormai strutturale

Giornata mondiale dell’acqua: entro il 2030 la domanda globale oltre il 40% delle risorse disponibili

Tra cambiamenti climatici, aumento della domanda e impatti industriali, la crisi idrica è ormai strutturale emette sotto pressione ecosistemi, economia e sistemi energetici.

Giornata Mondiale dell’Acqua: la crisi idrica è ormai strutturale
Giornata Mondiale dell’Acqua: la crisi idrica è ormai strutturale – Immagine realizzata con IA

Giornata Mondiale dell’Acqua 2026: il mondo ha sempre più sete

Entro il 2030 la domanda globale di acqua potrebbe superare del 40% le risorse disponibili: è questo il dato sconcertante che emerge in occasione della Giornata mondiale dell’Acqua che l’Onu ha fissato per il 22 marzo.

Ogni anno, nel mondo, vengono estratti circa 4.000 chilometri cubi di acqua da falde, fiumi e laghi. Il 70%-72% dell’acqua dolce globale finisce in agricoltura. 3,2 miliardi di persone vivono già in aree agricole con scarsità idrica.

In Europa 12,5 milioni di persone risultano esposte a PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche), attraverso acqua potabile contaminata.

In Italia, intanto, si perde in rete il 42,4% dell’acqua immessa, con picchi che nel Mezzogiorno arrivano al 60%.

Tra crisi climatica, inquinamento, infrastrutture inadeguate, transizione energetica e impatto del digitale, si colloca la ricorrenza promossa dalle Nazioni Unite. Sullo sfondo, il conflitto in Medio Oriente solleva gravi questioni, non solo dal punto di vista politico ed umanitario, ma anche per quel che riguarda la disponibilità di risorse idriche della regione.

Perché una Giornata Mondiale dell’acqua?

La ricorrenza nasce nel 1992, nell’ambito della Conferenza ONU su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro, per garantire ogni anno un momento riconoscibile di attenzione globale sul tema dell’acqua.

Dal 1993 in poi, il 22 marzo è diventato l’appuntamento annuale in cui governi, organizzazioni internazionali e società civile promuovono iniziative, campagne e report per sensibilizzare su gestione, accesso e sostenibilità delle risorse idriche.

Quest’anno, il messaggio ufficiale insiste sul nesso tra acqua e disuguaglianza. Lo slogan è “Where water flows, equality grows” –  Dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza  vuole porre l’attenzione sul fatto che la crisi idrica colpisce tutti, ma non nello stesso modo.

Dove mancano acqua sicura e servizi igienico-sanitari, infatti, le disuguaglianze si allargano e a pagare di più sono spesso donne e ragazze che, in molti paesi del mondo, raccolgono acqua, gestiscono i carichi di cura e restano escluse dai processi decisionali.

Il focus, per il 2026 è quindi squisitamente sociale: l’acqua come bene comune, come diritto umano e come infrastruttura sociale oltre che ambientale.

2,2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso sicuro a una fornitura adeguata di acqua potabile, mentre 3,5 miliardi non dispongono ancora di servizi igienici funzionanti nelle proprie abitazioni.

L’Atlante 2026 di Legambiente per la Giornata mondiale dell’acqua

In occasione della giornata mondiale, Legambiente ha diffuso l’Atlante dell’Acqua 2026, edizione italiana del Wasseratlas 2025, pubblicata con Heinrich-Böll-Stiftung Parigi, Francia e Italia.  Il volume raccoglie studi, dati scientifici e analisi su acqua, clima, energia, agricoltura, digitale, diritti, inquinamento e governance.

L’Atlante avverte che il ciclo dell’acqua terrestre ha  già oltrepassato i limiti della sostenibilità. Il riscaldamento globale altera l’intero ciclo idrologico. Per ogni grado Celsius in più, l’aria trattiene il 7% di umidità in più, aumentando l’intensità delle precipitazioni estreme ma anche la frequenza di siccità prolungate.

