Riportare il traffico ai livelli prebellici non è semplice perché ci sono molti ostacoli tecnici, logistici e politici da superare.
La riapertura Stretto di Hormuz è una questione molto complessa
“Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate scorrere il petrolio!“. Con queste parole affidate a un post su Truth Social domenica scorsa Trump ha annunciato l’accordo tra Stati Uniti e Iran, dichiarando la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Con il memorandum di intesa, che dovrebbe essere firmato venerdì, Stati Uniti e l’Iran si sono impegnati a riaprire lo stretto e a ripristinare la navigazione, rimasta in gran parte ferma dalla fine di febbraio. Riportare il traffico ai livelli prebellici, ammesso che avvenga, non è semplice perché ci sono molti ostacoli tecnici, logistici e politici da superare. Le previsioni di mercato di Kalshi assegnano una probabilità del 51% che il traffico torni alla normalità prima del 1° agosto e del 68% prima del 1° settembre.
La riapertura Stretto di Hormuz è reale?
Kpler, società di intelligence e analisi, per il momento, non ha evidenziato alcun aumento dell’attività nello Stretto di Hormuz. La via di navigazione continua a operare al di sotto dei normali livelli commerciali, nonostante i progressi diplomatici dichiarati.
Al 15 giugno ci sarebbero stati solo cinque attraversamenti confermati. Molte questioni operative restano irrisolte, tra cui la sicurezza dei transiti, le tariffe di navigazione e le disposizioni per un passaggio che possa dirsi sicuro. Dal 10 giugno non ci sarebbero stati nuovi attacchi segnalati alle navi. Dunque, le condizioni si sarebbero stabilizzate, ma i transiti ancora bassi suggeriscono che le compagnie di navigazione stanno ancora aspettando indicazioni più chiare utili a garantire una normalizzazione operativa duratura dello stretto.
La minaccia delle mine
Molto probabilmente l’Iran ha posizionato delle mine nel corso del normale canale di navigazione di Hormuz, che si colloca tra l’Iran a nord e gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman a sud.
Il Joint Maritime Information Center e il Centro per la Sicurezza Marittima dell’Oman hanno emesso vari avvisi relativi a oggetti fluttuanti ritenuti essere delle mine. Anche il Segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, ha dichiarato in Senato che l’Iran ha seminato mine in ampi segmenti di Hormuz. Rimuovere queste mine è un requisito fondamentale per riportare il traffico marittimo ai livelli precedenti alla guerra. Tuttavia, la bonifica potrebbe richiedere alcune settimane fino a un massimo di sei mesi, in base alle stime degli esperti.
Non si capisce bene chi si farebbe carico di questo sforzo e come verrebbero protette le navi dragamine. Teheran ha già detto di non essere in grado di localizzare tutte le mine che ha posizionato e di non avere la capacità di rimuoverle. Regno Unito e Francia hanno inviato navi militari nella regione per contribuire a un’eventuale operazione di sminamento e anche il Giappone si è offerto di partecipare.
Durante la “Guerra delle petroliere” degli anni Ottanta, durante il più ampio conflitto tra Iran e Iraq, entrambi i Paesi minarono il Golfo Persico per esercitare una forma di deterrenza reciproca, costringendo gli Stati Uniti a condurre missioni di scorta. Durante la prima guerra del Golfo, l’Iraq minò nuovamente il Golfo Persico per scoraggiare le operazioni navali statunitensi e la missione di sminamento coinvolse otto Paesi.
La questione del pedaggio per attraversare Hormuz
Hormuz è una via d’acqua naturale che comprende le acque territoriali di Iran e Oman ma le navi sono sempre state libere di transitare senza dover pagare alcun pedaggio. Prima della guerra iniziata a febbraio, infatti, non si pagava. Tuttavia, alcune compagnie di navigazione asiatiche e operatori minori avrebbero pagato sottobanco l’Iran per il passaggio, accettando una forma di estorsione che il think tank Institute for the Study of War (ISW) ha definito racket della protezione.
Anche su questo punto non c’è ancora alcuna certezza perché domenica Trump ha affermato che lo Stretto di Hormuz avrebbe riaperto e sarebbe stato “permanentemente esente da pedaggi”. Il giorno dopo, però, l’Iran ha fatto trapelare l’intenzione di addebitare tariffe in cambio di alcuni servizi non meglio definiti. L’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che, in base al nuovo accordo con gli Stati Uniti, lo stretto verrebbe gestito dall’Iran in coordinamento con l’Oman, comprese possibili “tasse di servizio“. I Altri canali come quello di Suez e di Panama applicano tasse ma sono vie d’acqua artificiali costruite e mantenute da Stati sovrani a costi enormi.
Nel corso di questo ultimo conflitto, l’Iran ha cercato di rivendicare la propria sovranità sullo stretto, istituendo la Persian Gulf Strait Authority, che nelle intenzioni di Teheran avrebbe gestito i permessi di passaggio in sicurezza. A fronte di queste rivendicazioni, il Segretario Generale dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), Arsenio Dominguez, aveva definito illegale questo tentativo dell’Iran. “Qualsiasi introduzione di pedaggi va contro il diritto internazionale”, aveva detto Dominguez.
Dimitris Ampatzidis di Kpler ha sottolineato a Bloomberg un problema di gestione: “Chi farà rispettare questo sistema? Come verrà applicato? Come verranno riscossi i pedaggi? Cosa ne pensano gli altri Paesi del Golfo?”.
Il sistema delle spedizioni commerciali si normalizzerà in modo graduale e non repentino
A molte di queste domande si potrebbe provare a dare una risposta nel corso dei negoziati tra Iran e Stati Uniti che inizieranno dopo la firma del memorandum d’intesa prevista per venerdì. Niente per adesso, però, assicura che Teheran permetta alle navi di transitare attraverso lo Stretto di Hormuz liberamente come accadeva prima. “Il punto chiave è che il sistema delle spedizioni commerciali probabilmente si normalizzerà in modo graduale“, ha concluso Ampatzidis. Inoltre, se i negoziati dovessero fallire di nuovo, l’Iran potrebbe riprendere ad attaccare le navi come già accaduto nei mesi scorsi.













