L'impatto economico dell'ETS, le differenze con l'ETS2 e le strategie per trasformare un costo in un’opportunità di investimento e innovazione.

EU ETS, pilastro della politica industriale e climatica comunitaria
Il sistema di scambio di quote di emissione (EU ETS), nato originariamente come uno strumento limitato a pochi settori energivori, si è evoluto fino a diventare il pilastro centrale della politica industriale e climatica dell’Unione. Per le imprese italiane, non rappresenta più solo un adempimento normativo, ma una variabile macroeconomica determinante, impossibile da ignorare.
Mentre il pacchetto “Fit for 55” entra in una fese cruciale, le imprese e alcuni Stati Membri hanno fatto notare che l’ETS impone degli oneri che i concorrenti esteri non sono tenuti a sostenere. Sulla base di queste preoccupazioni per la competitività industriale, alcuni Stati hanno messo in dubbio l’impegno climatico dell’Europa in un contesto globale segnato da disparità di condizioni sui costi energetici e climatici. Paesi come Italia, Austra, Polonia e Repubblica Ceca vorrebbero che la Commissione UE indebolisca l’ETS, sostenendo che esso aggravi i costi dell’industria pesante. Al contrario, i Paesi che hanno spinto di più sulla decarbonizzazione, come la Spagna, non vogliono modifiche sostanziali al meccanismo.
Come riporta il Financial Times, la Commissione vorrebbe imporre un limite ai prezzi del carbonio, a seguito delle pressioni esercitate dalle industrie scosse dalle conseguenze della guerra in Iran. Questo freno di emergenza scatterebbe in caso di impennata dei prezzi. Bruxelles dovrebbe annunciare a breve la misura. Ursula von der Leyen ha dichiarato che l’ETS sta funzionando ma ha annunciato delle misure correttive per renderlo più flessibile.
Fino a questo momento l’ETS ha permesso riduzioni significative delle emissioni nei settori interessati: al 2023 le emissioni prodotte dalle centrali elettriche e dall’industria pesante europea erano diminuite di quasi il 47% rispetto ai livelli del 2005.
In questo approfondimento proveremo ad analizzare l’impatto economico dell’ETS, le differenze con l’ETS2 e le strategie per trasformare un costo in un’opportunità di investimento.
I costi dell’ETS per le imprese italiane
Il sistema ETS funziona secondo il principio “cap-and-trade“: viene fissato un tetto massimo alle emissioni totali, che diminuisce ogni anno, e alle imprese è richiesto di possedere una quota per ogni tonnellata di CO2 emessa. Il meccanismo impone a chi inquina di pagare per le proprie emissioni, internalizzando il costo del carbonio nelle decisioni aziendali, ma prevede anche una forma di flessibilità attraverso lo scambio delle quote, affinché le riduzioni avvengano laddove risultano più economiche. Se inizialmente molte quote venivano assegnate gratuitamente per prevenire la delocalizzazione, ora è prevista una loro progressiva eliminazione. Entro il 2030, il sistema ETS 1 punta a una riduzione delle emissioni del 62% rispetto ai livelli del 2005.
ETS 1 vs ETS 2
Per incentivare la riduzione delle emissioni nei settori dei trasporti stradali e degli edifici, che non erano coperti dall’attuale ETS, a partire dal 2027, entrerà in vigore un sistema ETS separato ma parallelo, denominato ETS2, per le emissioni prodotte dai combustibili utilizzati in questi settori. I soggetti regolamentati coperti dall’ETS2 sono chiamati a restituire le quote per le loro emissioni verificate corrispondenti alle quantità di combustibili che hanno immesso sul mercato per il consumo.
La restituzione delle quote nell’ambito dell’ETS2 inizierà solo nel 2028 per le emissioni del 2027, ma il monitoraggio e la comunicazione delle emissioni sono iniziati il primo gennaio 2025. Le quote dell’ETS2 non saranno combinabili con le quote scambiate nell’ETS esistente e saranno immesse sul mercato solo mediante vendita all’asta (e non è prevista alcuna nessuna assegnazione gratuita). Il numero totale di quote rilasciate nell’ETS2 sarà ridotto annualmente del 5,10 % all’inizio del sistema e del 5,38 % a partire dal 2028.
Le scadenze chiave del 2026-2027
Il biennio 2026-2027 rappresenterà un momento di passaggio importante perché:
- nel 2026 inizia il periodo di transizione per il CBAM (meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere), che comporterà la prima riduzione tangibile delle quote gratuite per i settori protetti.
- Nel 2027 debutterà ufficialmente l’ETS 2, che estenderà il prezzo del carbonio ai settori dell’edilizia, del trasporto stradale e alla piccola industria non coperta dal sistema attuale.