Se non si interviene, entro il 2050 fino a 5 miliardi di persone potrebbero affrontare condizioni di scarsità idrica. A questo si somma la crescita dei consumi. Negli ultimi cento anni il consumo mondiale di acqua è aumentato di sei volte e la domanda potrebbe crescere ancora del 20-30% entro il 2050.

Ma l’acqua non si consuma solo dal rubinetto. C’è l’acqua “virtuale” incorporata nei prodotti. Un singolo smartphone può richiedere fino a 12.000 litri, l’industria tessile usa ogni anno 93 miliardi di m³, una maglietta di cotone richiede in media 2.700 litri. Il consumo materiale diventa così pressione invisibile sulle risorse idriche globali.

Italia tra i primi Paesi Ue per prelievi ma anche per perdite

Nel 2022 il nostro Paese ha prelevato 9,1 miliardi di m³ di acqua per uso potabile, pari a 155 m³ annui per abitante, uno dei valori più alti in Europa. Circa l’85% dell’approvvigionamento proviene da acque sotterranee.

Eppure, il sistema perde quasi metà della risorsa prima di consegnarla agli utenti. Le perdite totali in distribuzione sono pari al 42,4% dell’acqua immessa in rete, cioè 3,4 miliardi di m³ l’anno, equivalenti a 157 litri al giorno per abitante.

Il volume disperso basterebbe a soddisfare per un anno le esigenze di oltre 43 milioni di persone. Particolarmente marcato il divario territoriale: i valori peggiori si registrano nel Sud e nelle Isole, mentre in regioni come Bolzano, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta le perdite restano sotto il 30%.

Inquinamento, depurazione carente e PFAS rendono l’acqua meno sicura

La crisi non è solo quantitativa. È anche qualitativa. Secondo l’Atlante di Legambiente, in Europa solo circa il 37% delle acque superficiali raggiunge uno stato ecologico buono o superiore.

Pesticidi, fertilizzanti, farmaci, microplastiche e scarichi industriali contaminano fiumi, laghi e falde. Nel 14,1% delle stazioni di monitoraggio europee dei nitrati nelle acque sotterranee il limite di 50 mg/l è superato.

In Italia, gli scarichi di acque reflue urbane concorrono alla scarsa qualità del 25% dei fiumi, del 22% dei laghi e di oltre il 50% dei corpi idrici costieri. Il capitolo depurazione è altrettanto critico: il Paese ha ancora tre procedure di infrazione aperte, oltre 800 agglomerati non conformi e ha già pagato più di 200 milioni di euro di sanzioni per la prima procedura. Solo il 56% delle acque reflue è trattato in conformità con la normativa, contro una media UE del 76%.

Sul fronte PFAS, l’Atlante parla di oltre 4.700 composti, di circa 12,5 milioni di cittadini europei esposti tramite acqua potabile contaminata e del caso Veneto, dove circa 350.000 persone sono state esposte per decenni all’inquinamento originato dallo stabilimento Miteni.

La crisi del Po in Italia, paradigma di una risorsa sempre più scarsa

Legambiente dedica un focus importante  al fiume Po. Il bacino del fiume più lungo d’Italia copre circa 71.000 km², pari al 24% del territorio nazionale, e coinvolge oltre 16 milioni di persone. Ogni anno nel distretto vengono prelevati oltre 20 miliardi di m³ di acqua, di cui quasi il 75% per usi irrigui.

Ma il grande fiume italiano è anche uno dei principali vettori di plastica verso l’Adriatico ed è esposto a nutrienti, pesticidi, microplastiche e riduzione delle portate. Sullo sfondo agisce la criosfera alpina. Tra il 2000 e il 2023 i ghiacciai delle Alpi e dei Pirenei hanno perso circa il 39% della loro massa. Nelle Alpi italiane i giorni con neve al suolo sono diminuiti mediamente di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000, con deficit dell’equivalente idrico della neve che arrivano fino al 70%.

Le conseguenze sul sistema idroelettrico sono dirette. La riduzione dei deflussi estivi limita la disponibilità di risorsa nei bacini, riducendo la capacità di modulazione e la producibilità degli impianti, soprattutto quelli ad acqua fluente e a bacino stagionale.

