Affrontare la crisi climatica è un dovere giuridico ai sensi del diritto internazionale e non solo una scelta politica.

Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato un’importante risoluzione per la giustizia climatica
Il 20 maggio l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato, con 141 voti favorevoli e 8 contrari, un’importante risoluzione per la giustizia climatica. Il testo rafforza il parere della Corte internazionale di giustizia secondo cui i Governi hanno l’obbligo giuridico di affrontare il cambiamento climatico. La risoluzione attribuisce al parere della Corte un peso politico e istituzionale all’interno del sistema multilaterale.
La Corte aveva stabilito inoltre che, se gli Stati violano tali obblighi, sono legalmente responsabili e possono essere obbligati per legge a cessare il comportamento illecito, offrire garanzie che tale comportamento non si ripeta e fornire una piena riparazione, a seconda delle circostanze specifiche.
Sebbene i pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia non abbiamo valore vincolante, contribuiscono a definire il diritto internazionale attraverso l’indicazione degli obblighi legali degli Stati. Il parere della Corte viene già citato nei contenziosi climatici in tutto il mondo.
I Governi hanno l’obbligo giuridico di affrontare il cambiamento climatico
L’adozione della risoluzione da parte dell’Assemblea Generale invia, dunque, un forte messaggio: affrontare la crisi climatica è un dovere giuridico ai sensi del diritto internazionale e non solo una scelta politica “La massima corte del mondo si era espressa. – ha commentato il Segretario generale ONU, António Guterres – L’Assemblea Generale ha risposto”.
Le risoluzioni Assemblea Generale hanno generalmente valore di raccomandazione e non sono vincolanti. Tuttavia, possono fornire una prova importante per stabilire l’esistenza o l’emersione di una opinio iuris, qualificando un determinato comportamento o una prassi giuridicamente obbligatori o necessari in base al diritto internazionale consuetudinario.
La risoluzione esorta quindi tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite a intraprendere ogni misura possibile per evitare di causare danni significativi al clima e all’ambiente, quindi anche le emissioni prodotte all’interno dei propri confini, e a rispettare gli impegni climatici già assunti nell’ambito dell’Accordo di Parigi.
I Governi sono anche chiamati a coordinare costantemente gli sforzi per affrontare i cambiamenti climatici, garantendo che le politiche tutelino i diritti alla vita, alla salute e a standard di vita adeguati.
Dopo il voto, Guterres ha affermato che il percorso verso la giustizia climatica “passa attraverso una transizione rapida, giusta ed equa dai combustibili fossili verso le energie rinnovabili”. Il Segretario generale ha ribadito che le rinnovabili si sono dimostrate la forma di energia più economica e sicura per limitare l’aumento della temperatura globale.
Per il WWF, la risoluzione costituisce una svolta nella leadership globale sul clima. In un periodo storico in cui la cooperazione internazionale è complessa, l’approvazione a larga maggioranza dall’Assemblea Generale conferma che i Governi restano impegnati ad affrontare la crisi climatica, a conservare la natura e a salvaguardare la vita delle persone.
L’Assemblea ONU approva la risoluzione sul clima: isolati USA, Russia e Arabia Saudita
Gli Stati Uniti, la Russia, l’Iran e l’Arabia Saudita, alcuni dei maggiori Paesi produttori di petrolio e grandi emettitori di gas serra, si sono opposti alla misura. A votare contro sono stati anche Bielorussia, Iran, Israele, Liberia e Yemen.
Nonostante la portata, il parere della Corte internazionale di giustizia non ha avuto alcun impatto sulla conferenza ONU sul clima UNFCCC dello scorso novembre a Belém. Alla COP30 l’Arabia Saudita ne ha ha bloccato l’inclusione nelle dichiarazioni finali, definendola una “linea rossa assoluta”.
L’Associated Press a febbraio aveva riferito che l’Amministrazione Trump aveva provato a convincere i Paesi a fare pressione su Vanuatu affinché ritirasse la risoluzione. Il testo, infatti, è merito del percorso giuridico intrapreso dalle piccole isole del Pacifico, che hanno denunciato una grave ingiustizia: Stati insulari come Vanuatu e Tuvalu contribuiscono per meno dello 0,01% alle emissioni globali, ma devono affrontare minacce esistenziali dovute all’innalzamento del livello del mare.
Da decenni, i Paesi del Pacifico assistono alla lenta scomparsa delle loro terre. Come riporta Reuters, a Tuvalu, dove l’altitudine media è di appena 2 metri sul livello del mare, più di un terzo della popolazione ha presentato domanda per un visto di migrazione verso l’Australia per motivi legati al clima. Ogni anno, però, ne viene accettato solo un numero limitato. Entro il 2100 gran parte del Paese potrebbe trovarsi sommersa. A Nauru, il Governo ha iniziato a vendere passaporti a cittadini stranieri benestanti, offrendo accesso senza visto a decine di Paesi, nel tentativo di raccogliere fondi per possibili piani di ricollocamento.












