I successi commerciali stanno mettendo a dura prova i bacini idrici del Paese.

Il riso indiano è diventato un prodotto molto esportato ma la sua coltivazione sta aggravando la crisi idrica del Paese. La crisi dipende soprattutto da determinate politiche che premiano l’agricoltura intensiva, a prescindere dai costi ambientali.
L’India quest’anno ha sorpassato la Cina diventando il maggiore esportatore di riso al mondo. In base ai dati forniti dal Governo, il Paese ha esportato più di 20 milioni di tonnellate di questo cereale nell’anno fiscale compreso tra marzo 2024 e marzo 2025. Tuttavia, i successi commerciali stanno mettendo a dura prova i bacini idrici del Paese.
Come svela questa ricerca, in media, per produrre 1 kg di riso in India sono necessari 1500-2000 L di acqua, con significative variazioni regionali in base al tipo di suolo, clima, pratiche di irrigazione e produttività della coltura. Questi valori sono inferiori a quelli del Bangladesh, dell’Indonesia e delle Filippine ma superiori a quelli della Cina e del Vietnam.
La crisi idrica in India
L’India è lo Stato più popoloso del mondo con i suoi 1,4 miliardi di persone. Il Paese costituisce il 18% della popolazione mondiale ma detiene solo il 4% delle risorse idriche. Non solo, il 70% dell’acqua disponibile è contaminata. Entro il 2030, ben 21 grandi grandi città indiane vedranno esaurite le falde acquifere, stando a uno studio di NITI Aayog.
Le cause profonde di questa situazione sono tantissime. Prima di tutto, in India si sfruttano in maniera eccessiva le falde acquifere. La raccolta dell’acqua piovana risulta troppo scarsa, la gestione delle risorse non è appropriata e a tutto questo si aggiungono problemi di inquinamento, irrigazione inefficiente e ostacoli legali e istituzionali. Inoltre, i principali sistemi fluviali dell’India, ossia Gange, Indo e Brahmaputra, hanno origine al di fuori del territorio indiano, in Tibet, sotto il controllo cinese. Ciò amplifica i rischi geopolitici riguardo la sicurezza idrica.
La coltivazione di riso indiano aggrava la crisi idrica
Reuters ha svolto una serie di interviste a coltivatori, funzionari governativi ed esperti di agraria. Un’analisi approfondita della questione ha rivelato che le coltivazioni di riso, che necessitano di grandi quantità di acqua, stiano prosciugando le falde acquifere indiane, già scarse. La situazione sta costringendo gli agricoltori a indebitarsi per riuscire a trivellare pozzi sempre più profondi.
Negli stati indiani dove la è diffusa la coltivazione di riso, come Haryana e Punjab, dieci anni fa le falde acquifere sarebbero state raggiungibili a quasi 9 metri di profondità. Adesso, invece, i pozzi dovrebbero raggiungere profondità comprese tra 24 e 60 metri, secondo agricoltori, dati governativi e varie ricerche della Punjab Agricultural University.
Inoltre, lo Stato incentiva questa coltura e i sussidi governativi agiscono in modo da scoraggiare gli agricoltori a passare ad altre coltivazioni più sostenibili dal punto di vista delle quantità di acqua richieste. Alcuni di questi sussidi prevedono un prezzo minimo garantito dallo Stato per il riso, aumentato di quasi il 70% nell’ultimo decennio.
Altri, invece, incoraggiano l’estrazione di acqua per uso agricolo. L’effetto di tutto questo, come ha spiegato Avinash Kishore del think-tank International Food Policy Research Institute di Washington, è che uno dei Paesi considerati più a rischio sta pagando gli agricoltori per consumare enormi quantità di acqua sotterranea.
L’India dovrebbe puntare alla diversificazione delle colture e sarebbero necessarie delle riforme delle politiche agricole. Tuttavia, i tentativi di riforma del Primo Ministro Narendra Modi hanno scatenato ampie proteste e alla fine sono stati ritirati.
I rischi collegati al clima
La dipendenza degli agricoltori del Punjab e dell’Haryana dalle falde acquifere rende la coltivazione di riso indiano particolarmente vulnerabile al clima. Quando i monsoni non sono abbondanti rischiano di non riuscire a ricaricare le falde.












