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Industrial Accelerator Act, lo scontro sulla clausola Made in Europe

Per ciascuna tecnologia c'è un requisito specifico di fabbricazione in Europa. Ad esempio, per i pannelli solari, gli inverter e altri due componenti principali dovranno essere prodotti in Europa.

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Stéphane Séjourné during a meeting with CEOs & Business Associations´ Presidents. EC – Audiovisual Service – Photographer : Milan Kammermayer

Il settore siderurgico chiede un ambito d’applicazione ristretto

Il settore siderurgico europeo spinge per far parte della clausola Made in Europe e chiede un ambito d’applicazione ristretto dell’Industrial Accelerator Act, che la Commissione UE proporrà mercoledì prossimo dopo averlo rinviato tre volte. Dando priorità ai beni di fabbricazione europea negli appalti pubblici, l’UE punta a sfruttare le ampie risorse statali, vale a dire quasi 2.000 miliardi di euro, per dare impulso all’industria europea.

Il provvedimento rientra nel più ampio Clean Industrial Deal ed è pensato per proteggere le aziende dell’UE dalla concorrenza di Cina e Stati Uniti nei settori strategici considerati chiave: batterie, energia solare ed eolica e produzione di idrogeno. La norma stabilirà che per i prodotti acquistati tramite appalti pubblici o soggetti a sussidi alla produzione si rispettino determinati requisiti di contenuto locale (una quota dovrà essere prodotta nell’UE) e che i beni siano a basse emissioni di carbonio. Non è chiaro, tuttavia, se l’acciaio a basse emissioni rientrerà o meno nel provvedimento proposto dall’esecutivo UE.

Per questo motivo l’industria siderurgica europea preme affinché le disposizioni includano anche l’acciaio e che il requisito sul contenuto locale riguardi solo i vicini stretti più stretti dell’Unione Europea, come la Norvegia. Il settore si oppone fermamente all’inclusione di Paesi legati all’UE attraverso accordi di libero scambio che però non rispettano standard ambientali paragonabili a quelli europei (come India, Cina o Stati del Nord Africa).

Lo scontro sulla clausola Made in Europe

La mancanza di una visione comune sull’ambito di applicazione geografica dell’Industrial Accelerator Act è stata uno dei motivi dello slittamento alla settimana prossima. Fino a questo momento, quasi certamente la norma comprenderà solo Norvegia, Islanda e Liechtenstein, in quanto Membri del mercato unico dell’UE. Altri Paesi, tra cui Svezia e Repubblica Ceca, si oppongono ai requisiti “buy local” perché ritengono che potrebbero scoraggiare gli investimenti, far lievitare i prezzi negli appalti pubblici e danneggiare la competitività globale dell’UE.

Anche all’interno della stessa Commissione Europea ci sono pareri discordanti. La Direzione generale del Commercio preferirebbe una definizione più ampia, abbracciando anche i Paesi con cui l’UE ha accordi di libero scambio, per evitare ritorsioni e accuse di protezionismo. La Direzione generale del Mercato interno e dell’industria, guidata dal Commissario francese, Stéphane Séjourné, spinge per un campo di applicazione ristretto, escludendo, ad esempio, il Regno Unito.

Parigi vuole infatti limitare rigorosamente la norma ai Membri dell’UE e dello Spazio Economico Europeo per non creare precedenti. I produttori europei di auto temono invece che regole troppo rigide danneggino le catene di approvvigionamento globali e spingono per includere altri partner, come Regno Unito e Turchia.

Cosa c’è nella bozza dell’Industrial Accelerator Act

Secondo una bozza visionata da Reuters, per ciascuna tecnologia c’è un requisito specifico di fabbricazione in Europa. Ad esempio, per i pannelli solari, gli inverter e altri due componenti principali dovranno essere prodotti in Europa dopo un anno dall’entrata in vigore della norma, passando poi a tre componenti principali dopo altri due anni.

I produttori di veicoli elettrici acquistati o noleggiati tramite appalti pubblici dovranno garantire che i loro prodotti siano assemblati nell’Unione Europea e che il 70% dei loro componenti, esclusa la batteria, sia prodotto in Europa.

I produttori di alluminio che beneficiano di sussidi dovranno rispettare un minimo del 25% di produzione locale e a basse emissioni di carbonio. Per il cemento, la norma fisserebbe un minimo del 5% di produzione europea. Si discute anche della possibilità di un’etichetta volontaria per l’intensità di carbonio dell’acciaio, utile a rendere più facilmente identificabili i prodotti meno inquinanti.

Condizioni agli investimenti

La bozza di proposta stabilirebbe anche condizioni per gli investimenti esteri superiori a 100 milioni di euro in settori strategici e nel caso l’investitore provenga da un Paese che controlla almeno il 40% della capacità produttiva globale di quel settore. Il criterio di base è che l’investitore straniero non detenga una quota di maggioranza in una società dell’UE e che l’investitore conceda in licenza la proprietà intellettuale per favorire investimenti nell’UE.

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.