Tagli alle accise sui carburanti, rigidi protocolli di razionamento, ritorno all'uso del carbone hanno dimostrato che la sicurezza energetica e la stabilità sociale dovrebbero avere la priorità assoluta.

Politiche di risposta alla crisi energetica
Con l’esplosione del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, diversi Paesi in tutto il mondo hanno adottato misure di emergenza in risposta alla conseguente crisi energetica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto il transito di quasi il 20% della fornitura mondiale di petrolio e di una quota analoga di gas naturale liquefatto (GNL). Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane, si prevede che la crisi continuerà a causa dei danni alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente e alle persistenti incertezze politiche.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha definito la situazione attuale come la più grande interruzione della fornitura nella storia del mercato petrolifero, superando per magnitudo e impatto sistemico gli shock degli anni Settanta.
L’IEA sta monitorando le politiche adottate dai vari Paesi in risposta alla crisi energetica attraverso uno strumento di monitoraggio dedicato. Quest’ultimo fornisce un quadro sempre aggiornato delle azioni implementate per il risparmio energetico e il sostegno ai consumatori a livello globale.
Per le economie di Asia e dell’Africa, caratterizzate da una dipendenza strutturale dalle importazioni energetiche dal Golfo, l’impatto della crisi ha imposto l’adozione di misure senza precedenti. Tali interventi, che spaziano da tagli radicali alle accise sui carburanti a rigidi protocolli di razionamento, fino a un ritorno all’uso del carbone, hanno dimostrato che la sicurezza energetica e la stabilità sociale dovrebbero avere una priorità assoluta.
Almeno 60 Paesi hanno adottato misure di emergenza
Come ha evidenziato un monitoraggio di Carbon Brief, dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, almeno 60 Paesi hanno adottato misure di emergenza. Quasi 30 Stati, dalla Norvegia allo Zambia, hanno tagliato le tasse sul carburante per aiutare i cittadini in difficoltà con l’aumento dei costi. Quest’ultima sembra essere stata la risposta politica più comune alla crisi. Alcuni Paesi hanno spinto sulla costruzione di impianti per energie rinnovabili. Altri, come Giappone, Corea del Sud hanno scelto di fare maggiore affidamento sul carbone, almeno a breve termine.
Anche in Italia il phase out del carbone è stato prorogato al 2038, mentre per le centrali di Brindisi e Civitavecchia si pensa al ritorno di una produzione più strutturale
Leggi anche: Crisi energetica europea, quali rischi per il gas nel 2026-2027?
Strategie di risposta in Asia: tra sgravi fiscali e austerità forzata
L’Asia, che assorbe il 75% del petrolio e il 59% del GNL che transita attraverso Hormuz, è emersa come la regione più esposta allo shock. I Governi hanno risposto con un mix di sussidi miliardari e misure d’emergenza per limitare i consumi.
L’India ha adottato una delle risposte più strutturate della regione. Il 27 marzo 2026 il Ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha annunciato un taglio delle accise sulla benzina e sul diesel. Questa misura, sebbene abbia pesato pesantemente sulle entrate governative, è stata considerata necessaria per proteggere i consumatori dall’impennata dei prezzi, passati da 70 a 122 dollari al barile in un solo mese. Accanto ai tagli fiscali, il governo indiano ha implementato misure restrittive per garantire la fornitura domestica:
- Tasse sulle esportazioni: Sono stati imposti dazi di 21,5 rupie al litro sul diesel e 29,5 rupie al litro sul carburante per aviazione (ATF) per scoraggiare i raffinatori dal vendere all’estero.
- Gestione delle scorte: Il Primo Ministro Narendra Modi ha rassicurato il Paese evidenziando che l’India dispone di 53 lakh (5,3 milioni) di tonnellate metriche di riserve petrolifere strategiche, con ulteriori 65 lakh in fase di sviluppo.
- Razionamento del gas: A causa della carenza di GNL, il Governo ha razionato l’uso commerciale GPL, dando priorità al consumo domestico. È stata inoltre ripristinata temporaneamente la fornitura di cherosene tramite il sistema di distribuzione pubblica (PDS) in 21 Stati per alleviare la pressione sui costi del gas da cucina.
Il quotidiano locale The Economic Times ha riferito che il Governo ha anche introdotto esenzioni dai dazi doganali su materie prime petrolchimiche selezionate fino al 30 giugno 2026, per proteggere i settori farmaceutico e manifatturiero dall’aumento dei costi dei fattori produttivi.
