Transizione ecologica? Indispensabili coerenza e coraggio

Per accelerare la decarbonizzazione italiana, il ministero della Transizione ecologica è buon primo passo, ma servono anche riforme, coerenza e coraggio

Transizione ecologica
via depositphotos.com

di Rossella Muroni*

(Rinnovabili.it) – Con Draghi il tema ambientale è diventato centrale nel dibattito pubblico italiano, a tal punto da arrivare a essere determinante per la formazione del governo. Una centralità inedita arrivata più in ragione del programma Next Generation Eu e delle regole europee che affidano alla transizione ecologica almeno il 37% dei suoi fondi, che in ragione di una maturazione culturale in questo senso da parte di tutte le forze politiche. Ma che finalmente c’è. D’altra parte ormai non sono più solo gli ecologisti, ma anche i grandi fondi internazionali come BlackRock a voler investire sulla sostenibilità.  E ora abbiamo l’occasione di mettere in campo miliardi di investimenti a sostegno di un’economia rispettosa dell’ambiente, i circa 69 miliardi del Recovery Plan destinati alla rivoluzione verde devono diventare rapidamente un elemento di accelerazione che ci faccia recuperare il ritardo rispetto a un piano industriale green, alla transizione energetica e quindi alla decarbonizzazione dell’economia.

Oltre alla chiara prospettiva europea, alla volontà di non lasciare indietro nessuno, alla ritrovata centralità di scuola e ricerca e all’attenzione alle donne, il discorso del Presidente Draghi al Parlamento è stato importante per le sue parole sul mutamento climatico, sul nesso tra compressione della biodiversità e pandemia, sul ruolo dell’uomo in questi processi distruttivi. Per il punto di vista sistemico sull’ambiente, che può essere preservato solo agendo a 360° sulle attività umane.  

Ma nonostante il Recovery Plan e il neonato ministero della Transizione ecologica la strada è in salita. Prima di tutto bisogna rivedere il nostro Piano di ripresa e resilienza, dandogli maggiore visione e coerenza interna. In particolare sul fronte strategico delle rinnovabili il piano va rafforzato per renderlo adeguato alle aspettative e alle necessità che impongono la crisi climatica e il nuovo target europeo di riduzione delle emissioni al 2030. Inoltre non basta investire in nuova produzione di energia pulita, serve sostenere con più decisione anche reti intelligenti e sistemi di accumulo, che sono indispensabili per la transizione energetica. Cosa non da meno, siccome siamo in Italia, se davvero il nuovo esecutivo pensa di imboccare la strada della transizione energetica ed ecologica, avrà bisogno di accelerare di molto e di affrontare i nodi che hanno portato a un drastico calo degli investimenti in rinnovabili in Italia.

Bastano due dati per convincersene: come denunciato dal presidente di Elettricità Futura Re Rebaudengo al ritmo attuale raggiungeremo gli obiettivi per le rinnovabili che il Piano nazionale integrato clima ed energia fissa al 2030, con 55 anni di ritardo. Nel 2085. Intanto il quarto bando del Gse per gli incentivi alle rinnovabili ha visto aggiudicato solo il 25% della potenza disponibile. Un flop che in tanti attribuiscono alla nostra burocrazia, alle opposizioni di Regioni Comuni Sovrintendenze e comitati del no, ai contenziosi favoriti dal Titolo V che assegna l’energia alla competenza concorrente di Stato e Regioni, al tempo infinito degli iter autorizzativi. Cinque anni in media per un campo eolico. Tutto questo fa dell’Italia un paese poco attrattivo. E con gli investimenti vanno via anche le tecnologie e i brevetti. Una sconfitta, una grande occasione persa considerando che le rinnovabili secondo l’International Renewable Energy Agency (IRENA) hanno fornito 11,5 milioni di posti di lavoro nel mondo nel 2019 e che la stima al 2030 prevede saranno più del doppio.  

Per tornare ad attrarre fondi e nuovi impianti il ministero della Transizione ecologica è una premessa positiva. Perché almeno raccoglie in un unico ente i processi autorizzativi. Ma non basta. Servono anche alcune riforme, come la semplificazione degli iter, un potenziamento del sistema dei controlli ambientali che li renda più rapidi ed efficaci e una legge sul dibattito pubblico che garantisca trasparenza e partecipazione per i territori come antidoto alla sindrome da Nimby. E ancora non basta. Perché per realizzare la transizione ecologica servono anche coerenza e coraggio. La coerenza per sostenere l’idrogeno solo se verde, di non dare un centesimo pubblico a progetti di dubbia efficacia come quello Eni per la cattura e lo stoccaggio nei fondali dell’Adriatico della CO2. Una tecnologia troppo giovane, la cui efficacia in termini di tempo non è sufficientemente testata e che rimanda a un domani non meglio specificato il taglio delle emissioni e l’uscita dai fossili.

E parlando di fossili, per fare davvero la transizione serve anche il coraggio di tagliare gli oltre 19 miliardi di sussidi che ogni anno diamo alle attività dannose per l’ambiente. Una scelta che va accompagnata sostenendo i lavoratori e aiutando ad evolvere verso la sostenibilità i settori che saranno colpiti da questo cambiamento. Perché la conversione ecologica deve coniugare non solo la tutela della salute con la crescita, ma anche la giustizia ambientale con quella sociale.

Come parlamentare non farò mancare al nuovo esecutivo il mio contributo, né le critiche costruttive se necessario, affinché l’enunciata transizione ecologica si traduca presto in coerente azione di governo. 

*Rossella Muroni, vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera

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