Sempre più probabile il rinvio al 2040 per il taglio delle emissioni del settore auto. Secondo indiscrezioni di Bild non sarà al 100%, quindi resta aperta l'opzione per le auto a motore tradizionali. L'ufficialità della decisione arriverà il prossimo 16 dicembre

Aggiornamento sullo stop auto al 2035: la Commissione ha presentato il pacchetto auto. Ecco cosa dice
Se non “era già tutto previsto“, come recita la celebre canzone di Cocciante, era tutto molto prevedibile. Il pressing di governanti e lobby avrebbe funzionato. Rinviato al 2040 lo stop alle immatricolazioni di auto endotermiche. Usiamo il condizionale, perché non c’è ancora l’ufficialità della notizia da parte della Commissione Ue. L’ipotesi ufficiosa viene rilanciata dal giornale tedesco Bild, che cita una voce autorevole di Bruxelles: il presidente del Partito popolare europeo, Manfred Weber, che da tempo chiede di rivedere la decisione di von der Leyen. Secondo il quotidiano si sarebbe raggiunto un accordo che dovrebbe essere annunciato il 16 dicembre.
Cosa ha detto Weber
Riprendiamo le dichiarazioni di Weber, pubblicate su Bild. “Per le nuove immatricolazioni a partire dal 2035, diventerà ora obbligatoria per gli obiettivi di flotta dei produttori automobilistici una riduzione del 90% delle emissioni di Co2 invece che del 100%. Non ci sarà nemmeno un obiettivo del 100% a partire dal 2040. Questo significa che il divieto tecnologico per il motore a combustione è fuori discussione. Tutti i motori attualmente costruiti in Germania possono quindi continuare a essere prodotti e venduti“, ha affermato Weber a Bild. “Stiamo quindi mantenendo le nostre due promesse più importanti: rimaniamo sulla strada verso la neutralità climatica. Ma garantiamo la neutralità tecnologica. Questo è un segnale importante per l’intera industria automobilistica. E garantisce decine di migliaia di posti di lavoro industriali“, ha aggiunto.
Nessun addio ai motori termici
Se le parole di Weber venissero confermate, come si può tradurre il tutto? Che dal 2040 potranno continuare ad essere immatricolate anche le vetture diesel e benzina, ed ovviamente le ibride, ma le case automobilistiche europee dovranno ridurre la loro quota di emissioni del 90%. Solo il 10% di emissioni sarà consentito, per cui pur restando una quota minima, questo si traduce nella tanto evocata neutralità tecnologica. Ogni brand potrà decidere cosa produrre, purché rispetti la quota di abbattimento di emissioni al 90%, quindi l’elettrico sarà la gran parte della produzione, ma non la totalità.
Europa debole e miope
La possibile decisione di Bruxelles, se confermasse quanto ha detto il presidente del PPE, sarebbe un passo indietro, conseguenza di una strategia miope, che ha imposto una transizione industriale a totale carico delle aziende e dei consumatori senza supporto economico. Una visione debole del futuro, che ha messo in crisi la potente industria europea dell’auto, prestando il fianco all’export delle auto cinesi, ma soprattutto provocando danni economici e perdita di posti di lavoro.
Il tentativo di salvataggio con le piccole elettriche europee
Un’altra testata invece, il Financial Times scrive che per arginare il fiume in piena delle auto cinesi, Bruxelles proporrà una serie di privilegi speciali per le auto elettriche piccole “Made in Europe”, che beneficeranno di parcheggi preferenziali, norme più leggere e accordi di sovvenzione più generosi. A questo si aggiungerebbe un’esenzione di 10 anni dalle normative in arrivo, come le norme di sicurezza e gli standard di emissione Euro 7 dell’UE che entreranno in vigore nel 2026.
Spinta alle city car
Con queste misure, la Commissione spera di incentivare la produzione di city car elettriche, perché hanno costi più bassi, batterie più piccole, autonomie ridotte ma buona per la città e meno difficoltà di ricarica. Inoltre le auto di piccole dimensioni sono un settore in cui i produttori europei hanno ancora un vantaggio rispetto ai loro omologhi cinesi, che si sono concentrati su segmenti di più grandi per i loro veicoli elettrici e ibridi plug-in.
Le pressioni di Germania e brand auto
La lettera del cancelliere tedesco Merz, insieme alle richieste dei big dell’industria, tra cui Elkann di Stellantis, hanno avuto l’effetto desiderato. Rivedere la revisione del divieto imposto dall’UE alle vendite di auto a benzina e diesel entro il 2035. O meglio, per il momento, la Commissione ha rinviato la data dell’annuncio dal 10 al 16 dicembre. Una settimana in più, che potrebbe significare molte cose.
Secondo l’UE, il trasporto su strada è responsabile di circa il 20% delle emissioni totali che riscaldano il pianeta in Europa e il 61% di queste proviene dai tubi di scarico delle automobili. Motivi alla base della decisione dello stop auto al 2035 di benzina e diesel.
