I dati dimostrano che un attacco mirato contro gli impianti di desalinizzazione della regione potrebbe causare una crisi umanitaria grave e immediata, perché milioni di persone dipendono da tali infrastrutture.

La vera vulnerabilità strategica della regione potrebbe essere l’acqua e non il petrolio o il gas
La risorsa più a rischio con la guerra all’Iran è l’acqua e non il petrolio o il gas. Il Bahrein ha dichiarato che un attacco condotto con droni iraniani domenica 8 marzo ha causato danni materiali a un impianto di desalinizzazione. L’attacco è il primo contro un’infrastruttura simile dall’inizio dell’escalation ma costituisce un precedente importante perché evidenzia la fragilità delle risorse idriche della regione e la vulnerabilità degli impianti di desalinizzazione all’esacerbarsi del conflitto.
Perché la risorsa più a rischio con la guerra all’Iran è l’acqua
L’attacco di domenica arriva dopo le dichiarazioni del Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Il Ministro ha accusato gli Stati Uniti di aver colpito un impianto di desalinizzazione sull’isola di Qeshm, nell’Iran meridionale. “L’approvvigionamento idrico di 30 villaggi è stato compromesso. Attaccare le infrastrutture iraniane è una mossa pericolosa con gravi conseguenze. Il precedente è stato creato dagli Stati Uniti, non dall’Iran“, ha scritto Abbas Araghch su X. Il Paesi del Golfo dipendono dai dissalatori per la stragrande maggioranza del loro fabbisogno idrico. L’Iran, del resto, già soffre da tempo a causa dello stress idrico.
La dipendenza dei Paesi del Golfo dagli impianti di desalinizzazione
Gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) sono considerati leader mondiali nell’utilizzo di fonti d’acqua non convenzionali. La desalinizzazione, in particolare in Arabia Saudita e Kuwait, iniziò già nel 1938. Come spiega Gulf Research Center, la maggior parte della capacità installata totale degli impianti di desalinizzazione nel mondo si trova nella regione del Golfo. I Paesi del GCC rappresentano quasi il 60% della capacità globale di desalinizzazione, producono quasi il 40% dell’acqua desalinizzata totale del pianeta. Nella regione esistono 400 impianti, stando alle stime del 2023.
L’Arabia Saudita è al primo posto a livello mondiale per capacità, seguita dagli Emirati Arabi Uniti. Gli impianti di desalinizzazione negli Emirati Arabi Uniti forniscono più del 90% dell’acqua potabile per la popolazione locale; in Oman l’86% e in Arabia Saudita il 70%. I dati dimostrano che un attacco mirato contro questi impianti di desalinizzazione potrebbe causare una crisi umanitaria grave e immediata, perché milioni di persone dipendono da tali infrastrutture.
La desalinizzazione, prosegue l’analisi, comporta diversi problemi. Gli impianti di desalinizzazione consumano grandi quantità di energia. Un ulteriore problema riguarda l’impatto sulle falde acquifere, soprattutto se un impianto di desalinizzazione viene costruito nell’entroterra: eventuali perdite dalle condutture possono provocare l’infiltrazione di acqua salata, e quindi diventano un pericolo per le falde. Inoltre, tali impianti hanno anche impatti sull’ambiente marino a causa dello scarico della salamoia residua e dunque contribuiscono all’aumento della temperatura dell’acqua.
Anche secondo la CIA, l’acqua è la “materia prima strategica” del Medio Oriente, come racconta Bloomberg. Da decenni la CIA informa i responsabili politici dei rischi di questa dipendenza. In una valutazione segreta degli anni ’80, successivamente declassificata, l’intelligence avvertì che alcuni leader della regione consideravano l’acqua più importante del petrolio per il benessere nazionale.












