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L’Italia ha investito nell’idrogeno. Ora deve trasformare i progetti in mercato

Perché il mercato italiano dell'idrogeno decolli davvero, servono tre condizioni: regole chiare e stabili, aste rapide e prevedibili, strumenti efficaci per aggregare domanda e offerta.

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Mercato dell'idrogeno: le prospettive al 2050

di Marco Lazzaroni, CEO UFI Hydrogen

L’Italia ha già compiuto il primo passo: ha finanziato la ricerca, sostenuto i primi impianti e contribuito alla nascita di una filiera tecnologica. Ora arriva il passaggio più difficile, ma anche quello decisivo: trasformare i progetti in un vero mercato.

Negli ultimi anni l’idrogeno rinnovabile è stato al centro di un grande sforzo di sviluppo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha avuto un ruolo fondamentale, dando impulso alla ricerca, alle Hydrogen Valley, alla riconversione dei siti industriali e alle prime applicazioni nei settori difficili da elettrificare.

Quella spinta iniziale sta oggi arrivando a maturità. L’idrogeno non è più soltanto un ambito sperimentale: tecnologie, competenze e capacità produttive sono disponibili. La domanda, però, è ancora troppo incerta e frammentata per consentire alla maggior parte dei progetti di raggiungere la decisione finale di investimento.

Il quadro normativo europeo e nazionale sta finalmente prendendo forma. Con il recepimento della direttiva RED III, l’Italia ha introdotto obiettivi chiari per l’utilizzo dei combustibili rinnovabili di origine non biologica. Entro il 2030 gli RFNBO dovranno rappresentare almeno il 42% dell’idrogeno utilizzato nell’industria, quota destinata a salire al 60% nel 2035; nei trasporti è inoltre previsto un livello minimo dell’1%.

A questo si aggiunge il regime italiano di sostegno alla produzione di idrogeno rinnovabile, approvato dalla Commissione europea. La misura ha una dotazione complessiva di circa 6 miliardi di euro, punta a sostenere fino a 200.000 tonnellate annue di produzione e resterà operativa fino alla fine del 2029.

Il meccanismo previsto è quello dei contratti bidirezionali per differenza. Il prezzo di riferimento dell’idrogeno sarà determinato attraverso procedure competitive: quando il valore del combustibile alternativo utilizzato dal consumatore sarà inferiore allo strike price, lo Stato riconoscerà al produttore la differenza; quando sarà superiore, il beneficiario restituirà l’eccedenza.

È uno strumento importante, perché riduce l’esposizione alla volatilità dei prezzi e offre maggiore prevedibilità ai flussi economici dei progetti. In teoria, quindi, può migliorare la bancabilità degli investimenti e accelerare le decisioni industriali.

Il vero nodo, adesso, è tradurre il regime autorizzato in aste operative, con tempi, criteri e modalità di accesso chiari. Non si tratta di un dettaglio tecnico. Per chi deve costruire un impianto, acquistare elettrolizzatori, sottoscrivere contratti di energia rinnovabile e impegnarsi con gli off-taker, la certezza delle regole è una componente essenziale del piano industriale.

In altre parole, la domanda non è più soltanto se produrre idrogeno, ma come farlo in modo economicamente sostenibile e con quali prospettive di vendita nel medio-lungo periodo.

C’è poi un secondo tema altrettanto importante: la domanda esiste, ma spesso non raggiunge da sola la scala necessaria. Raffinerie, acciaierie, imprese chimiche, ceramiche, produttori di fertilizzanti e operatori della mobilità pesante possono avere consumi significativi, ma non sempre sufficienti, singolarmente, a giustificare un nuovo impianto dedicato.

Per questo, oltre agli incentivi alla produzione, servono strumenti capaci di aggregare gli off-taker. Contratti-quadro, piattaforme comuni di acquisto, garanzie sui volumi e accordi di lungo periodo possono mettere insieme domande oggi separate, creando la massa critica necessaria a rendere sostenibili gli investimenti.

È un passaggio fondamentale. Senza una domanda prevedibile, anche la migliore tecnologia rischia di restare confinata alla fase dimostrativa. Con volumi aggregati e contratti sufficientemente lunghi, invece, i progetti possono diventare finanziabili e la filiera può programmare capacità produttiva, investimenti e occupazione.

L’Italia parte da una posizione favorevole. Può contare su una base manifatturiera solida, su competenze industriali riconosciute, su una crescente disponibilità di energia rinnovabile e su infrastrutture esistenti che, dove tecnicamente ed economicamente possibile, potranno essere adattate.

Questa finestra di opportunità, però, non resterà aperta indefinitamente. Altri Paesi europei stanno già costruendo mercati nazionali attraverso aste, contratti di lungo periodo e strumenti di aggregazione della domanda. La competitività non dipenderà soltanto dalla qualità delle tecnologie, ma anche dalla velocità con cui ogni sistema Paese saprà creare condizioni stabili per gli investitori.

Noi, come produttori europei di assemblati membrana-elettrodo (MEA) per elettrolizzatori e fuel cell, osserviamo questa fase con l’esperienza di chi ha già affrontato il passaggio dalla ricerca all’industrializzazione. Ogni progetto che raggiunge la decisione finale di investimento genera volumi, ordini e capacità produttiva lungo tutta la catena del valore.

Perché il mercato italiano dell’idrogeno decolli davvero, servono tre condizioni: regole chiare e stabili, aste rapide e prevedibili, strumenti efficaci per aggregare domanda e offerta. Solo così le imprese potranno pianificare investimenti pluriennali e trasformare i progetti in impianti operativi.

L’Italia ha già investito nelle competenze, nelle tecnologie e nei primi progetti. Ora deve completare l’ultimo miglio regolatorio e industriale. Non serve un’altra stagione di annunci: servono decisioni, contratti e cantieri.

Le imprese sono pronte a investire e industrializzare. Istituzioni e industria devono adesso trasformare insieme il potenziale dell’idrogeno in mercato, ordini e occupazione.

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