Utilizzando scarti locali del riso e della pietra, la ricerca congiunta dell’Università di Udine e Alpacem ha prodotto un nuovo cemento sostenibile low carbon

La produzione del clinker è responsabile del 90% delle emissioni del cemento
La produzione di cemento richiede il clinker, un mix ottenuto dalla cottura di argilla e calcare ad oltre 1.400°C. Ma questo passaggio costa caro in termini di emissioni, contribuendo da solo al 6% della CO2 rilasciata nell’atmosfera a livello globale. Le prospettive al 2050 sono addirittura peggiori. La crescita della popolazione mondiale e l’urbanizzazione spingeranno al limite questo settore hard-to-abate, già oggi classificato come il 4° inquinatore mondiale dietro Cina, Usa e India. Un quadro drammatico che tuttavia potrebbe essere migliorato spostando la produzione a favore di un cemento più sostenibile, realizzato recuperando le risorse del territorio locale.
Si muove in questa direzione la ricerca condotta dall’Università di Udine e da Alpacem Cementi Italia nell’ambito del progetto europeo Sitar del programma Interreg Italia-Austria.
Recuperare materiali di scarto a km zero
L’obiettivo è quello di accelerare la transizione ecologica del comparto delle costruzioni puntando verso pratiche più sostenibili. La ricerca condotta dall’Università di Udine ed Alpacem prova a sfruttare i materiali di scarto a chilometro zero che, opportunamente trattati, potrebbero sostituire componenti ad alto impatto ambientale come il clinker appunto.
“Il progetto – spiega la professoressa Giuliana Somma docente di tecnica delle costruzioni dell’Università di Udine a capo della ricerca – ha l’obiettivo di accelerare la transizione del mondo delle costruzioni verso l’utilizzo di materiali più rispettosi del clima: con tali calcestruzzi infatti si vuole ridurre l’impatto della produzione di CO2 dando nuova vita a materiali di scarto, mantenendo però inalterate le performance strutturali”.
Lolla di riso più scarti di pietra calcarea
Al centro della sperimentazione ci sono due materiali chiave: la pietra piasentina, una roccia sedimentaria calcarea tipica del Friuli Venezia Giulia, e la cenere di lolla di riso, ottenuta dalla combustione del rivestimento esterno del chicco.
Nel primo caso, gli scarti di lavorazione della pietra piasentina, che rappresentano oltre il 50% del peso, si sono dimostrati idonei a sostituire parzialmente il calcare nel cemento grazie a un contenuto di carbonato di calcio superiore al 95%. Le prove meccaniche hanno confermato che è possibile mantenere le resistenze richieste, riducendo in modo significativo le emissioni di CO2.
Il secondo materiale, la cenere di lolla di riso, rappresenta una risorsa abbondante nell’agricoltura italiana. Portata a 600°C, sviluppa caratteristiche simili a quelle dei fumi di silice, con una concentrazione di silice superiore al 90%. I test effettuati sui calcestruzzi prodotti con questo materiale hanno dimostrato prestazioni eccellenti nel lungo periodo, confermandone il valore sia tecnico sia ambientale.
Il progetto europeo italo-austriaco
La sperimentazione si inserisce nel progetto europeo Sitar, finanziato nell’ambito del programma Interreg Italia-Austria. Con una durata biennale, un valore complessivo di quasi 1,2 milioni di euro e un finanziamento europeo pari a circa 875 mila euro, il progetto coinvolge sette partner pubblici e privati.
L’obiettivo è accelerare il trasferimento al settore edilizio di tecnologie avanzate e approcci costruttivi moderni, orientati alla sostenibilità climatica e all’efficienza nell’uso delle risorse. Un’urgenza dettata dal fatto che il comparto delle costruzioni è responsabile, direttamente e indirettamente, di oltre un terzo delle emissioni globali di CO2.
Sitar si propone di fornire strumenti concreti per supportare gli obiettivi dello European Green Deal, concentrandosi in particolare sulla regione alpina centro-sud-orientale. Qui vengono analizzate le opportunità offerte dalle tecnologie emergenti e dai nuovi paradigmi per la progettazione, costruzione e riqualificazione degli edifici, con una visione integrata e ambientale.
Tra i partner figurano la Carinthia University of Applied Sciences (capofila), l’Università di Udine, l’Istituto per la tecnologia dei materiali edili Alto Adige (Isb), e le aziende Bergmeister, Friul Julia Appalti, Antonio Basso e Alpacem Cementi.












