Il 2021 è l’Anno internazionale della frutta e della verdura

Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2021 “Anno internazionale della frutta e della verdura”, ingredienti fondamentali per una dieta sana. Purtroppo la loro deperibilità le pone al primo posto per la perdita e lo spreco alimentari

'Anno internazionale della frutta e della verdura
Foto di guillermo gavilla da Pixabay

di Isabella Ceccarini

(Rinnovabili.it) – Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2021 Anno internazionale della frutta e della verdura per sottolineare la loro importanza nutrizionale e l’apporto benefico sulla salute. Il consumo di frutta e verdura fa parte di un’alimentazione diversificata, sana e bilanciata che nello stesso tempo deve accompagnarsi ad azioni per la riduzione della perdita e dello spreco di cibi rapidamente deperibili. 

La deperibilità di frutta e verdura è la prima causa di perdita e spreco alimentare, e in molte aree del mondo – soprattutto nei paesi in via di sviluppo – l’approvvigionamento è difficile quando non impossibile. Come sostiene Qu Dongyu, direttore generale della FAO, è necessario un approccio olistico all’alimentazione ovvero guardare oltre l’aspetto nutrizionale per considerare i risvolti sociali, economici e ambientali. Per diminuire drasticamente la perdita di cibo bisogna intervenire sulla catena del freddo, investire in ricerca e considerare l’innovazione digitale un fondamentale veicolo di sviluppo sostenibile del settore agroalimentare dal campo alla tavola. Non va sottovalutato il problema sicurezza: frutta e verdura sono ricche di nutrienti ma possono veicolare malattie o essere contaminate da sostanze chimiche, specie se consumate crude e con la buccia. 

L’epidemia silenziosa delle malattie da malnutrizione

I colori di frutta e verdura sono il simbolo della loro stagionalità: possiamo mangiare lo stesso pane tutti i giorni, ma dobbiamo variare i vegetali nella nostra dieta. Una dieta monotona non fa bene alla nostra salute né a quella del Pianeta, perché si traduce in colture intensive e perdita di biodiversità.

Non è in corso solo la pandemia da Covid-19 ma anche un’altra, più insidiosa e silenziosa, di malattie non trasmissibili causate dalla cattiva alimentazione. La malnutrizione provoca importanti patologie (obesità, ipertensione, malattie cardiovascolari, tumori, etc.), ritenute tra i maggiori pericoli per la salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un minimo giornaliero di 400 grammi di frutta e verdura, ma in media se ne consumano due terzi e nell’Africa subsahariana appena un terzo. La causa è nel fatto che in alcune aree del mondo questi prodotti non sono sempre disponibili nell’arco dell’anno, sprechi e perdite sono altissimi, mancano impianti di refrigerazione, i trasporti sono complicati.

Anche il prezzo ha la sua importanza: più semplice riempirsi lo stomaco con cibi più economici come i carboidrati. Non dimentichiamo i fattori culturali: gli immigrati, ad esempio, fanno la spesa nei negozi che vendono cibi che conoscono e spesso i nuovi stili di vita li spingono verso prodotti trasformati più ricchi di zucchero e grassi. Inoltre manca la consapevolezza di ciò che mangiamo: possiamo apprezzare il gusto di frutta e verdura, ma se ne ignoriamo il valore nutrizionale li consideriamo degli extra anziché dei pilastri di una dieta sana.

Le politiche alimentari sono tarate sui parametri di colture di base e su andamenti costanti, tuttavia il cambiamento climatico e le carenze idriche stanno cambiando le carte in tavola. I governi hanno inteso la sicurezza alimentare in termini di calorie e non di nutrienti, ovvero riempire il piatto senza guardare al contenuto, al contrariodovrebbero guardare l’alimentazione con un’altra lente. Preoccupazioni commerciali e geopolitiche hanno dato importanza alle coltivazioni di base e alle esportazioni, ma hanno limitato gli investimenti interni; è stata promossa l’importazione di frutta e verdura a basso costo a scapito delle varietà autoctone, in pieno contrasto con la protezione della biodiversità.

