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Entra in vigore il Trattato sull’alto mare, Italia ritardataria

Il Tratatto fornisce un quadro giuridico vincolante per la governance comune di quasi metà della superficie terrestre e del 95% del volume dell'oceano, l'habitat naturale più esteso del pianeta perché la maggior parte dello spazio vitale sulla Terra è sott'acqua. L'Italia non lo ha ancora ratificato

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Immagine generata da IA

Entrato in vigore il Trattato sull’alto mare

Il Trattato sull’alto mare, formalmente conosciuto come Agreement on Biodiversity Beyond National Jurisdiction (BBNJ), è entrato in vigore il 17 gennaio 2026. Il Tratatto fornisce un quadro giuridico vincolante per la governance comune di quasi metà della superficie terrestre e del 95% del volume dell’oceano, l’habitat naturale più esteso del pianeta perché la maggior parte dello spazio vitale sulla Terra è sott’acqua. Copre le zone oceaniche situate al di fuori delle acque nazionali e i fondali marini delle acque internazionali.

L’entrata in vigore è un passo avanti verso il raggiungimento dell’obiettivo globale di proteggere il 30% dell’oceano entro il 2030, come concordato nell’ambito del Quadro globale per la biodiversità. Attualmente poco più dell’1% dell’alto mare è protetto, nonostante conti così tanto per la salute del pianeta e dell’uomo.

A fine settembre aveva raggiunto le 60 ratifiche necessarie a consentirne l’entrata in vigore dopo 120 giorni e dunque a gennaio 2026. Fino a questo momento l’accordo è stato ratificato da 81 Stati o Parti, come l’UE e 16 dei suoi Stati Membri, e firmato da 145 Paesi. L’Italia non lo ha ancora ratificato. Dopo l’entrata in vigore, il Trattato è diventato giuridicamente vincolante per gli Stati che lo hanno ratificato. Significa che tali Paesi accettano di renderlo effettivo a livello nazionale.

Perché è importante il Trattato sull’alto mare

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha commentato che il Trattato “colma una lacuna critica nella governance per garantire un oceano resiliente e produttivo per tutti. Adesso potremo passare rapidamente all’attuazione universale e completa“.

Pratiche come la pesca non regolamentata, il trasporto marittimo, l’inquinamento, i cambiamenti climatici e l’estrazione mineraria dai fondali marini profondi si possono affrontare solo attraverso un approccio coordinato e olistico, come appunto il Trattato sull’alto mare.

Lo strumento consente l’istituzione di aree marine protette concordate a livello globale, rafforza i requisiti per le valutazioni di impatto ambientale relative alle attività marine, come la pesca, il trasporto marittimo, la posa di cavi e l’estrazione di risorse. Migliora la trasparenza e favorisce la cooperazione scientifica. Inoltre, impone una ripartizione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine.

In breve l’accordo consentirà di

  • istituire aree marine protette in alto mare;
  • regolamentare lo sfruttamento delle risorse genetiche marine;
  • valutare l’impatto ambientale delle attività umane attuali e future;
  • sostenere le economie in via di sviluppo attraverso programmi specifici e attraverso il trasferimento di tecnologie marine.

Kirsten Schuijt, Direttore Generale del WWF International, ha affermato: “L’entrata in vigore del Trattato sull’alto mare segna un momento storico per gli oceani del mondo e per tutti noi che da essi dipendiamo. Con la sua trasformazione in diritto internazionale, il trattato inaugura una nuova era di governance e cooperazione oceanica con un immenso potenziale per garantire oceani ed economie più sani e resilienti. Questo è solo l’inizio del viaggio: esortiamo i Governi e le imprese a collaborare per attuare efficacemente il trattato e incoraggiamo i Paesi che non l’hanno ancora fatto ad aderirvi”. 

Quali Stati hanno firmato il Trattato sull’alto mare?

