In base alle nuove norme, le aziende devono dare priorità al mantenimento dei prodotti in uso, vendendoli o preparandoli per il riutilizzo

L’Ue dice stop alla distruzione degli abiti invenduti o restituiti
Invenduti dal negozio o restituiti dal cliente, la finalità è la stessa: stop alla distruzione per abiti e scarpe nuovi. L’Ue intende diventare il Continente che detta l’agenda mondiale sui comportamenti virtuosi da far intraprendere alle aziende. L’obiettivo è disincentivare il macero e ridurre le circa 12 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. In 20 anni, con l’economia globalizzata e la produzione fast fashion, il consumo di capi di abbigliamento è aumentato in modo importante. Per contro è diminuita la vita di una maglietta, un pantalone, un abito, insomma un prodotto dell’abbigliamento. I vestiti vengono acquistati più frequentemente, ma utilizzati per periodi più brevi. Tutto questo genera una quantità crescente di scarti.
Stop alle grandi aziende
Si inizia dalle aziende più grandi, che dal 19 luglio scorso non potranno distruggere abiti, accessori e calzature invenduti. La misura, introdotta nell’ambito del Regolamento sulla progettazione ecosostenibile dei prodotti 2024/178, sarà estesa anche alle medie imprese a partire dal 2030. Saranno prima le big company a fare scuola.
Ogni nuovo prodotto dell’abbigliamento scartato comporta il consumo di materie prime, acqua, energia e lavoro investiti nella produzione; al contrario nel momento in cui arrivano allo smaltimento si producono emissioni di gas serra. L’Ue vuole spingere le aziende a riutilizzare, i consumatori a riparare, ed entrambi a pratiche commerciali più efficienti in termini di risorse.
D’altronde per le grandi aziende dell’abbigliamento distruggere è sempre stato più conveniente che svendere negli outlet o rischiare di alimentare mercati paralleli che avrebbero potuto danneggiare la loro immagine. Con il boom dell’e-commerce – dove il reso si attesta intorno al 20% – questa pratica si è accentuata fino a raggiungere quote vergognose.
Nuove regole per le aziende
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, dal 4 al 9% di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato in Europa sono distrutti prima dell’uso. In base alla nuova normativa, le aziende devono dare priorità al mantenimento in circolazione dei prodotti, vendendoli con sconti o su mercati alternativi, oppure donandoli a enti di beneficenza o imprese sociali. L’ultimo step è il riutilizzo, la riparazione, il ricondizionamento.
Quando il divieto non si applica
Quando un’azienda può decidere di mandare al macero un determinato prodotto? Se gli articoli sono pericolosi o danneggiati, contraffatti o violano i diritti di proprietà intellettuale, oppure vengono rifiutati da enti di beneficenza o programmi di donazione. L’Ue per prevenire abusi, chiede alle aziende di fornire prove documentali e relazioni annuali su ciò che è stato smaltito. D’altronde, la Commissione ha elaborato queste norme solo dopo aver consultato imprese, ONG ed esperti del settore.
Come verranno applicate le regole
L’Unione Europea ha annunciato un’applicazione rigorosa delle nuove normative, che imporranno alle imprese di conservare la documentazione per almeno cinque anni ai fini ispettivi. Per contenere l’impatto burocratico, le dichiarazioni potranno essere compilate utilizzando i codici doganali e logistici già in uso. Restano invece completamente esentate da tali obblighi le micro e piccole imprese.
L’opinione
Il provvedimento europeo rappresenta una svolta nella lotta al fast fashion e all’accumulo di rifiuti, che spinge i brand a rivedere le proprie catene di fornitura, a calibrare meglio la produzione sulle reali esigenze di mercato e ad attivare canali virtuosi come la donazione, il riciclo o il second-hand. Per contro, ci sono criticità operative: la gestione della logistica inversa, dello stoccaggio e della rigenerazione dei capi comporta costi elevati, che le grandi aziende possono sopportare, ma le media? E poi non va escluso il rischio che, in assenza di un rigido sistema di controlli, si inneschino dinamiche di greenwashing o l’esportazione di surplus verso Paesi extra-UE con regolamentazioni meno stringenti.












