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Italia al 46 esimo posto nella classifica mondiale delle performance climatiche

Il nostro Paese è in caduta libera a causa di una politica climatica nazionale fortemente inadeguata ad affrontare l’emergenza climatica.

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Immagine realizzata da IA

Presentato alla COP30 in Brasile il rapporto Germanwatch

L’Italia perde posizioni nella classifica delle performance climatiche mondiali, guidata da Danimarca, Regno Unito e Marocco. I Governi di Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita arrivano ultimi. La Cina, invece, guadagna una posizione rispetto a un anno fa. Questo il quadro emerso dalla classifica Climate Change Performance Index 2026, stilata dal rapporto Germanwatch, CAN e NewClimate Institute, e per l’Italia realizzato in collaborazione con Legambiente. I risultati dello studio sono stati appena presentati alla COP30 in Brasile. 

La classifica delle performance climatiche mondiali

Lo studio valuta l‘azione climatica di 63 Paesi, più l’Unione Europea considerata nel suo complesso. Questo gruppo di Stati insieme produce oltre il 90% delle emissioni globali. La performance climatica viene misurata attraverso il Climate Change Performance Index (CCPI), considerando come parametro di riferimento gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti dai Governi fino al 2030.

Nessun Paese al mondo occupa le prime tre posizioni

Il CCPI si basa per il 40% sul trend delle emissioni, per il 20% sullo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e per il restante 20% sulla politica climatica. Anche per quest’anno nessun Paese al mondo occupa le prime tre posizioni della classifica perché ancora nessun Governo ha raggiunto la performance climatica necessaria a contenere il riscaldamento globale entro la soglia critica di 1.5°C

Il quarto posto spetta ancora alla Danimarca. Il Governo danese è riuscito a ridurre in maniera significativa le emissioni climalteranti grazie soprattutto allo sviluppo delle rinnovabili, in particolare offshore. Il Regno Unito arriva quinto grazie a una politica climatica particolarmente ambiziosa basata sull’abbandono del carbone e nonostante il ritardo nello sviluppo delle rinnovabili. A seguire nella classifica c’è il Marocco. Il Paese africano scala posizioni grazie a una politica climatica capace di mantenere le emissioni pro-capite a un livello molto basso e a vasti investimenti nel trasporto pubblico.

I peggiori: Russia, Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita

Ancora una volta i Paesi produttori e utilizzatori di combustibili fossili si trovano ultimi in classifica. Subito dopo la Russia, ci sono Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita. Il rifiuto di Trump di riconoscere il cambiamento climatico e il sostegno della sua Amministrazione alle fonti fossili hanno contribuito alla scarsa performance USA.

Tra i Paesi del G20, responsabili del 75% delle emissioni globali, soltanto il Regno Unito si trova alto in classifica. Nella parte bassa si posizionano Sudafrica, Indonesia, Italia. In fondo ci sono invece Turchia, Cina, Australia, Giappone, Argentina, Canada, Sud-Corea, Russia, Usa e Arabia Saudita. 

La Cina, prima al mondo quanto a emissioni, sale al 54° posto, scalando una posizione rispetto all’anno scorso. Il grande utilizzo di fonti rinnovabili, batterie e auto elettriche non basterebbero ancora a compensare le emissioni causate dal ricorso al carbone. Tuttavia, nella prima parte dell’anno le emissioni cinesi non sarebbero cresciute, segnale che probabilmente sono vicine al picco grazie al crescente contributo delle tecnologie pulite. 

Tra i maggiori produttori di emissioni, quest’anno, la peggiore performance climatica spetta all’India (23 esimo posto), che retrocede di 13 posizioni. Nonostante il trend positivo delle fonti rinnovabili, le emissioni indiane continuano ad aumentare a causa del continuo ricorso al carbone. L’India programma la costruzione di nuove centrali e non ha ancora pensato a una roadmap per il phase-out.

L’Unione europea perde tre posizioni e arriva al 20 esimo posto. La Spagna (14 esimo posto) sale di cinque posizioni grazie a una politica climatica ed energetica abbastanza efficace. Tuttavia, sulla valutazione dell’azione climatica dell’UE influisce in particolare la Germania, maggiore economia del blocco. Il Governo tedesco scende di sei posizioni e si classifica 22 esimo a causa prima di tutto di nuovi impianti a gas.

L’Italia nella classifica mondiale dell’azione climatica

Come si posiziona dunque l’Italia nella classifica delle performance climatiche mondiali? Secondo il Climate Change Performance Index, nel 2025 l’Italia ottiene il 46 esimo posto, perdendo tre posizioni rispetto all’anno scorso (quando era 43 esima) e 17 rispetto al 2022 (quando invece era 29 esima). Il nostro Paese è in caduta libera a causa di una politica climatica nazionale (58 esimo posto della specifica classifica) fortemente inadeguata ad affrontare l’emergenza climatica.

Non a caso, l’aggiornamento del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) permetterebbe una riduzione complessiva delle emissioni entro il 2030 di appena il 44,3%, o del 49,5% se si includono anche gli assorbimenti di carbonio del settore LULUCF. Quanto previsto dal PNIEC è un passo indietro rispetto al 51% previsto dal PNRR, obiettivo già inadeguato in confronto a quello europeo del 55%.

Nel periodo compreso tra il 1990 e il 2023 le emissioni climalteranti dell’Italia sono diminuite del 26,4%. In base alle politiche correnti e stando alle proiezioni ISPRA, entro il 2030 le emissioni nazionali potranno ridursi solo del 42%, considerati anche gli assorbimenti.

La corsa delle rinnovabili in Italia dovrebbe pertanto accelerare ancora: nel 2023 la quota del consumo da questo tipo di fonti sul consumo finale lordo di energia si è attestato al 19,6%. La performance risulta ancora fortemente inadeguata a raggiungere l’obiettivo del 39,4% previsto dal PNIEC. L’ISPRA sottolinea che il ritmo di crescita delle rinnovabili dovrebbe essere quasi quattro volte superiore rispetto al passato per poter centrare l’obiettivo del PNIEC.

Per Legambiente, l’azione climatica globale fa progressi, ma i Paesi procedono troppo lentamente nel raggiungere gli obiettivi climatici.  L’Italia paga lo scotto di una visione politica miope. Serve perciò una svolta green per fare dell’Italia un hub delle rinnovabili e contrastare l’emergenza climatica.

Un Piano – commenta Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo Legambiente e inviato alla COP30 – poco ambizioso anche nelle soluzioni, che si nasconde dietro il dito del pragmatismo e della neutralità tecnologica posticipando il phase-out del carbone addirittura al 2038 e ricorrendo ancora una volta a false soluzioni (come la CCS e il nucleare) che faranno solo perdere tempo e risorse al nostro Paese, rischiando inoltre di rendere sempre meno competitiva l’Italia sia a livello europeo che internazionale”.

Vai al report sul Climate Change Performance Index 2026.

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