Nel 2022, anno caratterizzato da condizioni di siccità estrema, la portata del Po è scesa in alcuni tratti sotto i 150 m³ al secondo, a fronte di una media storica di circa 1.500 m³/s, mentre la produzione idroelettrica nazionale ha registrato un calo di circa 17 TWh rispetto al 2021.

L’AI ha sete di acqua

La sempre più scarsa disponibilità di acqua ha degli effetti energetici via via sempre più gravi. Nel 2021 i prelievi globali di acqua destinati alla produzione di elettricità e combustibili hanno raggiunto circa 370 miliardi di m³ e potrebbero salire a 400 miliardi entro il 2030.

Solo per generare energia sono stati impiegati circa 54 miliardi di m³. Il consumo d’acqua per megawattora arriva a 537.234 litri per le biomasse, 69.930 per l’idroelettrico, 3.190 per il petrolio, 2.325 per il carbone, 446 per il fotovoltaico e appena 279 per il vento.

 Ma alla sete del sistema energetico si aggiunge quella del digitale. Un data center medio negli Stati Uniti usa oltre un milione di litri al giorno; per il solo raffreddamento può richiedere fino a 169 litri al secondo.

Per addestrare GPT-3 sono stati evaporati 700.000 litri di acqua dolce. Entro il 2027, l’AI globale potrebbe consumare fino a sei volte l’acqua della Danimarca.

Fonti fossili responsabili anche della crisi idrica

Carbone

Il carbone continua a drenare risorse idriche e a degradarne la qualità: una centrale a carbone da 500 megawatt con raffreddamento a ciclo continuo richiede un flusso d’acqua sufficiente a riempire una piscina olimpionica ogni tre minuti, mentre l’estrazione abbassa le falde, prosciuga i pozzi e riduce la disponibilità per ecosistemi e agricoltura.

Oltre l’80% delle importazioni di carbone dell’UE proviene da appena quattro Paesi e in Colombia, dove tra il 2012 e il 2022 sono stati estratti circa 84 milioni di tonnellate di carbone l’anno, fiumi deviati e dighe costruite per l’attività mineraria hanno aggravato la scarsità idrica in aree come La Guajira.

Petrolio

Anche il petrolio mostra un’impronta pesantissima: in Canada servono da 2 a 4,5 unità d’acqua per ottenere una sola unità di greggio sintetico, e l’industria è autorizzata a prelevare dal fiume Athabasca 349 milioni di m³ l’anno, un volume equivalente al fabbisogno di una città di 2 milioni di abitanti.

A questo si aggiungono gli scarichi contaminati delle raffinerie e i danni degli sversamenti: nel 2024, nello stretto di Kerch, la fuoriuscita di circa 9.000 tonnellate di olio combustibile pesante ha contaminato oltre 40 chilometri di costa.

Gas

Nemmeno il gas sfugge a questa logica: il fracking, presentato per anni come opzione “più pulita”, richiede enormi volumi idrici e può contaminare le falde; secondo il Ministero dell’Ambiente tedesco, un solo pozzo con sei stringhe di perforazione può richiedere circa 170.000 m³ d’acqua.

Materie prime critiche

Ma anche le materie prime critiche sono responsabili della crisi idrica. La domanda di terre rare potrebbe più che raddoppiare entro il 2040, mentre quella di litio potrebbe crescere fino a tredici volte. Produrre 1 chilogrammo di rame richiede circa 97 litri d’acqua; per 1 chilogrammo di litio servono tra 400 e 2.000 litri. Più del 50% della produzione globale di rame e litio è localizzato in aree già esposte a stress idrico e rischi climatici.

Il caso emblematico è il Cile, dove circa il 70% della popolazione dipende dall’acqua dei ghiacciai andini e dove l’attività mineraria accelera il degrado dei corpi glaciali, contamina sorgenti e falde e costringe interi villaggi a dipendere dai camion-cisterna.

