Gli scienziati confermano che il declino nel lungo termine è dovuto principalmente al cambiamento climatico causato dall'uomo.

Record negativo per i ghiacci dell’Artico
I ghiacci dell’Artico hanno raggiunto la massima estensione per questo inverno, toccando a pari merito il valore più basso in una serie storica satellitare di quasi 50 anni. Un’analisi di Carbon Brief sui dati provvisori del National Snow and Ice Data Center (NSIDC) degli Stati Uniti indicano che l’estensione del ghiaccio marino ha toccato il picco di 14,29 milioni di chilometri quadrati il 15 marzo. Il valore è leggermente inferiore al record precedente per il massimo annuale, stabilito proprio lo scorso anno, ma l’NSIDC ritiene che possa essere considerato un pareggio statistico.
Il valore massimo annuale è un indicatore fondamentale in un ciclo che vede l’estensione del ghiaccio marino espandersi durante l’inverno, per poi sciogliersi in primavera ed estate fino a raggiungere il minimo annuale. Il dato è “molto allarmante“ per il ghiaccio marino artico, ha commentato a Carbon Brief il dottor Zack Labe, scienziato presso Climate Central. Labe ha aggiunto che lo spessore è vicino ai minimi storici. Ciò implica che il ghiaccio marino artico nella tarda stagione invernale si trova in uno dei suoi stati di maggiore fragilità mai registrati dai satelliti.
Negli ultimi sei mesi l’estensione del ghiaccio marino artico si è attestata a livelli minimi o prossimi al record minimo, di pari passo a condizioni insolitamente calde in gran parte della regione, come ha spiegato la dottoressa Lettie Roach, climatologa polare presso l’Alfred Wegener Institute. I due fenomeni sono legati, perché, come ha aggiunto la scienziata: “L’aria e le temperature oceaniche più calde favoriscono lo scioglimento del ghiaccio e, con meno ghiaccio, l’oceano assorbe più calore, accelerando ulteriormente il riscaldamento“.
Una tendenza al ribasso a lungo termine
Il picco invernale raggiunto quest’anno è l’ultimo dato che conferma una tendenza al ribasso a lungo termine osservata dagli scienziati nell’Artico da quando negli anni Settanta sono cominciate le rilevazioni satellitari. Secondo l’NSIDC, l’estensione massima del 2026 è di 1,36 milioni di chilometri quadrati inferiore alla media del periodo 1981-2010. Per il centro, rispetto alla media 1981-2010, nel 2026 risulta che abbiamo perso un’area pari a due volte il Texas
Nonostante la grande variabilità di anno in anno dovuta alle fluttuazioni naturali dell’atmosfera e dell’oceano, il declino nel lungo termine è dovuto principalmente al cambiamento climatico causato dall’uomo. Labe infatti ha spiegato: “Il cambiamento climatico antropico sta rimodellando completamente l’ambiente polare e questo sta già avendo conseguenze di vasta portata“.
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