Il salmone allevato in acquacoltura mostra chiari segni di sofferenza, quello selvaggio sembra essere in via di estinzione. Una questione seria per la Norvegia, dove il salmone ha un posto chiave nell’economia con un export che vale miliardi di dollari

Le divergenze sulla normativa
Tempi duri per i salmoni norvegesi. Quelli allevato in acquacoltura mostrano chiari segni di sofferenza, quelli selvaggi sembrano essere in via di estinzione.
Il problema non è secondario, dal momento che i salmoni hanno un posto importante nell’economia della Norvegia.
L’industria dell’acquacoltura è infatti la seconda più grande industria norvegese per l’export che vale miliardi di dollari.
Nel 2022, la Norvegia rappresentava circa il 53% della produzione mondiale totale di salmoni d’allevamento; il secondo produttore, il Cile, rappresentava solo circa il 27%.
La maggior parte della produzione norvegese viene esportata, con 1,2 milioni di tonnellate di salmone esportate nel 2023, generando un valore delle esportazioni di oltre 12 miliardi di dollari.
L’impatto ambientale dell’acquacoltura
Tuttavia, l’industria dell’acquacoltura è anche diventata una minaccia per l’ambiente che si cura poco del benessere degli animali, compresi i salmoni selvaggi.
Le normative ambientali sono cruciali per garantire la sostenibilità del settore, ma alcuni le ritengono un vincolo alla produttività e alla crescita del settore. I tassi di crescita dell’industria del salmone hanno subito un rallentamento negli ultimi dieci anni, forse a causa dell’interazione fra ostacoli ambientali e normativi.
Plague or cholera? Stakeholder perspectives on Norwegian salmon farming regulations, un nuovo studio della Norwegian University of Science and Technology (NTNU) pubblicato sulla rivista “Marine Policy”, evidenzia le critiche e le perplessità degli operatori del settore in merito alla salute e al benessere dei pesci, oltre alle lacune normative che generano alcune ambiguità.
5 temi chiave da affrontare
I ricercatori hanno evidenziato dalle riposte degli intervistati i 5 temi principali da affrontare:
- il sistema a semaforo, ovvero la normativa che regolamenta il settore dell’acquacoltura
- la lotta ai pidocchi del salmone, come fondamento del benessere del salmone d’allevamento
- le difficoltà relative a supervisione, controllo e scappatoie nella normativa
- la manza di politiche a sostegno dell’innovazione tecnologica
- le percezioni sul settore e necessità di maggiore collaborazione.
Il sistema a semaforo per l’allevamento dei salmoni
Il sistema a semaforo desta parecchie perplessità. Voluto dal Ministero del Commercio, dell’Industria e della Pesca, divide la Norvegia in 13 zone per l’allevamento di salmoni e trote. A ogni zona viene assegnato un semaforo ogni due anni secondo la seguente ripartizione:
- zone verdi – si stima che i pidocchi di mare causino meno del 10% di mortalità nel salmone selvatico. È consentita una crescita della produzione fino al 6%;
- zone gialle – la mortalità è stimata tra il 10 e il 30% e la produzione può continuare come prima;
- zone rosse – è probabile che oltre il 30% del salmone selvatico muoia a causa dei pidocchi. Le aziende potrebbero essere obbligate a ridurre la produzione fino al 6%. Chi può dimostrare bassi livelli di infestazione di pidocchi può richiedere esenzioni, anche nelle zone rosse.
Tale sistema sembra vedere nei pidocchi l’unico elemento critico; in realtà bisogna considerare anche le fughe dei pesci, la mortalità, lo scarico di sostanze nutritive e le malattie.
I pidocchi minacciano sia il salmone d’allevamento che quello selvaggio: sono diventati resistenti ai farmaci. Allora si ricorre alla disinfestazione meccanica o termica. La prima rimuove i pidocchi tramite lavaggio o spazzolatura, la seconda espone il pesce ad acqua calda per indurre i pidocchi a staccarsi.
I problemi dell’acquacoltura sono chiari, e le soluzioni?
Se tutti sono d’accordo sui problemi, ci sono divergenze sulle possibili soluzioni. Ad esempio, pescatori, organizzazioni ambientaliste e alcuni rappresentanti delle autorità sono favorevoli a una regolamentazione più severa. Le preoccupazioni per l’ambiente si accompagnano a una certa diffidenza nei confronti dell’acquacoltura.
I rappresentanti delle organizzazioni ambientaliste definiscono “metodi di tortura” quelli usati per il controllo dei pidocchi. C’è chi, estremizzando i termini, ha definito la scelta tra il controllo della quantità di pidocchi per proteggere il salmone selvatico o la tutela del benessere del salmone d’allevamento un’opzione tra la peste e il colera.
Qualche allevamento utilizza anche i cosiddetti “pesci pulitori”. Si tratta di pesci che mangiano i pidocchi direttamente dal salmone, che però hanno un tasso di mortalità superiore a quello del salmone d’allevamento. Ci si trova quindi in una strada senza uscita.
L’elevata mortalità dei salmoni
L’anno scorso sono morti in mare 57,8 milioni di salmoni d’allevamento, con un tasso di mortalità media del 15,4%. Un tasso che difficilmente sarebbe accettabile in altri settori dell’allevamento.
Gli stock autoctoni di salmone atlantico selvatico sono nella Lista Rossa delle specie minacciate e in via di estinzione.
Inoltre, il fatto che ogni anno muoiano milioni di pesci pulitori e salmoni d’allevamento e che gli scarichi degli allevamenti vengano rilasciati direttamente in mare pone anche questioni ambientali.
Le quote potrebbero essere una soluzione? Forse, ma sarebbe necessario avere un conteggio preciso e un regime di controllo completamente diverso.
La realtà, sottolineano i ricercatori, è che un’industria da miliardi di dollari con un impatto ambientale elevato viene gestita in modo approssimativo.
L’innovazione tecnologica, come gli impianti di piscicoltura chiusi per limitare gli scarichi diretti, potrebbe migliorare la sostenibilità del settore.
Per questo alcuni stakeholder premono perché la politica sostenga una maggiore innovazione, ma finora alle domande non sono seguite le risposte attese.