Plug-in, range extender e biocarburanti
Le case automobilistiche stanno chiedendo a Bruxelles di rivedere i paletti. In particolare di allentare i vincoli sui valori delle emissioni inquinanti, e di consentire nel 2035 di commercializzare anche auto ibride insieme alle elettriche. L’Ue, da parte sua, ha sempre considerato la decisione non rinviabile, come misura fondamentale del Green Deal ambientale. Un passo necessario per il raggiungimento della neutralità climatica da parte dell’Unione entro il 2050.
La Germania, il paese più forte nell’industria automotive, quindi anche quello più colpito dalla crisi, spinge su Bruxelles per avere un ventaglio più ampio di opzioni di modelli auto da vendere: plug-in e range extender, oltre alle BEV, per non prestare il fianco alle auto cinesi. Che in realtà sono già entrati con forza nel mercato europeo. La Francia, invece, ha investito molto nell’elettrico e raggiunto quote più alte dell’Italia di BEV nel suo mercato interno, e quindi si espone meno.
Stop auto 2035: cosa chiede l’Italia all’UE
L’Italia, da parte sua, chiede in particolare (ma non solo) che i nuovi veicoli alimentati a biocarburanti restino ammissibili anche dopo la scadenza del 2035, perché il nostro Paese ha un’industria importante nella produzione di questi combustibili meno inquinanti dei tradizionali. Nel 2024, infatti, sono stati raffinati 1,2 milioni di tonnellate di biocombustibili, anche se siamo dietro Germania, Francia e Spagna. Venerdì scorso, anche la premier Giorgia Meloni ha firmato una lettera congiunta con Bulgaria, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Slovacchia per avanzare una serie di richieste alla Commissione.
Lettera dei 6 Paesi per evitare stop auto 2035
Scrivono nella missiva a sei mani: “A nostro avviso, oltre alla futura revisione dell‘Ets (European Union Emissions Trading System), del Cbam CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), degli standard CO2 per i veicoli pesanti (Hdv) e alla recente proposta relativa all’Ets2, è imprescindibile che la prossima revisione del Regolamento (Ue) 2019/631, che stabilisce gli standard di prestazione in termini di emissioni di CO2 per le nuove autovetture e i nuovi veicoli commerciali leggeri, confermi – anche dopo il 2035 – il ruolo dei veicoli ibridi plug-in (Phev), della tecnologia a celle a combustibile e introduca il riconoscimento dei veicoli elettrici con range extender (Erv), nonché di altre tecnologie future che possano contribuire all’obiettivo di riduzione delle emissioni”. Sul tema dei biocarburanti, infatti, si sottolinea che debbano essere considerati come “carburanti a impatto carbonico neutro” anche prima del 2035.
La missiva solleva un punto cruciale nel dibattito sulla transizione ecologica europea, in particolare per quanto riguarda il settore dei trasporti su strada. Ed il messaggio centrale è chiaro: l’UE deve mantenere un approccio tecnologico neutrale e diversificato per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni, soprattutto in vista della scadenza del 2035. Insomma è un documento di lobbying delle industrie che vedono a rischio i loro investimenti in tecnologie alternative ai veicoli elettrici a batteria pura.
Trasporto su gomma in crisi
Ed i sei paesi chiariscono anche la loro posizione sui mezzi pesanti HDV, chiedendo a Bruxelles di “riflettere su un adeguamento mirato del Regolamento 2019/1242, per aiutare i produttori di Hdv a raggiungere i loro obiettivi ed evitare qualsiasi rischio di sanzioni“, affermando che il dogmatismo ideologico sia la causa dell’aver messo in ginocchio interi settori della produzione, “con benefici tangibili scarsi o quasi nulli in termini di emissioni globali“. Gli obiettivi per i camion sono estremamente difficili da raggiungere in tempi brevi senza un’infrastruttura adeguata e la piena maturità tecnologica, soprattutto per l’idrogeno e l’elettrificazione pesante.
La proposta della Commissione Ue, sottolineano, “dovrebbe concentrarsi principalmente sulle buone pratiche, sugli incentivi fiscali e sui programmi di sostegno, riflettendo un approccio tecnologicamente neutrale nella promozione della transizione verso veicoli a basse e zero emissioni. Nella missiva Giorgia Meloni e gli altri capi di governo e di stato aderenti, hanno evidenziato la necessità di perseguire gli obiettivi climatici in modo efficace, senza “compromettere la nostra competitività, perché non c’è nulla di verde in un deserto industriale“.
Incontro tra ministri europei
Intanto nella capitale belga, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha incontrato i colleghi di Germania, Francia, Polonia, Paesi Bassi e Cipro per “consolidare ulteriori convergenze” sulla linea di politica industriale recentemente delineata nel documento congiunto Mimit-Bmwe indirizzato alla Commissione, a sostegno di una visione condivisa per il futuro dell’industria automobilistica europea che superi le gabbie ideologiche del Green Deal. ”È urgente agire in fretta e in modo coeso: all’industria dell’auto europea non servono palliativi, ma riforme chiare, immediate e pragmatiche, tanto per i veicoli leggeri quanto per quelli pesanti’‘, ha affermato Urso, richiamando il principio della neutralità tecnologica indicato anche nelle recenti lettere alla Commissione.
Articolo aggiornato il 12 dicembre alle 9.30












