Dust Bowl e tempeste di sabbia: quali effetti sul settore agricolo?

Con il termine Dust Bowl si indicano delle tempeste di sabbia che imperversarono negli USA nel corso degli anni ’30. Ma cosa accadrebbe se un evento simile dovesse ripetersi?

Dust Bowl
Credits: amazingsdj da Pixabay

Uno studio esplora gli effetti sul mercato agricolo se un secondo Dust Bowl dovesse verificarsi.

(Rinnovabili.it) – Con il termine Dust Bowl si indica una serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, un disastro ambientale e socioeconomico enorme, che peggiorò le già difficili condizioni della Grande Depressione. Nonostante sia un evento raro ed estremo, i cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale potrebbero facilmente creare i presupposti affinché il Dust Bowl si verifichi di nuovo, causando gravi danni soprattutto nel settore agricolo. Per questa ragione, uno studio pubblicato su Frontiers in Sustainable Food System cerca di valutare gli effetti di un possibile nuovo Dust Bowl.

Il Dust Bowl si è generato nelle Grandi Pianure degli Stati Uniti, dove decenni di insostenibili arature profonde avevano sostituito le erbe autoctone in grado di trattenere l’umidità. Una La Niña atipica aveva portato un periodo di intensa siccità, alte temperature e forti venti, che avevano spazzato via il terriccio creando delle tempeste di polvere su larga scala. Oltre all’impatto diretto sulle persone (circa 7000 morti e 2 milioni di senzatetto), il Dust Bowl ha avuto un effetto catastrofico sulle colture: negli anni ’30, la produzione di grano e mais negli Stati Uniti è crollata rispettivamente del 36% e del 48%.

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Attualmente, l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) prevede che tra tre o quattro decenni la maggior parte degli Stati Uniti si sarà ulteriormente riscaldata di 1,5°/ 2° C, aggravando i problemi di sicurezza alimentare legati alla maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi, quali uragani e siccità. Per questa ragione, i ricercatori della Columbia University e del Goddard Institute for Space Studies della NASA hanno cercato di prevedere in che modo un declino della produzione agricola pluriennale (simile a quello verificatosi durante il Dust Bowl), in un grande paese esportatore come gli USA, potrebbe influire sulle moderne forniture alimentari a livello globale.

“Nell’odierno sistema del commercio alimentare, le interruzioni non sono vincolate dai confini, sottolinea la ricercatrice Alison Heslin, “quindi si prevede che gli shock alla produzione interesseranno anche i partner commerciali che dipendono dalle importazioni per la loro fornitura di cibo”. Per valutare i possibili impatti di una seconda Dust Bowl, i ricercatori hanno prima sviluppato due diversi scenari relativi al commercio mondiale di grano, per poi indurre in ciascuno di essi uno shock simile al Dust Bowl, della durata di quattro anni.

Nel primo scenario, gli USA usano le loro riserve e – in un secondo momento – cercano di assorbire lo shock aumentando le importazioni e diminuendo le esportazioni. Nel secondo scenario, gli Stati Uniti riducono innanzitutto le proprie esportazioni, diffondendo così lo shock a tutti i partner commerciali importatori. In questo modo, tutti i paesi in carenza rispondono aumentando le loro importazioni. Nonostante questo, i risultati mostrano che, senza eccezioni, tutti i paesi verso i quali gli Stati Uniti esportano grano ridurrebbero le loro riserve.

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Con un evento simile al Dust Bowl, dunque, “il commercio globale di grano si contrae e si sposta verso altri esportatori di grano. Inoltre, le riserve di grano in tutto il mondo diminuiscono, in molti casi toccando lo zero. Ciò suggerisce che gli impatti aumenterebbero i prezzi per i consumatori ben oltre i confini degli Stati Uniti, afferma Jessica Gephart, docente del Dipartimento di Scienze ambientali.

Gli impatti di una Dust Bowl di quattro anni, dunque, potrebbero includere una perdita iniziale del 31% delle scorte globali di grano e, entro la fine dei quattro anni, tra 36 e 52 paesi potrebbero esaurire oltre il 75% delle loro riserve di partenza. I 10 paesi con le riserve iniziali più alte (Cina, Stati Uniti, India, Iran, Canada, Russia, Marocco, Australia, Egitto, Algeria) andrebbero incontro ad un calo del 15-22%.

Tuttavia, un lato positivo è che la maggior parte degli shock dell’offerta, anche in paesi senza riserve, potrebbe essere affrontata attraverso adeguamenti del flusso commerciale senza ridurre i consumi. “I nostri risultati ci ricordano che la mitigazione dei rischi climatici richiede di tenere conto non solo degli effetti diretti dei cambiamenti climatici, ma anche degli impatti indiretti sul sistema interconnesso di commercio globale, conclude Heslin.

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