Tra carbonio nero, piogge ad alta quota e permafrost che fonde, il crollo del ghiacciaio in Nepal svela la crisi dell'Himalaya.

Crollo del ghiacciaio e disastro in Nepal: l’intervista al geologo Ananta Gajurel sulla crisi dell’Himalaya
L’Himalaya sta affrontando una trasformazione rapida e drammatica: l’aumento delle temperature ad alta quota, la deposizione di carbonio nero (black carbon) e il lento scioglimento del permafrost stanno destabilizzando i versanti montuosi, moltiplicando le inondazioni da svuotamento dei laghi glaciali e le valanghe di roccia e ghiaccio. Per fare luce sui meccanismi scientifici alla base di questi eventi e sulle strategie di prevenzione necessarie per la regione, abbiamo intervistato Ananta Gajurel, geologo e docente presso la Tribhuvan University di Kathmandu. L’esperto analizza le possibili cause del crollo ghiacciaio e, più in generale, il rapido ritiro dei ghiacciai nepalesi, il ruolo reale delle attività antropiche e delle infrastrutture, fino all’urgenza di una cooperazione bilaterale diretta tra Nepal e Cina per la gestione del rischio transfrontaliero.
Il disastro in Nepal può servire da caso studio nell’ambito della discussione mondiale relativa agli effetti dei cambiamenti climatici sull’area Himalaya?
La fusione dei ghiacciai e del manto nevoso nella regione himalayana sta accelerando. Ciò avviene a causa dell’attività industriale delle economie avanzate, che emettono gas a effetto serra e producono anche un’elevata quantità di aerosol contenenti carbonio nero, ossia la componente nera e finissima del particolato atmosferico prodotta dalla combustione incompleta di fonti fossili. Aerosol e sedimenti presenti nell’aria si spostano verso le aree ad alta quota. In questo modo, il carbonio nero depositato innesca la fusione del ghiaccio poiché le particelle scure assorbono l’energia solare e tale energia favorisce la fusione della neve e dei ghiacciai montani. A causa del cambiamento climatico, poi, registriamo precipitazioni liquide persino a 4.500 metri di altitudine. E le precipitazioni liquide costituiscono un ulteriore fattore che innesca la fusione dei ghiacciai.
Il cambiamento climatico procede a causa delle attività antropiche e il riscaldamento globale che provoca l’aumento delle temperature nella regione dell’Himalaya è già documentato. Nelle zone ad alta quota si registra un aumento della temperatura di 0,06 gradi centigradi all’anno, un valore sufficientemente alto da causare il rapido ritiro dei ghiacciai nell’Himalaya. In alcune aree il ritiro dei ghiacciai è già di 100 metri, in altre di 150 metri, dipende dalla posizione dei ghiacciai stessi. Quindi, da un lato, è evidente che i ghiacciai si stanno ritirando; dall’altro, il limite delle nevi invernali sta salendo verso quote più elevate, raggiungendo i 5.200 metri di altitudine. Questo limite si è alzato di circa 150 metri negli ultimi 60-70 anni.
Altri fattori hanno contribuito alla tragedia?
Se osserviamo la frequenza dei disastri legati alla criosfera, ossia inondazioni da svuotamento di laghi glaciali, valanghe di neve o valanghe di ghiaccio e roccia, notiamo un aumento di tali eventi negli ultimi anni, anche in India. E per quanto riguarda in Nepal, negli scorsi anni ci sono state inondazioni da svuotamento di laghi glaciali e valanghe di neve dovute alla fusione di neve e ghiaccio. I bacini glaciali a cascata situati alle quote superiori si sono riempiti completamente e hanno ceduto, e tale rottura ha innescato il rovesciamento improvviso di un altro bacino situato a una quota inferiore.
Consideriamo ad esempio la presenza di un’area interessata da permafrost in un terreno roccioso o in una zona di deposito detritico a un’altitudine di circa 4.000-5.000 metri sul livello del mare: le precipitazioni, il carbonio nero e il riscaldamento globale innescano tutti la fusione del ghiaccio, e quest’acqua di fusione percola, sciogliendo lentamente il ghiaccio del permafros. L’acqua derivante dalla fusione gioca un ruolo significativo nell’instabilità dei versanti montuosi, riducendo la resistenza del materiale sul pendio. L’acqua di fusione esercita la propria forza attraverso la pressione interstiziale, la quale spinge, agisce da lubrificante e innesca il cedimento del versante.
Tutti questi fenomeni sono conseguenza del riscaldamento globale, che può combinarsi con le attività antropiche. Non conosciamo quale sia il contributo preciso delle attività antropiche nell’innescare simili disastri, ma, ad oggi, osserviamo un aumento nella frequenza dei disastri nell’Himalaya che coinvolgono i ghiacciai.
E le gallerie idroelettriche?
Solo nel caso in cui le gallerie idroelettriche si trovino molto vicine alla regione ccupata da ghiacciai perenni o da calotte glaciali e lo scavo delle gallerie comporti l’uso di una quantità significativa di esplosivo, ecco, in questo caso, le vibrazioni potrebbero fungere da innesco. Tuttavia, non penso che le gallerie idroelettriche svolgano un ruolo nell’innescare lo svuotamento improvviso dei laghi glaciali o l’instabilità dei versanti montuosi vicini alla zona glacializzata.
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Cosa dovrebbero fare Nepal e Cina per migliorare la gestione di simili minacce?
Cina e Nepal condividono un’ampia area coperta di neve, una zona criosferica che si trova vicino al confine. Ci sono molti laghi glaciali sia nel territorio cinese sia in quello nepalese che, in ultima analisi, drenano verso il versante meridionale dell’Himalaya. Pertanto, il governo nepalese e quello cinese dovrebbero istituire un comitato e discutere congiuntamente dell’estensione dei laghi glaciali critici e dei ghiacciai, stabilire un sistema di allerta precoce, avviare ricerche congiunte e condividere i dati.
L’ICIMOD, il Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato della Montagna, conduce studi che vanno dall’Afghanistan all’Himalaya indiano, all’Himalaya nepalese e poi all’Himalaya bhutanese, abbracciando anche l’area tibetana. Esiste, dunque, un lavoro di cooperazione in corso da molto tempo. Tuttavia, nel caso della collaborazione bilaterale tra Nepal e Cina, penso che il governo nepalese e quello cinese dovrebbero istituire un meccanismo o un comitato di collaborazione separato, che adesso manca, per lo studio dei laghi glaciali critici e dei ghiacciai critici vicini al confine tra Nepal e Tibet.












