Dopo il ritiro di UE ed Euratom, Bruxelles avvia le procedure contro i Paesi che restano nel Trattato sulla Carta dell’energia.

Perché la carta dell’energia è diventata un nodo politico e giuridico per l’UE
La Commissione europea ha inviato lettere formali a 16 Stati membri affinché recedano dal Trattato sulla Carta dell’energia, dopo il recesso dell’Unione europea e di Euratom divenuto effettivo il 28 giugno 2025.
Bruxelles chiede un’uscita rapida e coordinata, ritenendo il mantenimento del Trattato incompatibile con le competenze esclusive dell’UE e con gli obiettivi climatici fissati dal Green Deal europeo e dall’Accordo di Parigi.
La Commissione avverte che, in assenza di risposte soddisfacenti entro due mesi, potrà procedere con un parere motivato, avviando il passo successivo della procedura di infrazione.
Perché la Commissione UE chiede di uscire dalla carta dell’energia
Secondo la Commissione, commercio e investimenti rientrano nella competenza esclusiva dell’Unione europea. Dopo il recesso di UE ed Euratom dal Trattato sulla Carta dell’energia, gli Stati membri che restano parti contraenti non dispongono più di un mandato europeo per esercitare tali competenze.
Per questo motivo Bruxelles ha inviato lettere di costituzione in mora a 16 Paesi, invitandoli a recedere “senza indebito ritardo”. I governi interessati devono chiarire se intendono adeguarsi alla nuova cornice giuridica o mantenere una posizione che, secondo la Commissione, viola i Trattati UE. L’obiettivo dichiarato è ristabilire coerenza tra diritto europeo, politica energetica e politica commerciale comune.
ETC: quali Stati membri sono fuori, quali dentro?
Alcuni Paesi hanno già completato il percorso di uscita dal Trattato sulla Carta dell’energia. L’Italia ha notificato il recesso già nel 2014, con effetto dal 1° gennaio 2016. Francia, Germania e Polonia hanno a loro volta formalizzato l’uscita, entrata in vigore nel dicembre 2023.
Altri Stati, come Slovenia, Portogallo e Spagna, hanno avviato procedure di ritiro. Nonostante ciò, 16 Paesi UE risultano ancora parti contraenti del Trattato.
È proprio su questo gruppo che si concentra ora l’azione della Commissione, che mira a un disimpegno completo e coordinato a livello europeo.
Perché la carta è incompatibile con gli obiettivi climatici europei
Alla base della decisione europea c’è una valutazione politica e climatica. La Commissione sostiene che il Trattato sulla Carta dell’energia protegge in modo esteso gli investimenti nei combustibili fossili, rendendolo incompatibile con gli impegni assunti dall’UE nel quadro del Green Deal europeo e dell’Accordo di Parigi.
Il testo del Trattato, rimasto sostanzialmente invariato dagli anni ‘90, non riflette l’attuale livello di ambizione climatica europea. Per Bruxelles, continuare a garantire protezione giuridica a investimenti fossili rischia di ostacolare la transizione energetica e di esporre gli Stati a contenziosi miliardari legati a politiche di decarbonizzazione.
Arbitrati intra-UE, cosa cambia con l’uscita?
Un altro elemento chiave riguarda il meccanismo di risoluzione delle controversie. La Corte di Giustizia dell’Unione europea, nella sentenza Komstroy, ha stabilito che l’arbitrato previsto dall’articolo 26 del Trattato non è applicabile alle controversie intra-UE.
In altre parole, un investitore europeo non può avviare un arbitrato contro uno Stato membro davanti a tribunali internazionali sulla base della Carta dell’energia. Nonostante ciò, diversi collegi arbitrali hanno continuato a dichiararsi competenti.
Per questo UE, Stati membri ed Euratom hanno concordato un accordo inter se per chiarire che tali arbitrati sono inermi e non esecutivi nell’ordinamento europeo. L’uscita dal Trattato rafforza questo orientamento.
La modernizzazione della carta dell’energia non è bastata
Dal 2018 l’Unione europea ha tentato di modernizzare il Trattato, introducendo limiti alla protezione degli investimenti fossili e rafforzando le clausole di sostenibilità. Nel 2022 è stato raggiunto un accordo di principio tra le parti contraenti.
Tuttavia, la modernizzazione non ha ottenuto il sostegno necessario in seno al Consiglio e al Parlamento europeo. Di fronte allo stallo, la Commissione ha proposto un ritiro coordinato di UE, Euratom e Stati membri dal Trattato non modernizzato.
Sotto la presidenza belga del Consiglio è stato definito un compromesso che consente l’uscita europea e, parallelamente, l’avanzamento della modernizzazione per i Paesi extra-UE.
La “sunset clause”
Anche dopo il recesso, il Trattato sulla Carta dell’energia continua a produrre effetti grazie alla cosiddetta sunset clause. L’articolo 47.3 prevede che le tutele agli investimenti restino valide per 20 anni dopo l’uscita di uno Stato.
È una clausola che ha già avuto conseguenze rilevanti. Nel 2022, l’Italia è stata condannata a versare circa 200 milioni di euro alla compagnia Rockhopper per il divieto di trivellazioni offshore entro le 12 miglia, deciso nel 2015.
La Commissione e gli Stati membri ritengono che l’uscita coordinata e la chiusura degli arbitrati intra-UE possano ridurre l’impatto futuro di questa clausola, ma il tema resta uno dei più delicati del dossier.