Sudest asiatico: razionamenti e voli cancellati
In Vietnam il settore dell’aviazione ha dovuto tagliare 23 voli domestici a settimana per conservare le scorte di carburante, mentre l’Indonesia ha imposto un razionamento di 50 litri al giorno per i veicoli privati e ha ordinato il lavoro da casa per i dipendenti pubblici ogni venerdì.
Le Filippine a fine marzo 2026 sono state il primo Paese a dichiarare formalmente lo stato di emergenza energetica nazionale, considerate le conseguenze di vasta portata per l’arcipelago fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio. Nel Paese lo sciopero dei lavoratori dei trasporti, combinato con la carenza di carburante, ha messo in ginocchio il Governo, impegnato in trattative frenetiche con Russia e Cina per forniture di emergenza.
L’Africa e la crisi energetica: vulnerabilità e risposte locali
Molti Stati africani, pur esportando greggio, dipendono dalle importazioni di prodotti raffinati dal Medio Oriente. Ciò le rende estremamente sensibili alle interruzioni delle rotte del Golfo e all’aumento dei costi assicurativi marittimi.
In Egitto a marzo è stata disposta la chiusura di negozi e ristoranti alle 21. Fino alla fine di aprile gli esercizi commerciali dovranno chiudere massimo alle 23.
La Nigeria, la più grande economia africana, ha visto i prezzi della benzina schizzare da 800 a 1.500 naira al litro in poche settimane. Poiché la rete elettrica nazionale è soggetta a continui collassi (12 solo nella prima metà del 2024 e nuovi guasti nel 2026), il Paese dipende da una “economia dei generatori” valutata in 14 miliardi di dollari annui. L’aumento dei prezzi del diesel, arrivati vicino alle 2.000 naira al litro, ha reso insostenibile la vita quotidiana e l’attività delle PMI, spingendo molte famiglie a spendere fino al 90% dei propri guadagni in energia e trasporti.
Kenya e il Corno d’Africa: razionamenti e impatti umanitari
A Nairobi molte stazioni di servizio sono rimaste a secco a metà marzo 2026. Martin Chomba, a capo della Petroleum Outlets Association a fine marzo ha detto a Bloomberg che i principali fornitori avevano iniziato a razionare il prodotto, lasciando scoperte le aree rurali. L’impatto umanitario è stato severo: l’International Rescue Committee (IRC) ha avvertito che la carenza di diesel sta interrompendo la catena del freddo per i vaccini e il funzionamento delle apparecchiature mediche nei campi profughi di Kakuma e Dadaab.
In Etiopia, il Governo ha istituito una priorità assoluta per l’allocazione del carburante, favorendo i trasporti pubblici e l’agricoltura rispetto ai privati, mentre i prezzi del diesel sono passati da 80 a 230 dollari al barile.
Misure di emergenza fiscali in Sudafrica e Africa Australe
Il Governo del Sudafrica ha adottato un approccio pragmatico. Il primo aprile 2026, ha introdotto una riduzione temporanea della tassa generale sul carburante della durata di un mese. Tuttavia, l’instabilità della valuta e l’aumento dei costi di spedizione hanno comunque portato a rincari storici.
Altri Paesi della regione hanno seguito percorsi simili:
● Namibia: ha ridotto le tasse sul carburante del 50% per tre mesi.
● Zambia: ha sospeso per tre mesi i dazi e azzerato l’IVA sulle importazioni di benzina e diesel.
● Zimbabwe: ha aumentato il mix di etanolo nella benzina al 20% e ha tagliato le tasse sulle importazioni per calmierare i prezzi saliti del 40% in un mese.
Ritorno al carbone
Sempre in base all’analisi di Carbon Brief, sarebbero almeno otto i Paesi ad aver annunciato piani per aumentare l’uso del carbone o rivedere i piani esistenti per l’abbandono dello stesso. Tra questi, oltre all’Italia, figurano Giappone, Corea del Sud, Bangladesh, Filippine, Thailandia, Pakistan, Germania. Generalmente, in tali Paesi è stato predisposto il rinvio della chiusura delle centrali a carbone o il permesso a siti vecchi di operare a regimi più elevati, come nel caso del Giappone, piuttosto che la costruzione di nuove centrali. Per un anno a partire da aprile il Governo giapponese consentirà infatti il pieno funzionamento delle centrali a carbone più vecchie e meno efficienti, che in precedenza operavano a capacità ridotta per limitare le emissioni di CO2.












