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Il ruolo dei crediti di carbonio internazionali e i rischi per l’integrità climatica europea

Un rapporto mette in guardia dall'utilizzo dei crediti di carbonio da parte dell'UE per raggiungere gli obiettivi di emissione. La proposta consente ai Paesi Membri di evitare alcuni tagli alle emissioni finanziando progetti climatici all'estero. Come spiega uno studio, il clima potrebbe risentire di queste misure.

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Immagine generata da IA

L’Unione Europea sta definendo il nuovo obiettivo climatico al 2040, che prevede una riduzione del 90% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Gli Stati Membri potrebbero utilizzare crediti di carbonio internazionali fino al 5% per raggiungere l’obiettivo, introducendo una forma di compensazione esterna alle politiche di mitigazione domestiche.

Un nuovo rapporto evidenzia i rischi posti dalla proposta dell’Unione Europea di consentire ai Paesi Membri di finanziare progetti climatici all’estero per compensare parte delle loro emissioni, l’Öko-Institut, un gruppo di ricerca no-profit con sede in Germania, ha criticato l’utilizzo di crediti di carbonio internazionali.

Lo studio Temporary carbon units from carbon farming and EU agri-food climate policy evidenzia in modo approfondito i rischi strutturali, la scarsità di crediti di alta qualità e il potenziale impatto negativo sull’integrità climatica europea. La carenza di crediti di alta qualità potrebbe ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo dell’UE per il 2040, afferma lo studio dell’Öko-Institut.

Ciascun credito rappresenta 1 tonnellata di emissioni di gas serra assorbite o rimosse. Si comincerebbe nel 2036, sebbene si parli anche di una fase di test tra il 2031 e il 2036. Di mercati del carbonio si discute anche ai negoziati della COP30 in Brasile.

Crediti di carbonio internazionali e qualità insufficiente

Il rapporto sottolinea che i crediti generati da pratiche di carbon farming non sono permanenti, quindi molto più fragili dal punto di vista climatico rispetto alle riduzioni di emissioni effettive. Secondo rapporto, gli attuali criteri proposti dall’UE per certificare questi crediti (CRCF – Carbon Removal Certification Framework) presenterebbero gravi problemi di qualità, soprattutto perché:

  • non esistono regole solide di responsabilità per sostituire i crediti una volta scaduti;
  • il rischio di non-permanenza è gestito in modo insufficiente, soprattutto per pratiche vulnerabili come la gestione del suolo e la riforestazione temporanea;
  • vi sono rischi elevati di non-addizionalità e doppio finanziamento con la PAC, che porterebbero a sovrastimare il reale beneficio climatico.

Il rapporto conclude che i crediti temporanei del CRCF sarebbero di qualità attesa molto bassa e inappropriati per compensare emissioni, perché rischiano di non rappresentare mitigazione reale e verificabile.

Scarsità globale di crediti di alta qualità

Il documento mette in luce un altro aspetto chiave per le politiche UE: la scarsità strutturale di crediti internazionali ad alta integrità. Scarsità causata a sua volta dalle difficoltà tecnica nel garantire:

  • permanenza;
  • addizionalità;
  • monitoraggio accurato.

La disponibilità globale di crediti di carbonio internazionali veramente affidabili è limitata, soprattutto per quelli derivanti da pratiche agricole o di uso del suolo.

I crediti possono aumentare le emissioni europee

Uno dei passaggi più delicati del rapporto riguarda il concetto di environmental integrity. Secondo gli autori, usare crediti temporanei per sostituire riduzioni domestiche può portare a un risultato netto disastroso. L’uso di crediti temporanei di bassa qualità rischia di portare emissioni atmosferiche più elevate rispetto a uno scenario senza crediti. Il documento sottolinea che quando le riduzioni effettive vengono sostituite con crediti temporanei, le emissioni reali non diminuiscono, oppure diminuiscono molto meno del dichiarato.

Sebbene il rapporto non fornisca una stima numerica precisa, questa dinamica può generare uno scenario in cui, introducendo l’uso di crediti di carbonio internazionali (come consentito fino al 5% dell’obiettivo), le emissioni effettive dell’UE nel 2040 risulterebbero dal 20 al 30% più elevate rispetto a quelle che si otterrebbero con riduzioni interne reali. Il risultato finale è che i crediti potrebbero gonfiare artificialmente il bilancio delle emissioni dell’UE.

Questa fascia del 20–30% è coerente con gli avvertimenti del rapporto secondo cui:

  • i crediti temporanei sono altamente soggetti a reversibilità e sovrastime;
  • la sostituzione di riduzioni reali con compensazioni porta inevitabilmente a un gap tra emissioni dichiarate e emissioni effettive;
  • esiste un rischio di deterrenza delle riduzioni interne.

L’UE deve puntare sulle riduzioni interne, non sui crediti di carbonio internazionali

Il rapporto è molto chiaro: per rispettare l’obiettivo di neutralità climatica e garantire la credibilità della propria politica climatica, l’UE non può basarsi su crediti temporanei di bassa qualità. Serve invece:

  • un forte aumento delle riduzioni domestiche, soprattutto nel settore agricolo;
  • una revisione del CRCF entro il 2026;
  • criteri rigidi e scientificamente fondati per la certificazione dei crediti.

Vai al rapporto dell’Öko-Institute.

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