 Nel Salar de Atacama, l’estrazione di rame e litio ha già consumato oltre il 65% delle risorse idriche disponibili, mentre il Global Environmental Justice Atlas registra quasi 900 conflitti legati all’estrazione mineraria nel mondo, con l’85% connessi all’uso o alla contaminazione di acque superficiali o sotterranee.

Il quadro si aggrava guardando agli effetti sistemici: l’OCSE stima che la domanda complessiva di materie prime potrebbe raddoppiare entro il 2060, moltiplicando consumo energetico, emissioni, eutrofizzazione e danni agli organismi acquatici.

Cosa si sta facendo alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua?

La gestione della crisi idrica è da tempo nelle agende internazionali, ma con livelli di attuazione molto disomogenei. Le Nazioni Unite hanno integrato il tema nell’Obiettivo di sviluppo sostenibile 6 (SDG 6), che punta a garantire accesso universale all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Tuttavia, i dati indicano che il ritmo di avanzamento non è sufficiente: miliardi di persone restano senza accesso sicuro, mentre la domanda continua a crescere.

Sul piano europeo, oltre alla Direttiva Quadro Acque, si sta rafforzando l’impianto normativo con la Strategia per la resilienza idrica e con il Regolamento sul ripristino della natura, che introduce obblighi vincolanti sul recupero degli ecosistemi e sulla capacità dei territori di trattenere e gestire l’acqua. Il costo stimato per l’attuazione delle politiche idriche europee tra il 2022 e il 2027 è di 89 miliardi di euro, ma il costo dell’inazione è nettamente superiore, tra danni da siccità, alluvioni e inquinamento.

Dalla riduzione dei consumi al riuso: le politiche sull’acqua non tengono il passo

Nel comparto energetico, la necessità è quella di ridurre l’intensità idrica della produzione, orientando gli investimenti verso tecnologie meno dipendenti dall’acqua. Il tema dei consumi delle tecnologie digitali sta entrando prepotentemente nel dibattito regolatorio, con crescente attenzione all’impronta idrica dei data center. Nel settore minerario, l’espansione della domanda di litio e rame sta spingendo verso modelli di estrazione più sostenibili e verso il rafforzamento dell’economia circolare, anche per ridurre la pressione sulle risorse idriche nei territori più fragili.

Un altro fronte è quello del riuso e dell’efficienza. In diversi Paesi, il riutilizzo delle acque reflue trattate viene già impiegato su scala significativa per agricoltura e industria, mentre in altri contesti – come l’Italia – resta marginale. Allo stesso tempo, cresce l’attenzione per le soluzioni basate sulla natura, considerate sempre più come infrastrutture a tutti gli effetti: zone umide, pianure alluvionali e suoli permeabili sono strumenti per ridurre il rischio idraulico e migliorare la disponibilità di risorsa nei periodi di scarsità.

Il punto, però, resta la velocità, oltre che la reale intenzione, da parte dei governi di impegnarsi per difendere e preservare le risorse idriche. Le iniziative esistono, ma i dati mostrano che l’evoluzione della crisi è più rapida delle – sempre più deboli – risposte.

La Giornata Mondiale dell’Acqua, quest’anno prova ad accendere un faro proprio sulle regioni del mondo e su quella parte di popolazione sempre più esposta alle conseguenze di una crisi idrica ogni giorno più grave.

Rinnovabili •

About Author / Alessandro Petrone

Giornalista da oltre 20 anni, nel corso della sua carriera si è occupato di politica, economia, attualità e costume. È stato Caporedattore e Direttore Responsabile per una Casa Editrice che pubblica magazine generalisti in Italia, Germania, USA e Cina. Ha scritto e collaborato con aziende e media che si occupano di automotive, con particolare attenzione ai temi della mobilità sostenibile. Si è avvicinato al mondo dell’energia lavorando come ufficio stampa per multinazionali del settore. Da allora, si occupa assiduamente di temi legati alla transizione energetica, soprattutto nel settore automotive, e alle energie rinnovabili, scrivendo per La Repubblica, AdnKronos, 9 Colonne, The Post International. È altresì appassionato di tecnologia, informatica, fotografia e cucina con un passato da attivista LGBTQIA+.