Fino ad oggi diverse grandi economie hanno firmato il BBNJ, come Cina, Germania, Giappone, Francia e Brasile. La Cina nel 2023 ha esportato quasi 155 miliardi di dollari di beni legati all’economia dell’oceano, come risulta dai dati dell’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio. La Repubblica Popolare Cinese, infatti, ha un impatto particolarmente rilevante sui mari a causa di attività come la cantieristica navale, l’acquacoltura, la pesca e l’estrazione offshore di petrolio e gas.

Molti altri grandi Paesi non lo hanno ancora ratificato, tra questi prima di tutto gli Stati Uniti. Gli USA sono tra i primi cinque maggiori esportatori di beni legati all’oceano, con un volume d’affari di 61 miliardi di dollari all’anno. Sebbene lo abbiano firmato nel 2023, non lo hanno ancora ratificato ed è improbabile che lo faranno a breve.

L’India, tra i principali esportatori nel gruppo delle economie in via di sviluppo, con 19 miliardi di dollari di esportazioni, ha adottato il trattato nel 2024. Tuttavia, il processo di ratifica è ancora in sospeso. Il Regno Unito, invece, nel 2025 ha introdotto una legislazione in materia ma il Parlamento non ha ancora ratificato il Trattato. La Russia è uno dei pochi Stati a non aver né adottato né ratificato il trattato. Mosca ha motivato tale decisione con la volontà di preservare gli attuali quadri di governance e di garantire la libertà di navigazione e di trasporto marittimo in acque internazionali.

Italia ritardataria nel perfezionare la ratifica

Anche l’Italia non ha ancora ratificato il testo, nonostante sia parte della coalizione di Stati che si sono spesi per una rapida implementazione. A tale proposito, insieme a Blue Marine Foundation, Client Earth, Greenpeace Italia, LIPU e Mare Vivo, WWF Italia ha scritto al Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e al Ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. Nella lettera le associazioni hanno avvertito che il ritardo dell’Italia nel perfezionare la ratifica rischia di compromettere la credibilità del Paese e di indebolirne il ruolo nell’ambito delle politiche globali di tutela ambientale. Se il Governo, invece, agisse rapidamente, dimostrerebbe un impegno concreto e coerente rispetto agli impegni già assunti, contribuendo anche ad avvicinarsi all’attuazione degli obiettivi internazionali di protezione della biodiversità.

Ruolo di primo piano per l’Unione Europea

L’UE attualmente è impegnata nelle discussioni preparatorie per la prima Conferenza delle Parti (COP) che si terrà entro un anno dall’entrata in vigore del BBNJ. L’UE, inoltre, ha previsto anche degli strumenti utili ad attuare il Trattato, in particolare nelle economie in via di sviluppo, attraverso il Programma Globale per gli Oceani dell’UE. Bruxelles ha lanciato tale programma in occasione della terza Conferenza delle Nazioni Unite sull’Oceano lo scorso giugno, stanziando un fondo di 40 milioni di euro. La prima fase fornisce la possibilità di usufruire di un’assistenza tecnica su richiesta già pienamente operativa.

I limiti del Trattato sull’alto mare

Come spiega questo articolo scientifico, l’Accordo sulla biodiversità al di fuori della giurisdizione nazionale si inserisce purtroppo in un panorama giuridico e concettuale caratterizzato da grande frammentazione e da definizioni controverse di biodiversità.

Ad esempio, l’attenzione data alle risorse genetiche marine riflette certamente uno sforzo pragmatico per gestire la condivisione dei benefici, ma enfatizza anche logiche estrattive e commerciali, a discapito di una comprensione più sistemica della vita marina. Le disposizioni chiave preservano gli accordi istituzionali esistenti, offrendo stabilità di governance, ma come conseguenza rafforzano anche la frammentazione giuridica della biodiversità. Il testo del Trattato non definisce precisamente la biodiversità per facilitare il consenso e l’adattabilità delle norme, lasciando aperte delle questioni cruciali su quali conoscenze contino e quali valori guidino la governance della biodiversità. Lo studio infatti suggerisce un approccio più inclusivo ed ecologico.

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.