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Abiti e scarpe invenduti, Ue: dal 19 luglio stop al macero

In base alle nuove norme, le aziende devono dare priorità al mantenimento dei prodotti in uso, vendendoli o preparandoli per il riutilizzo

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Abiti e scarpe invenduti: Ue impone lo stop al macero
Immagine Depositphotos

L’Ue dice stop alla distruzione degli abiti invenduti o restituiti

Invenduti dal negozio o restituiti dal cliente, la finalità è la stessa: stop alla distruzione per abiti e scarpe nuovi. L’Ue intende diventare il Continente che detta l’agenda mondiale sui comportamenti virtuosi da far intraprendere alle aziende. L’obiettivo è disincentivare il macero e ridurre le circa 12 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. In 20 anni, con l’economia globalizzata e la produzione fast fashion, il consumo di capi di abbigliamento è aumentato in modo importante. Per contro è diminuita la vita di una maglietta, un pantalone, un abito, insomma un prodotto dell’abbigliamento. I vestiti vengono acquistati più frequentemente, ma utilizzati per periodi più brevi. Tutto questo genera una quantità crescente di scarti.

Stop alle grandi aziende

Si inizia dalle aziende più grandi, che dal 19 luglio scorso non potranno distruggere abiti, accessori e calzature invenduti. La misura, introdotta nell’ambito del Regolamento sulla progettazione ecosostenibile dei prodotti 2024/178, sarà estesa anche alle medie imprese a partire dal 2030. Saranno prima le big company a fare scuola.

Ogni nuovo prodotto dell’abbigliamento scartato comporta il consumo di materie prime, acqua, energia e lavoro investiti nella produzione; al contrario nel momento in cui arrivano allo smaltimento si producono emissioni di gas serra. L’Ue vuole spingere le aziende a riutilizzare, i consumatori a riparare, ed entrambi a pratiche commerciali più efficienti in termini di risorse.

D’altronde per le grandi aziende dell’abbigliamento distruggere è sempre stato più conveniente che svendere negli outlet o rischiare di alimentare mercati paralleli che avrebbero potuto danneggiare la loro immagine. Con il boom dell’e-commerce – dove il reso si attesta intorno al 20% – questa pratica si è accentuata fino a raggiungere quote vergognose.

Nuove regole per le aziende 

Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, dal 4 al 9% di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato in Europa sono distrutti prima dell’uso. In base alla nuova normativa, le aziende devono dare priorità al mantenimento in circolazione dei prodotti, vendendoli con sconti o su mercati alternativi, oppure donandoli a enti di beneficenza o imprese sociali. L’ultimo step è il riutilizzo, la riparazione, il ricondizionamento.

Quando il divieto non si applica 

Quando un’azienda può decidere di mandare al macero un determinato prodotto? Se gli articoli sono pericolosi o danneggiati, contraffatti o violano i diritti di proprietà intellettuale, oppure vengono rifiutati da enti di beneficenza o programmi di donazione. L’Ue per prevenire abusi, chiede alle aziende di fornire prove documentali e relazioni annuali su ciò che è stato smaltito. D’altronde, la Commissione ha elaborato queste norme solo dopo aver consultato imprese, ONG ed esperti del settore.

Come verranno applicate le regole 

L’Unione Europea ha annunciato un’applicazione rigorosa delle nuove normative, che imporranno alle imprese di conservare la documentazione per almeno cinque anni ai fini ispettivi. Per contenere l’impatto burocratico, le dichiarazioni potranno essere compilate utilizzando i codici doganali e logistici già in uso. Restano invece completamente esentate da tali obblighi le micro e piccole imprese.

L’opinione

Il provvedimento europeo rappresenta una svolta nella lotta al fast fashion e all’accumulo di rifiuti, che spinge i brand a rivedere le proprie catene di fornitura, a calibrare meglio la produzione sulle reali esigenze di mercato e ad attivare canali virtuosi come la donazione, il riciclo o il second-hand. Per contro, ci sono criticità operative: la gestione della logistica inversa, dello stoccaggio e della rigenerazione dei capi comporta costi elevati, che le grandi aziende possono sopportare, ma le media? E poi non va escluso il rischio che, in assenza di un rigido sistema di controlli, si inneschino dinamiche di greenwashing o l’esportazione di surplus verso Paesi extra-UE con regolamentazioni meno stringenti.

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About Author / Paolo Travisi

Paolo Travisi ha iniziato il suo percorso da giornalista nel 2004, come redattore del network televisivo 7Gold, una palestra professionale incredibile in cui è diventato giornalista professionista, realizzando servizi tv, dalla cronaca alla cultura, e collaborando a programmi e talk condotti da professionisti quali Aldo Biscardi, Alessandro Milan, David Parenzo. In parallelo all'esperienza televisiva, ha iniziato a scrivere per Il Messaggero web, all'epoca guidato da Davide Desario (attuale direttore di Adn Kronos) e poi a scrivere di scienza, tecnologia e cultura anche per l'edizione cartacea. La passione per la scrittura e la scienza, lo ha portato a collaborare con la “storica” rubrica TuttoScienze de La Stampa, con interviste a scienziati italiani ed internazionali. Dalla scienza alla sostenibilità, con la collaborazione con Green&Blue di Repubblica. Per Rinnovabili scrive quotidianamente e con grande entusiasmo di mobilità elettrica, realizza test drive delle auto e video per le pagine social.