Pur essendo entrata nella crisi energetica del 2026 come Paese esposto, la RPC ha provato che l'indipendenza energetica costituisce una vittoria strategica.
Chi ha tratto il meglio dalla guerra in Iran: la Cina
Negli ultimi anni una serie di shock ha scosso l’economia globale e interrotto le catene di approvvigionamento mondiali. La pandemia di COVID-19, l’invasione russa dell’Ucraina e gli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso hanno scatenato aumenti dei prezzi in settori che spaziano dai fertilizzanti ai semiconduttori. Lo stesso è accaduto con le interruzioni del transito attraverso lo Stretto di Hormuz a partire da marzo 2026. Stati fortemente esposti come il Giappone, che importa dal Golfo circa il 95% del proprio greggio, l’India e la Corea del Sud si sono ritrovate a fronteggiare aspre misure di razionamento ed erosione dei bilanci pubblici. Al contrario, il Paese ad aver tratto il meglio dalla guerra in Iran è stato la Cina. In questo panorama di perdite diffuse, la Repubblica Popolare Cinese ha saputo sfruttare la crisi a proprio vantaggio, sia dal punto di vista economico che strategico.
Le riserve cinesi di petrolio e gas e l’energia pulita hanno permesso al Paese di evitare gli effetti peggiori della crisi, in base a un’analisi pubblicata da The Asia Group. Prima dello scoppio delle ostilità in Medio Oriente e della chiusura dello Stretto di Hormuz quasi l’80% del petrolio e il 90% del gas naturale liquefatto che transitava per la via d’acqua erano destinati ai mercati asiatici. Lo Stretto di Hormuz era un canale vitale per Pechino. Nonostante questa apparente vulnerabilità, la Cina non si è lasciata travolgere dalla crisi perché ci è arrivata preparata. In base alle stime degli esperti del Center on Global Energy Policy della Columbia University, avrebbe accumulato una riserva straordinaria di quasi 1,4 miliardi di barili di petrolio, garantendosi una copertura stimata tra i 90 e i 110 giorni per le importazioni di greggio.
La Cina inoltre ha drasticamente ridotto le proprie importazioni. I dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) confermano che tra febbraio e maggio 2026 la RPC ha tagliato le importazioni di greggio del 40% (equivalenti a 4,6 milioni di barili al giorno), attingendo ai propri stock interni e riducendo la domanda complessiva. Il nuovo report di The Asia Group evidenzia che le importazioni giornaliere cinesi sono scese dagli 11,5 milioni di barili di maggio 2025 ai 7,8 milioni del 2026.
Ridurre la vulnerabilità strategica in un mondo sempre più instabile
La crisi energetica ha convalidato la strategia di autosufficienza promossa dai piani quinquennali di Pechino. La Cina punta infatti a ridurre il più possibile la propria vulnerabilità strategica in un mondo che appare sempre più instabile, senza dipendere da un solo fornitore in particolare. Lo dimostra la titubanza nel diventare eccessivamente dipendente dal gas russo. Sicurezza energetica significa dover dipendere sempre meno dall’estero, utilizzando il carbone come riserva strategica ma potenziando al tempo stesso l’energia pulita. In tal senso, la forte spinta a elettrificare trasporti, industria ed edifici implica lo spostamento verso fonti di energia prodotte dentro i confini nazionali. Con più di 1,4 terawatt di capacità rinnovabile operativa già attiva, e con eolico, solare e idroelettrico che hanno generato il 31% dell’elettricità nazionale nel 2024, la Cina ha confermato la propria leadership tecnologica globale.
Nel primo trimestre del 2026 Wood Mackenzie ha registrato un incremento del 77,5% su base annua nelle esportazioni cinesi di veicoli elettrici (EV), con le spedizioni del solo mese di marzo balzate del 140%. Questo exploit è stato trainato dalla domanda dei mercati emergenti dell’Asia meridionale e orientale (come Laos, Cambogia e Myanmar) che, affrontando l’imminente carenza di petrolio, hanno aumentato gli acquisti di EV cinesi, registrando balzi trimestrali fino al 617% nel caso del Myanmar. La crisi globale dei combustibili fossili sembra così essersi trasformata nel volano perfetto per consolidare il primato tecnologico di Pechino.
L’indipendenza energetica è una vittoria strategica
Sebbene il 15° Piano Quinquennale della Cina per il 2030 avesse già previsto un sostegno a lungo termine alle tecnologie verdi nell’ambito del programma di ammodernamento industriale, il report di The Asia Group sottolinea che l’interruzione dei flussi a Hormuz incentiverà ancora di più l’adozione interna di queste soluzioni per ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.
La Cina ha dimostrato dunque che la resilienza non risiede nel presidio militare di rotte marittime vulnerabili quanto piuttosto nella sovranità industriale ed elettrica. Pur essendo entrata nella crisi energetica del 2026 come Paese esposto, la RPC ha provato che l’indipendenza energetica costituisce una vittoria strategica.