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È invece preferibile promuovere le produzioni locali e soprattutto le buone pratiche per la gestione del suolo e dell’acqua. Nei paesi in via di sviluppo devono essere responsabilizzate le donne, che sono le più coinvolte nelle pratiche agricole. Migliorare la filiera che collega coltivatori e consumatori può aumentare la disponibilità di frutta e verdura eliminando le perdite nella fase di trasporto, stoccaggio e lavorazione.

Non c’è una regola valida per tutti

La produzione mondiale di frutta e verdura è aumentata, ma non abbastanza. Il termine generico “frutta e verdura” comprende una gamma vastissima di prodotti che corrisponde a diverse condizioni climatiche come a diverse tipologie di aziende agricole e di mercato. Non si possono stabilire le stesse regole per contesti tanto diversi: adattare i sistemi di coltivazione e le tecnologie al contesto locale è la migliore garanzia per la sostenibilità della produzione

Più del 50% della frutta e della verdura in tutto il mondo viene prodotto in aziende agricole di dimensioni inferiori a 20 ettari, che spesso sono a conduzione familiare. Nei paesi in via di sviluppo le aziende familiari coltivano più dell’80% dei prodotti agricoli. Sono più diversificate rispetto alle aziende più grandi: coltivano frutta, verdura e altre colture (mais, grano, etc.) e allevano bestiame, un mix che consente di ridurre i rischi di produzione. Con i residui delle colture nutrono il bestiame, il cui letame è usato come fertilizzante, molte colture ospitano insetti impollinatori a tutto vantaggio della biodiversità.

Le difficoltà di accesso al mercato sono molte, ed è in questa fase che aumenta la perdita alimentare. La digitalizzazione dell’agricoltura richiede competenze speciali e disponibilità economica che solo le aziende più grandi possono permettersi, ma sarebbe indispensabile formare i piccoli agricoltori affinché possano migliorare la produttività e assicurarsi una vita dignitosa.

La distruzione della biodiversità, un rischio per i sistemi alimentari

Gli alimenti ricchi di nutrienti come frutta e verdura hanno un impatto ambientale inferiore rispetto ai prodotti ricchi di carboidrati come i cereali. Tuttavia, una produzione intensiva e non sostenibile può utilizzare quantità eccessive di fertilizzanti e pesticidi che possono danneggiare la biodiversità e contaminare le acque superficiali e sotterranee. Molte specie di frutta e verdura sono altamente sensibili agli effetti del cambiamento climatico come le temperature estreme durante la fioritura, e risentono di altri fattori come concentrazioni di anidride carbonica, livelli di ozono, disponibilità di acqua e salinità.

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Esistono circa 400mila piante nel mondo, quelle commestibili sono non più di 80mila. Tuttavia l’alimentazione mondiale dipende da appena 200 specie di piante, 12 specie forniscono i tre quarti del cibo che mangiamo e solo nove rappresentano il 66% del totale coltivato. Gli effetti della distruzione della biodiversità sono sottovalutati, mentre è uno dei fattori di rischio più alti per la sopravvivenza dei nostri sistemi alimentari. Frutta e verdura sono abbastanza trascurate dalla ricerca: esistono istituti di ricerca dedicati a una singola coltura, come il riso. Il World Vegetable Center ha un budget limitato per occuparsi di ortaggi ma nessun istituto si occupa di frutta. La maggior parte della ricerca è pubblica, eseguita da università e centri specializzati per conto dei governi. Sarebbe auspicabile la collaborazione tra ministeri e amministrazioni – dalla sanità pubblica all’istruzione, dal commercio all’ambiente e all’agricoltura – come pure tra la ricerca pubblica e quella privata.

È necessaria la ricerca per ottenere varietà resistenti a malattie e parassiti e resilienti di fronte ai disastri provocati dai cambiamenti climatici, e per individuare tecniche di coltivazione sostenibili e produttive. Ma soprattutto l’innovazione deve essere alla portata di tutti per salvaguardare la biodiversità, la sicurezza alimentare e la salute dell’uomo e del Pianeta.

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