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L’effetto CBAM: così l’UE spinge sul carbon pricing nei Paesi terzi

Il CBAM può essere in grado di plasmare le politiche climatiche al di fuori del contesto europeo, a patto che non diventi una misura protezionistica.

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Il CBAM ha incrementato l’adozione di politiche di carbon pricing nei Paesi terzi

Il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere dell’UE (CBAM) incentiva i partner commerciali dell’Unione ad adottare sistemi nazionali di tariffazione del carbonio, così da trattenere i proventi del all’interno dei propri confini. La diffusione di tali politiche è cruciale per la governance climatica globale. Uno studio di Bruegel ha approfondito questo tema, cercando di capire se il CBAM abbia incrementato l’adozione di politiche di carbon pricing nei Paesi terzi.

Lo studio ha evidenziato che il CBAM può essere in grado di plasmare le politiche climatiche al di fuori del contesto europeo. Dalla ricerca è emerso che, da quando l’UE ha annunciato il meccanismo nel 2019, ci sarebbe stato un aumento significativo nell’adozione di meccanismi nazionali di carbon pricing nei Paesi terzi. Nello specifico, la quota di Paesi ad alto reddito che hanno annunciato, sviluppato o implementato una politica di tariffazione del carbonio sarebbe salita dal 19,5% nel 2019 al 33,3% nel 2025. Nello stesso periodo, anche la quota di Paesi a basso reddito che hanno adottato politiche simili sarebbe aumentata, passando dal 4% al 12%.

Utilizzando i dati sull’esposizione commerciale ai settori coperti dal CBAM e sull’evoluzione dei meccanismi di tariffazione del carbonio in 163 Paesi per il periodo 2014-2025, la ricerca ha dimostrato che, in media, un aumento di un punto percentuale nell’esposizione di un Paese al CBAM incrementa la probabilità di adottare una politica di carbon pricing di circa il 2%.

Diversi Paesi non UE disposti ad allineare i propri quadri di carbon pricing al CBAM europeo

I risultati dello studio hanno suggerito che una maggiore esposizione al meccanismo rafforzi gli effetti di ricaduta sul carbon pricing a livello globale. Questo perché le prime evidenze indicherebbero che diversi Paesi non UE siano disposti ad allineare i propri quadri di carbon pricing al CBAM europeo. Ad esempio, la politica sul carbonio alle frontiere del Regno Unito, che entrerà in vigore a gennaio 2027, copre gli stessi settori del CBAM dell’UE, a esclusione del settore elettrico. Anche il Canada e l’Australia stanno valutando l’adozione di misure sul carbonio alle frontiere. Se i Paesi membri della Open Coalition on Compliance Carbon Markets dovessero adottare ciascuno un proprio CBAM, un numero maggiore di Paesi sarebbe incentivato a iniziare a dare un prezzo al carbonio.

Come la Cina ha reagito al CBAM

In base a questa analisi del CSIS, anche la Cina, che a livello pubblico ha molto criticato il meccanismo, si starebbe muovendo verso l’istituzione di un proprio sistema di gestione e contabilità del carbonio. Tali strategie sarebbero ancora ben lontane dall’essere operative. Ciononostante, il Paese avrebbe compiuto passi concreti a favore della creazione di un sistema sofisticato di monitoraggio, rendicontazione e valutazione del carbonio, che potrebbe avere effetti positivi sull’andamento delle emissioni cinesi.

Tuttavia, l’analisi ha avvertito che qualora il CBAM dovesse diventare più protezionistico che orientato alla decarbonizzazione, gli incentivi per i Paesi terzi, inclusa la Cina, risentirebbero di tale cambiamento. In questo senso, la revisione dell’ETS presentata a luglio dalla Commisione UE, che rallenta l’introduzione progressiva del CBAM, non giova certo alla diffusione di meccanismi nazionali di carbon pricing nei Paesi extra UE.

Da un lato, la Cina sembra sviluppare le istituzioni e alcuni degli incentivi necessari per una strategia globale di riduzione delle emissioni di carbonio. Dall’altro, l’analisi ha spiegato che il Governo non avrebbe ancora sfruttato appieno questi nuovi strumenti, anche a causa del timore di possibili shock economici.

Caso studio: la produzione di alluminio in Cina

Un caso studio interessante riguarda la produzione di alluminio in Cina. Il settore dell’alluminio in Cina è responsabile del 60% della produzione globale e del 5% delle emissioni di carbonio del Paese. Ciononostante, la RPC, in questo comparto industriale coperto dal CBAM si è impegnata a raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030. Di conseguenza, dal 2017 in poi le aziende cinesi hanno rilocalizzato fino al 30% della capacità produttiva statale di alluminio verso regioni con abbondanti fonti di energia pulita.

Nel 2024 il Governo centrale ha fissato obiettivi specifici per le singole province relativi all’uso di energia rinnovabile nell’industria dell’alluminio, che vanno dal 21% per lo Shandong al 70% per lo Yunnan. Analogamente, nel 2025 Pechino ha definito obiettivi per incrementare la produzione di alluminio riciclato, che richiede solo il 5% dell’energia utilizzata nei metodi convenzionali. Nel frattempo, la Cina ha anche promosso parchi industriali a zero emissioni di carbonio destinati a soppiantare l’attuale ecosistema composto da 15.000 parchi industriali.

I progressi della Cina in questo comparto avrebbero contribuito a mantenere stabili le emissioni globali di alluminio dal 2020 al 2022, nonostante un aumento della produzione. Tuttavia, l’analisi ha concluso che progressi generali nella riduzione delle emissioni sarebbero rimasti disomogenei tra i vari settori e le diverse province.

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.