Lo studio dell’Università di Plymouth rivela l’oscuramento degli oceani su scala globale, con impatti sulla biodiversità e sulla zona fotica, vitale per la fotosintesi marina.

di Alessandro Petrone
L’oscuramento degli oceani non è più solo un’ipotesi. Un recente studio pubblicato su Global Change Biology e condotto dall’Università di Plymouth in collaborazione con il Plymouth Marine Laboratory, ha confermato un fenomeno sempre più diffuso: la riduzione della trasparenza delle acque marine. Utilizzando vent’anni di dati satellitari, i ricercatori hanno rilevato una diminuzione significativa della luce che penetra nella colonna d’acqua, con conseguenze dirette sulla profondità della zona fotica, lo strato dove avviene la fotosintesi.
Nel 21% degli oceani globali, la penetrazione della luce blu (490 nm) si è ridotta sensibilmente. Questo ha comportato un restringimento della zona fotica superiore ai 50 metri in circa il 9% della superficie oceanica. Una superficie pari a oltre 32 milioni di km² sta diventando meno luminosa, influenzando la vita marina e la produttività degli ecosistemi.
Oscuramento oceani: le zone più colpite
L’oscuramento oceani interessa aree estese, dal Golfo del Messico all’Artico fino all’Antartico. Non si tratta solo di zone costiere, dove l’apporto di nutrienti, sedimenti e materia organica è più diretto, ma anche di porzioni dell’oceano aperto. In queste aree, il fenomeno è legato a cambiamenti nella fioritura algale e all’aumento della temperatura della superficie marina.
Tra le principali cause si segnalano l’aumento delle precipitazioni e il conseguente trasporto di materiale sospeso nei bacini marini, i cambiamenti nella circolazione oceanica e le variazioni nella copertura nuvolosa. Inoltre, l’incremento delle fioriture fitoplanctoniche, se da un lato indica maggiore attività biologica, può anche ridurre la trasparenza dell’acqua.
L’impatto sull’ecosistema marino e sul clima
Le conseguenze dell’oscuramento oceani sono gravi e potenzialmente irreversibili. La diminuzione della luce limita la fotosintesi, processo fondamentale per il ciclo del carbonio e per la produzione di ossigeno. Le comunità planctoniche, alla base della catena alimentare marina, sono particolarmente esposte a questi cambiamenti.
Con meno luce nelle profondità, molte specie si spostano verso la superficie, aumentando la competizione per lo spazio e le risorse. Alcune specie potrebbero essere costrette a migrare o estinguersi localmente. Cambia anche il bilancio energetico dell’oceano, con possibili effetti sulla regolazione termica globale.
Per comprendere e monitorare meglio il fenomeno, lo studio ha utilizzato dati MODIS Aqua con una risoluzione di 9 km, valutando la variazione del coefficiente di attenuazione della luce e modellando la zona fotica attraverso simulazioni di irraggiamento solare e lunare.
Questo approccio integrato, su scala pan-europea e globale, è utile anche per valutare l’efficacia delle politiche di adattamento climatico e conservazione marina. Lo studio mostra come l’oscuramento oceani debba essere considerato tra gli indicatori fondamentali dello stato di salute degli ecosistemi marini.
Un invito all’azione globale
L’oscuramento degli oceani non è visibile come il livello del mare che sale o lo sbiancamento dei coralli. Ma è altrettanto pericoloso. È un cambiamento silenzioso che minaccia la biodiversità marina e riduce la capacità dell’oceano di assorbire CO₂ e restituire ossigeno.
Per i ricercatori, serve una maggiore attenzione a questo fenomeno nei programmi internazionali di monitoraggio climatico. È necessario includerlo tra i parametri chiave per le valutazioni ambientali e stimolare investimenti nella ricerca oceanografica. Perché anche la luce che penetra negli oceani ci dice quanto il nostro pianeta stia cambiando.
A questo link, l’articolo completo su Global Change Biology.