Per le imprese italiane, significa che il costo delle emissioni passerà da una voce marginale di bilancio a un fattore di costo primario, arrivando a influenzare direttamente la competitività industriale.
«Dopo una fase transitoria caratterizzata da obblighi meramente dichiarativi e da una funzione prevalentemente sperimentale e conoscitiva, dal primo gennaio 2026 il CBAM è a tutti gli effetti uno strumento operativo e vincolante, destinato a incidere in modo strutturale sulle strategie di approvvigionamento dall’estero, sulla governance interna e sui presìdi di compliance delle imprese operanti nei settori maggiormente esposti al rischio di carbon leakage», ha osservato Pier Paolo Ghetti, Global Trade Advisory Leader di Deloitte Italia, illustra l’entrata in vigore del CBAM su Voices, la piattaforma che ospita i commenti a firma degli esperti Deloitte su temi di attualità.
Il 2026 sarà decisivo per il CBAM e, più in generale, per l’attuazione del Green Deal europeo. Le imprese sono chiamate a una gestione sempre più consapevole, integrata e preventiva della compliance, in un contesto caratterizzato da una sempre maggiore complessità normativa e da un’attenzione sempre maggiore al controllo dei costi.
Cosa cambia per il tessuto produttivo nazionale
I due sistemi colpiscono diversi segmenti dell’economia con modalità differenti. L’ETS 1 continua a monitorare i settori industriale “hard-to-abate“: acciaio, cemento, prodotti chimici, energia e aviazione. La novità principale è l’estensione del sistema al settore del trasporto marittimo. Le aziende di questi comparti devono gestire la riduzione delle quote gratuite. Questo significa che una quota sempre maggiore di emissioni dovrà essere acquistata all’asta.
ETS 2: PMI, trasporti e riscaldamento
A differenza dell’ETS 1, che colpisce direttamente gli impianti industriali, l’ETS 2 è un sistema “a monte”: il costo viene applicato ai fornitori di combustibili. Tuttavia, questo costo si rifletterà inevitabilmente sui prezzi finali del riscaldamento e del carburante. Lo scopo pero è incentivare l’efficienza energetica negli edifici e la mobilità elettrica.
L’impatto economico: previsioni sui prezzi e competitività
Per anni l’ETS ha sofferto di prezzi bassi a causa di una sovrassegnazione di quote. Le riforme successive, come la Riserva di stabilità del mercato, hanno ridotto l’offerta e i prezzi del carbonio sono saliti da meno di 10 euro di pochi anni fa a quasi 80 euro per tonnellata in tempi recenti (superando i 100 euro nel 2023). Se, da un lato, questo ha rafforzato il segnale di decarbonizzazione, dall’altro ha aumentato i costi per le industrie europee.
Negli ultimi anni abbiamo assistito quindi a una crescita significativa dei costi del carbonio, ma le previsioni a lungo termine suggeriscono scenari più complessi. Come spiega un’analisi dell’Institut Montaigne, la scarsità programmata di quote porterà il prezzo del carbonio a salire. Sebbene vi sia una naturale volatilità, le stime indicano che potremmo raggiungere i 150-160 euro per tonnellata di CO2 entro il 2030. Tale incremento comporterebbe una modifica rilevante del calcolo di convenienza per qualsiasi investimento industriale.
Costi diretti e indiretti
L’impatto per l’azienda italiana include costi diretti e indiretti:
- Costi diretti: l’acquisto delle quote necessarie per coprire le proprie emissioni.
- Costi Indiretti: il prezzo del carbonio pagato dai produttori di energia elettrica si riflette sulla bolletta energetica delle imprese. Anche se il settore elettrico ha già ridotto significativamente le emissioni, come riportato dalla Commissione UE, l’uso di fonti fossili residue mantiene alto il prezzo marginale dell’elettricità.
Strategie di adattamento: la decarbonizzazione come investimento
La tariffazione del carbonio può svolgere tuttavia un ruolo rilevante nella riduzione delle emissioni industriali, considerato che le decisioni operative e di investimento sono molto sensibili ai costi. Come indica l’IEA, nel medio termine, può rendere più convenienti i miglioramenti dell’efficienza energetica su larga scala. Nel lungo termine, inoltre, può rappresentare un incentivo fondamentale per gli investimenti in tecnologie innovative, come la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio (CCUS) e l’idrogeno elettrolitico, ad esempio nel settore siderurgico.
Per le imprese, subire passivamente l’ETS significa esporsi a una perdita progressiva di competitività. La strategia vincente consiste nel trasformare la conformità normativa in una leva di efficientamento. Il meccanismo del sistema ETS non è punitivo, ma è utile a segnalare al mercato dove è più conveniente investire favorendo l’innovazione. Dunque, le imprese dovrebbero puntare a:
- Efficientamento energetico perché ridurre il consumo di energia è il modo più rapido per contenere le quote.
