Dalla crescita dei ricavi alle sfide geopolitiche, il mercato della sostenibilità entra in una fase di competizione globale sempre più serrata.

Un mercato già maturo che cresce più dell’economia globale
La Green economy, ossia il mercato globale della sostenibilità ha già superato nel 2024 la soglia dei 5.000 miliardi di dollari e oggi rappresenta il secondo settore a più rapida crescita al mondo, subito dopo il comparto tecnologico.
Secondo l’ultimo rapporto del Boston Consulting Group e del World Economic Forum, non si tratta più di una scommessa sul futuro, ma di un insieme di mercati già strutturati, sostenuti da politiche pubbliche, investimenti privati e strategie industriali consolidate.
La crescita attesa è del 6% annuo fino al 2030, con un valore complessivo che supererà i 7.000 miliardi di dollari. In parallelo, 142 Paesi, responsabili di oltre il 76% delle emissioni globali, hanno adottato obiettivi di neutralità climatica, creando un perimetro regolatorio stabile che continua ad alimentare la domanda di soluzioni low carbon.
Quanto vale oggi la green economy e perché cresce più di altri settori
La green economy ha raggiunto dimensioni paragonabili ai grandi settori industriali tradizionali. Nel 2024 il valore complessivo dei mercati legati alla transizione climatica ha superato i 5.000 miliardi di dollari l’anno, collocandosi stabilmente tra i principali motori della crescita globale.
La dinamica è sostenuta da una combinazione di fattori strutturali: investimenti pubblici, regolazione climatica sempre più diffusa e un’accelerazione della domanda privata di tecnologie, infrastrutture e servizi legati alla sostenibilità.
Il report BCG-WEF evidenzia come, tra il 2020 e il 2024, i ricavi generati dalle attività low carbon siano cresciuti a un ritmo medio doppio rispetto a quelli delle attività convenzionali, una tendenza riscontrabile nella maggior parte dei settori industriali.
Questo scarto di crescita spiega perché la transizione climatica stia diventando non solo un obiettivo ambientale, ma un vero driver di performance economica e di riposizionamento industriale.
I 142 Paesi che creano una domanda strutturale
La green economy beneficia oggi di un elemento che raramente accompagna i mercati emergenti: un quadro regolatorio già ampio e stabile. Secondo il rapporto, 142 Paesi, responsabili di oltre il 76% delle emissioni globali, hanno adottato obiettivi di neutralità climatica.
Questo dato non rappresenta solo un impegno politico, ma definisce un perimetro economico che sostiene in modo continuo la domanda di soluzioni low carbon.
La presenza di target climatici formalizzati riduce l’incertezza per imprese e investitori, rendendo più prevedibili i flussi di investimento e favorendo strategie industriali di lungo periodo.
La regolazione diventa così uno dei principali motori della green economy, perché trasforma la transizione climatica in un mercato regolato e non episodico.
In questo contesto, la crescita non dipende più esclusivamente da incentivi temporanei, ma da obblighi, standard e politiche pubbliche che incidono direttamente su energia, infrastrutture, edilizia e industria. Il risultato è una domanda strutturale che consolida il mercato e ne rafforza la resilienza anche in fasi di rallentamento economico globale.
Cina in testa, Europa sotto pressione
Il confronto tra le grandi aree economiche mostra una competizione sempre più marcata nella green economy.
Nel solo 2024, la Cina ha investito 659 miliardi di dollari nella transizione climatica, un volume oltre il 50% superiore rispetto a quello del secondo investitore globale.
L’Europa, con 410 miliardi di dollari, mantiene un ruolo di primo piano, ma si muove in un contesto di crescente pressione competitiva.
Gli Stati Uniti seguono con circa 300 miliardi di dollari di investimenti.
Questa asimmetria di scala sta progressivamente ridefinendo il baricentro industriale e tecnologico della transizione, ponendo all’Unione Europea una sfida strategica: trasformare l’ambizione regolatoria e la capacità di innovazione in una leadership industriale su larga scala, capace di competere con modelli produttivi più concentrati e sostenuti da massicci investimenti pubblici.

Le tecnologie esistenti sono già in grado di completare la transizione energetica
La green economy si fonda sempre più su tecnologie già mature e su dinamiche economiche consolidate. Il rapporto evidenzia che oltre il 50% delle emissioni globali potrebbe essere ridotto con soluzioni che risultano già oggi economicamente competitive o prossime alla parità di costo, anche in assenza di sussidi, coinvolgendo settori chiave come elettricità, trasporti, edifici e industria.
Questa solidità economica è il risultato di una profonda trasformazione avvenuta nell’ultimo decennio: dal 2010 i costi del solare fotovoltaico sono diminuiti di circa il 90%, quelli dell’eolico offshore di circa il 50% e quelli delle batterie per veicoli elettrici di circa il 90%, mentre la capacità installata ha superato di gran lunga le previsioni iniziali. Guardando al sistema elettrico globale, il rapporto stima che la capacità rinnovabile passerà da 4,9 terawatt nel 2024 a 9,5 terawatt nel 2030, con una crescita media annua del 12%, mentre la generazione da rinnovabili crescerà a un ritmo del 9% annuo.
In parallelo, la quota delle rinnovabili salirà dal 48% al 60% della capacità elettrica globale e dal 32% al 43% della produzione, segnando una trasformazione strutturale del sistema energetico. Questi dati confermano che la crescita della green economy non è più legata a una fase sperimentale, ma poggia su basi industriali e di mercato ormai consolidate.

Il segmento più dinamico della green economy è la resilienza climatica
Un segnale particolarmente rilevante riguarda il peso crescente dei mercati legati all’adattamento e alla resilienza climatica all’interno della green economy.
Queste soluzioni rappresentano ormai oltre il 20% degli investimenti complessivi legati al clima, per un valore di circa 1.100 miliardi di dollari l’anno. Il baricentro della domanda si è esteso ben oltre il Sud Globale: eventi estremi, stress idrico e vulnerabilità delle infrastrutture stanno rendendo questi mercati strutturali anche nelle economie avanzate.
In Europa questo si traduce in una domanda crescente di materiali edilizi resilienti, sistemi di raffrescamento, soluzioni per la gestione del rischio climatico e tecnologie per la protezione del territorio.
Secondo il report, queste componenti stanno assumendo un ruolo sempre più centrale sia nella spesa pubblica sia negli investimenti privati, rafforzando il carattere strutturale del mercato.
Gli effetti della Green economy sui mercati finanziari
La crescita della green economy si riflette in modo diretto anche sui mercati finanziari. Le imprese con una quota rilevante di ricavi legati alla transizione climatica accedono mediamente a capitali a condizioni più favorevoli e beneficiano di premi di valutazione significativi.
In particolare, le società per cui le attività low carbon rappresentano oltre il 50% dei ricavi mostrano multipli superiori del 12–15% rispetto ai concorrenti più esposti ai mercati convenzionali.
Questo dato segnala come investitori e mercati stiano già incorporando nelle valutazioni la capacità di queste aziende di crescere in contesti strutturalmente espansivi e meno esposti alla stagnazione.
La transizione climatica emerge così non solo come leva ambientale, ma come fattore chiave di competitività economica e finanziaria nel medio-lungo periodo.













