La fast fashion può diventare sostenibile. Ecco come

Studiosi della Desautels Faculty of Management di McGill hanno analizzato i maggiori limiti della fast fashion i termini di sostenibilità e hanno in mente alcune soluzioni

fast fashion
via depositphotos.com

(Rinnovabili.it) – Coniugare fast fashion e sostenibilità ambientale non è un’utopia: bastano una serie di accorgimenti e interventi pubblici. Questa la convinzione del gruppo di ricerca della Desautels Faculty of Management di McGill, con a capo il professor Javad Nasiry. 

Il settore della moda veloce è tradizionalmente identificato come inquinante perché crea quantità importanti di rifiuti con conseguenze ambientali disastrose. 

Il modello fast è stato fino a ora, per definizione, fortemente impattante. I brand producono e immettono sul mercato collezioni di prodotti di scarsa qualità in grandi volumi: si tratta di capi che spesso sono indossati poche volte e finiscono presto per divenire rifiuti, senza che esistano possibilità di riciclaggio efficaci ed economicamente sostenibili o che vi siano conseguenze di alcun tipo sui produttori.

L’insostenibilità del settore, tuttavia, non è una condanna senza appello.

Secondo lo studio essa deriva da precisi elementi e intervenire specificamente su di essi può consentire alla fast fashion di guardare a percorsi di sostenibilità. 

I ricercatori hanno studiato il modello di business e ritenuto che un intervento pubblico che introduca un sistema di incentivi diretti tanto ai consumatori quanto ai produttori potrebbe ridurre significativamente la quantità di rifiuti derivati dalla produzione. Le soluzioni, secondo il gruppo, potrebbero essere contributi governativi allo smaltimento sostenibile degli scarti di inventario, oltre a una tassazione sulla produzione, che comporti una presa di coscienza da parte sia dei produttori sia dei consumatori rispetto alla quantità di rifiuti generata. “Al fine di elaborare politiche efficaci per contenere l’impatto ambientale dell’industria dell’abbigliamento, è importante identificare la fonte del problema nella catena di approvvigionamento”, spiega il professor Nasiry. “I produttori, i consumatori e gli enti normativi possono quindi adottare un approccio informato per riconoscere l’impatto ambientale del fast fashion e progettare un ecosistema per ridurre gli sprechi, incentivare l’innovazione e creare nuovi modelli di business per gestire i rifiuti.”

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