- Elettrificazione dei processi perché la sostituzione dei forni a gas con tecnologie elettriche alimentate da fonti rinnovabili permette di essere esclusi quasi del tutto dal perimetro ETS 2.
Il CBAM: lo scudo contro la concorrenza sleale
Per evitare che le aziende UE siano penalizzate rispetto ai concorrenti extra-UE, come Cina o India, che non pagano per il carbonio emesso, è stato introdotto il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM). Il meccanismo impone una sorta di tassa equivalente al prezzo del carbonio europeo sui prodotti importati in settori come acciaio, alluminio e fertilizzanti. Dunque, il CBAM è uno strumento di protezione essenziale per mantenere condizioni di parità a livello globale.
Il Regolamento CBAM è entrato in vigore il primo ottobre del 2023. Dal 2023 al 2025, con la fase pilota, alle aziende importatrici è stato chiesto di rendicontare le emissioni dei loro prodotti. Dal primo gennaio 2026, invece, le imprese devono acquistare certificati CBAM, basati sui prezzi ETS, per coprire le loro quote di CO2. Gli importatori di acciaio cinese, ad esempio, adesso sono tenuti a pagare una differenza tra il prezzo del carbonio di Pechino e quello dell’Unione Europea, a garanzia che questo acciaio rispetti gli stessi criteri ambientali di quello prodotto in Europa.
Per via di tale meccanismo, i produttori dell’UE che utilizzano tali materiali per produrre beni più a valle della catena del valore potrebbero dover sostenere costi maggiori a causa dell’introduzione graduale del CBAM e della graduale eliminazione delle quote gratuite ETS. Il 94% dei prodotti a valle interessati hanno un alto contenuto (in media il 79%) di acciaio e alluminio. Tutto questo potrebbe spingere i produttori a trasferire la produzione in Paesi terzi con politiche climatiche più deboli. Per questo motivo la Commissione ha proposto un’estensione dell’ambito di applicazione del CBAM a prodotti a valle selezionati ad alta intensità di acciaio e alluminio.
Avvio del regime definitivo del CBAM
Tra i principali obblighi introdotti dal regime definitivo figura l’obbligo di dichiarazione annuale: entro il 30 settembre di ogni anno (a decorrere dal 2027), gli importatori devono presentare una dichiarazione CBAM relativa alle importazioni effettuate nell’anno solare precedente, indicando per ciascun prodotto le emissioni incorporate, che vengono determinate secondo metodologie uniformate a livello unionale.
Ci sono novità anche per quanto riguarda i valori effettivi e valori default: il calcolo delle emissioni può basarsi su dati effettivi, certificati da un verificatore accreditato, oppure su valori default, più alti e penalizzanti. La scelta della metodologia riveste quindi una rilevanza economica diretta, incentivando le imprese a tenere una gestione proattiva e accurata dei flussi informativi lungo tutta la catena di fornitura.
«Il CBAM è concepito come un meccanismo dinamico e suscettibile di progressiva espansione. A partire dal 2028 è infatti prevista una possibile estensione dell’ambito oggettivo a circa 180 categorie di prodotti downstream, tra cui componenti meccanici, parti di veicoli e apparecchiature industriali, con l’obiettivo di intercettare porzioni sempre più ampie delle catene del valore.
Permangono tuttavia rilevanti profili di incertezza: l’assenza di misure compensative per le esportazioni dell’Unione, i dubbi interpretativi relativi all’applicazione del CBAM ai regimi doganali speciali e la necessità di ulteriori chiarimenti da parte delle autorità competenti. La sfida principale consisterà nel garantire un equilibrio sostenibile tra tutela ambientale, certezza del diritto e competitività del sistema produttivo europeo», ha commentato Ghetti.
La proposta della Commissione UE: sospendere il CBAM per alcuni prodotti
Nel contesto della recente revisione del regolamento CBAM, la Commissione Europea ha proposto di introdurre una clausola di emergenza (Articolo 27a) che permetterebbe a Bruxelles di sospendere discrezionalmente l’applicazione del CBAM su certi prodotti in caso di circostanze impreviste o forti rincari dei prezzi. L’Articolo 27 bis introduce un meccanismo di sospensione a tempo indeterminato e potenzialmente retroattivo per alcuni prodotti inclusi nell’elenco CBAM.
A questo punto, si teme che tale potere discrezionale crei un’incertezza paralizzante perché, se la protezione del CBAM contro le importazioni inquinanti extra-UE e a basso costo può essere rimossa in qualsiasi momento per motivi politici, gli investimenti miliardari già avviati per la decarbonizzazione non saranno più redditizi. Italia e Francia hanno anche chiesto di escludere i fertilizzanti dal CBAM. La pressione per indebolire la norma è guidata in realtà da una dozzina di Governi UE preoccupati per l’aumento dei costi per gli agricoltori. Tuttavia, esentare il settore distruggerebbe il mercato dell’ammoniaca verde. Inoltre, concedere un’esenzione a un settore in particolare porterebbe portare a richieste simili da parte di tutti gli altri settori, svuotando il CBAM della sua efficacia.
Sono state indicate carenze e rischi significativi riguardo l’Articolo 27 bis. Il rischio è compromettere quindi gli obiettivi centrali del CBAM. Per Hydrogen Europe, la proposta genererà incertezza, imprevedibilità e una potenziale perdita di miliardi di investimenti per settori quali l’ammoniaca a basse emissioni di carbonio, l’acciaio e i fertilizzanti, specialmente a causa della sua possibile retroattività. Le organizzazioni che rappresentano l’idrogeno pulito e l’ammoniaca verde hanno inviato una lettera congiunta al Parlamento Europeo chiedendo la rimozione di tale articolo dalla revisione del CBAM.
Il Social Climate Fund e i proventi delle aste
L’ETS genera entrate miliardarie. Solo nell’ultimo anno, le aste hanno raccolto miliardi di euro che, secondo le direttive UE, devono essere reinvestiti per supportare la transizione. L’Italia è chiamata a utilizzare questi proventi per:
- supportare le imprese negli investimenti in tecnologie verdi;
- mitigare l’impatto sociale dell’ETS 2 tramite il Social Climate Fund, aiutando le famiglie e le micro-imprese vulnerabili ad affrontare i rincari energetici.
Le posizioni di Confindustria e del settore aviazione
Nonostante gli evidenti benefici ambientali, il dibattito è molto acceso. Confindustria ha espresso forti preoccupazioni per la tenuta del sistema produttivo. Ha chiesto ufficialmente una sospensione temporanea dell’allargamento dell’ETS, sostenendo che, nell’attuale scenario di crisi energetica e instabilità geopolitica, i costi aggiuntivi potrebbero compromettere la competitività europea rispetto a Stati Uniti e Cina. La richiesta è quella di un approccio più pragmatico che tenga conto della realtà dei bilanci aziendali.
Per quanto concerne il settore dell’aviazione, come spiega InfluenceMap, le lobby del settore hanno attuato strategie per rallentare normative climatiche troppo rigorose. Spesso, queste strategie puntano a promuovere esclusivamente i carburanti sostenibili per l’aviazione (SAF) come soluzione unica, cercando di evitare misure che introducano tasse sul cherosene, che rimarrebbe così esentato rispetto ad altri vettori energetici.
Le associazioni di categoria del settore aviazione pubblicamente si sono impegnate per il raggiungimento delle emissioni nette zero entro il 2050, ma si oppongono sistematicamente alle politiche che rendono vincolante la riduzione delle emissioni, utilizzando l’adesione al CORSIA (Carbon Offsetting and Reduction Scheme for International Aviation) come pretesto. Tuttavia, mentre l’ETS impone un tetto assoluto alle emissioni (che diminuisce ogni anno), il CORSIA è un sistema di compensazione, pensato per permettere alle compagnie di continuare a emettere carbonio acquistando crediti, spesso a prezzi molto inferiori rispetto alle quote ETS.
Perché attaccare l’ETS è un auto-sabotaggio economico
Nonostante le difficoltà, minare o smantellare il sistema ETS sarebbe un errore strategico per l’economia europea e italiana. Come analizzato da Bruegel, esistono cinque motivazioni fondamentali per cui l’attacco al mercato del carbonio sarebbe da considerarsi un auto-sabotaggio:
- Incertezza per gli investimenti: Le imprese hanno bisogno di segnali di prezzo chiari e stabili nel lungo periodo. Cambiare le regole ora distruggerebbe la fiducia di chi ha già investito miliardi nella decarbonizzazione.
- Perdita di entrate fiscali: I proventi delle aste ETS sono una risorsa vitale per finanziare la modernizzazione industriale e la protezione sociale. Senza l’ETS, questi fondi dovrebbero essere reperiti tramite altre tasse.
- Leadership tecnologica: L’ETS spinge l’Europa a puntare sulle tecnologie verdi (idrogeno, cattura della CO2, batterie). Rinunciarvi significa cedere il passo alla concorrenza.
- Autonomia strategica: Ridurre l’uso di combustibili fossili tramite il prezzo del carbonio significa diminuire la dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio da Paesi terzi.
- Efficienza di mercato: L’ETS è lo strumento più economico per ridurre le emissioni. Senza di esso, per raggiungere gli stessi obiettivi climatici, i Governi dovrebbero imporre regolamentazioni dirette molto più rigide e costose per le aziende.












